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Da Heidi a Peppa Pig

Credo fermamente che esista, per la mia generazione, una cosa che si potrebbe chiamare “imprinting Miyazaki”. Deriva dal fatto che tutti noi attuali quarantenni siamo stati esposti fin dalla più tenera età a dosi massicce di cartoni animati realizzati o ideati da Hayao Miyazaki, il maestro dell’animazione giapponese premio Oscar nel 2003 per La città incantata. Questo imprinting ci rende immediatamente familiari e cari un certo modo di disegnare i volti, le espressioni del viso e del corpo, insomma costituisce una piccola grammatica che ci portiamo dentro. Le innumerevoli puntate di Heidi, di Conan il ragazzo del futuro, ma anche del meno conosciuto Il fiuto di Sherlock Holmes (recentemente riproposto su Rai Play) ci hanno forse trasmesso anche qualcosa dei temi cari a Miyazaki, come il rispetto per la natura e una predilezione per le protagoniste femminili.

 

 

Ma che succede quando un rappresentante di questa generazione si trova di fronte ai cartoni animati per i bambini di oggi? Questa è la domanda che mi passava per la testa durante la lettura di Cuccioli, critica dei cartoni animati pubblicata da Francesco Mangiapane per Meltemi. Mangiapane infatti fa parte della generazione di cui parlavamo – quella dell’imprinting Miyazaki! – ma adesso è un adulto, è un papà che si trova a guardare i cartoni animati seguiti dal proprio figlio. Da semiologo gli viene naturale analizzarli e studiarli (almeno così immagino che succeda ai semiologi!), consapevole che, come scrive nella premessa al volume, questo è “un originale modo di guardare l’intero orizzonte della socialità”. I cartoni animati sono infatti in grado di “informare la società sul presente ma soprattutto intorno al futuro che, non a caso, rappresenta il campo di realizzazione dei loro piccoli spettatori”. Ma il futuro si mescola al passato, perché Mangiapane è a sua volta un ex spettatore di cartoni animati. Cartoni vecchi e nuovi del resto si trovano fianco a fianco nei palinsesti dei canali tematici per ragazzi: i personaggi amati dai bambini di oggi, Peppa Pig, Masha e Orso, Olivia convivono con Heidi, la Pimpa e i Barbapapà. E anche al cinema classici come Dumbo e i Puffi vengono reinterpretati e riattualizzati, in modo da stare al passo con la nuovissima e scintillante animazione 3D di film come Toy Story e Zootropolis.

 

Che cosa è cambiato dai cartoni “che guardavamo noi” a quelli di oggi? Be’, una delle trasformazioni più evidenti riguarda il palinsesto. Se una volta i cartoni avevano degli orari fissi, oggi “l’offerta televisiva si frantuma”, i canali tematici sono “sempre a portata di mano: Apri RaiYoyo e trovi Peppa a qualsiasi ora del giorno e della notte” e “se, in un determinato frangente, dovesse passare qualcosa di meno interessante rimane sempre il caro vecchio YouTube”. “Peppa Pig è la star incontrastata del palinsesto, le sue puntate vengono trasmesse negli orari di punta e replicate costantemente”. Se Cuccioli è un’esplorazione dell’immaginario mediale rivolto all’infanzia, è naturale che gran parte del volume sia dedicata alla regina di questo immaginario: la maialina Peppa Pig, accompagnata dal fratellino George, da mamma Pig e da papà Pig. Lo studio di Mangiapane su Peppa Pig si è articolato negli anni (vedi l’omonimo ebook pubblicato da Doppiozero) e arriva in volume ora che “il clamore intorno al personaggio è ormai in parte scemato”, quindi nel momento giusto per analizzarlo prendendone un po’ le distanze.

 

 

Peppa Pig è un caso particolare anche dal punto di vista della sua creazione: praticamente autofinanziato, si presentava con una grafica a due dimensioni in un panorama già dominato dall’animazione in 3D. Non solo: Peppa Pig è un cartone che parla della famiglia nato in un momento in cui l’opinione comune (almeno tra i dirigenti delle case di produzione) era che ai bambini non interessassero le storie degli adulti. Ma mentre i creatori di Peppa cercavano un’idea per una nuova serie da proporre, giunse alle loro orecchie l’opinione di Lily, una bimba figlia di amici di Mark Baker (uno dei creatori di Peppa) e in futuro prima voce della maialina nell’originale inglese: ascoltando una storia, Lily chiedeva sempre: “Dove sono mamma e papà?”. Peppa nasce così: dall’idea di fare un cartone animato che parlasse di una famiglia, ancora prima di sapere che sarebbe stata una famiglia di maialini.

 

 

È proprio il senso di famiglia, un senso principalmente “emotivo”, “il vero segreto del successo di Peppa Pig”, scrive Mangiapane, “il suo insegnamento più profondo”. Nella famiglia Pig si trovano rispecchiati infatti i cambiamenti che le famiglie stanno attraversando: il papà imbranato e incapace nei lavori di casa, la mamma già in smartworking da casa, i nonni che recuperano un ruolo in quanto ormai unici depositari di saperi pratici. Ma per Peppa e per i suoi giovani spettatori questi non sono cambiamenti, sono la normalità: papà Pig “che non sa piantare nemmeno un chiodo, non è, per Peppa e il suo fratellino, un padre degradato, è semplicemente il suo buffo papà”. Qualsiasi disavventura nel mondo di Peppa si risolve insieme, in famiglia appunto, così ogni puntata può concludersi in una sonora risata finale collettiva, completa di grugniti. Per spiegare la ricetta di Peppa Pig Mangiapane prende a prestito un procedimento della filosofia della scienza, l’esperimento di pensiero: ognuno dei cartoni animati analizzati (ogni storia in realtà) lo è, perché consiste nel chiedersi: “se fossi nei panni di quel personaggio, cosa farei?”. Peppa Pig, la sua “rivale” Olivia (un’altra maialina), la Pimpa e i Barbapapà: ognuno di questi personaggi propone una sua particolare soluzione all’esperimento.

 

Come fanno però dei personaggi creati negli anni ’70 ad avere ancora soluzioni valide per i bambini di oggi? Alcuni non hanno bisogno di cambiare. La Pimpa, ad esempio, ha già un modello di famiglia per niente tradizionale, ci sono solo la cagnolina e Armando, che le fa contemporaneamente da padrone, papà e nonno e che si guarda bene dall’esprimere giudizi di valore sulle avventure vissute dalla sua protetta a pois. Non c’è nessuna morale, solo avventura allo stato puro. I Puffi, invece, nei tre film prodotti tra il 2011 e il 2017, sono costretti a cambiare: il loro ritorno sullo schermo non solo gli dà una nuova veste in 3D ma è soprattutto “un tentativo di liberarli dal loro esibito comunitarismo, traghettandoli verso un’ideologia societaria più aperta verso le ragioni dell’individuo”. In un mondo dove Gargamella non fa più paura a nessuno, a guidare i Puffi verso la trasformazione è non a caso Puffetta (l’unica donna!).

 

 

Cuccioli si può leggere anche come il diario di un papà alle prese con i consumi culturali del figlio, che mutano nel tempo e passano da Peppa Pig a film di animazione per bambini un po’ più grandi (ad esempio Inside Out della Pixar). Lo sguardo è sempre quello dello studioso, sia chiaro, ma a volte c’è spazio anche per la nostalgia. Come non provarla di fronte ai Barbapapà? Per anni hanno contrapposto al loro nemico – la fabbrica grigia, l’industrializzazione selvaggia – il dialogo e il modello di un progresso sostenibile, fatto anche di piccoli gesti. “Adesso che i Barbapapà hanno vinto – scrive Mangiapane – come facciamo a spiegare ai nostri bimbi quel sentimento che ci stringe? L’insostenibile nostalgia dei vecchi tempi in cui i Barbapapà avevano un nemico?”.

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