Di Maio, Gurdulù e il cavaliere inesistente

Per capire la figura politica di Luigi Di Maio bisogna far ricorso alle fiabe filosofiche di Italo Calvino. 

In linea di principio il Movimento 5 Stelle privilegia la democrazia diretta rispetto al principio di rappresentanza. Cerca dunque di utilizzare le opportunità di comunicazione e partecipazione offerte dalla rete. Qui nasce un primo problema: la piattaforma su cui opera il M5S – o meglio le diverse piattaforme evolute fino alla recente Rousseau – è stata finora gestita dalla Casaleggio Associati, prima da Gianroberto e poi, dopo la sua morte, da suo figlio Davide. Per molti osservatori sarebbero loro i leader occulti. Un secondo problema viene dal peso della figura carismatica di Beppe Grillo, dalla sua notorietà e dalle sue intuizioni mediatiche e politiche.
Inizialmente, riflettendo questa impostazione, il movimento non aveva leader o segretari, ma “portavoce” in rapida rotazione. Ma in nome di chi parlava quella voce? Ufficialmente avrebbe dovuto esprimere nelle opportune sedi politico-mediatiche le decisioni assunte (a maggioranza) ai vari livelli del movimento, dai Meet Up alle votazioni online, dalla stesura dei programmi alle Parlamentarie. Al tempo stesso però dovevano dare nelle istituzioni i contenuti e la forma alle opinioni espresse dal visibilissimo Grillo (che così poteva tenersi le mani libere per cambiare e imporre il proprio parere) e dagli invisibili Casaleggio, privi di un ruolo politico definito ma in grado di orientare e forse governare le scelte collettive attraverso il controllo della piattaforma.

 

 

Non appena il Movimento è entrato in rapporto con le istituzioni, la figura del “portavoce” si è rivelata inadeguata. Da un lato, come in tutti i movimenti, gli attivisti – i quadri politici – hanno assunto ruoli e responsabilità diverse dai comuni militanti e dai simpatizzanti: il loro impegno è diventato ben presto a tempo pieno. In secondo luogo, la politica è fatta di mediazioni che il rigido mandato dei portavoce non consente: qualunque passo verso la controparte può essere visto come tradimento del mandato ricevuto.

È su questo stretto crinale che si sono inerpicati i primi leader del M5S, a cominciare da Luigi Di Maio, con un cursus honorum che l'ha portato in pochi anni dalla “economia dei lavoretti” alla candidatura a premier. È nato in una famiglia della borghesia, figlio di un imprenditore (nonché dirigente del Movimento Sociale e di Alleanza Nazionale) e di una professoressa di lettere. Dopo la maturità si era iscritto a ingegneria e giurisprudenza: non ha completato gli studi perché, ha detto, non voleva “approfittare del suo ruolo di vicepresidente della Camera per andare a fare gli esami”. Si è formato nella “gig economy”: ha raccontato di essersi occupato di assistenza tecnica informatica e di riparazione di hardware, e di essere stato webmaster, steward allo stadio San Paolo (“per vedersi gratis le partite del Napoli", secondo Silvio Berlusconi), assistente alla regia, agente commerciale, manovale e cameriere. Nel frattempo questo tipico figlio dell'Italia profonda scopriva la politica, aprendo grazie alle sue conoscenze digitali nel 2007 il Meet Up di Pomigliano d'Arco: è dunque un militante della prima ora.

 

Nel 2010 si candida consigliere comunale a Pomigliano d’Arco ottenendo solo 59 preferenze e non viene eletto. Nel 2013 partecipa alle cosiddette “parlamentarie”: per la candidatura gli bastano 189 preferenze. Eletto Deputato, con 173 voti diventa a 26 anni il più giovane vicepresidente della Camera nella storia della Repubblica. Nel settembre 2017 vince le primarie come candidato premier e capo politico del Movimento 5 Stelle: tra gli iscritti alla piattaforma online del partito raccoglie 30.936 voti, l'82% dei votanti. Il 4 marzo 2018 ottiene 95.219 voti (63,41%) al collegio uninominale di Acerra: è il suo secondo mandato, e sulla base delle attuali regole interne non sarà più candidabile. Da ragazzo, ha confessato, avrebbe voluto fare il poliziotto. Ha dunque annunciato di volersi dedicare all'agenzia di informatica e comunicazione fondata con i suoi compagni di studi.


A prima vista non è il curriculum di un leader che si appresta a guidare 60 milioni di persone. Non è un Masaniello, un arruffapopoli in grado di infiammare le plebi. Non è un tecnocrate dalle indiscutibili competenze. Quel suo apparire inconsistente, invisibile, incompetente dovrebbe relegarlo in secondo piano. Invece è il candidato perfetto per il suo movimento, che possiede le qualità di un “portavoce” che non deve avere una linea politica, e nemmeno convinzioni e tanto meno un'ideologia. Deve essere semplice strumento della volontà collettiva, anonima e senza volto. Un'altra versione dell'Uomo Qualunque. Il suo è un ruolo squisitamente tecnico e funzionale, che può essere svolto solo da chi sceglie di scomparire in quanto persona. Da un leader che diventa trasparente (i riferimenti potrebbero essere il Sub-Comandante Marcos, con il suo passamontagna, e in campo musicale i Kraftwerk o i Devo). Un mese dopo l'ingresso a Montecitorio, Luigi Di Maio ha vinto facilmente il titolo del “grillino più elegante” in una allegra pattuglia di sgarrupati. Dietro il decoro dei suoi completi, ricorda il Cavaliere Inesistente di Calvino, il paladino dalla bianca armatura che svolge tutti i compiti che gli vengono affidati in maniera impeccabile e proprio per questo risulta antipatico a tutti. Non ha sentimenti e nemmeno utopie. Ha scritto Calvino, per spiegare la genesi poetica di Agilulfo: “Dall’uomo primitivo che, essendo tutt’uno con l’universo, poteva esser detto ancora inesistente perché indifferenziato dalla materia organica, siamo lentamente arrivati all’uomo artificiale che, essendo tutt’uno coi prodotti e con le situazioni, è inesistente perché non fa più attrito con nulla, non ha più rapporto (lotta e attraverso la lotta armonia) con ciò che (natura o storia) gli sta intorno, ma solo astrattamente 'funziona'”.

 

Per Gigi Di Maio il voto che il 18 maggio 2018 ha ratificato il “Contratto per il Governo del Cambiamento” con il 94% dei consensi (sui 44.000 militanti che hanno votato) è stato un trionfo personale. Ma l'interessato ha subito precisato che “il contratto sarà il vero leader”.

Non era facile trovare il punto d'equilibrio tra la volontà di potenza dei due capi (Grillo e Casaleggio), la coerente radicalità degli attivisti (gli iscritti alla piattaforma Rousseau), le speranze e i risentimenti di 11 milioni di elettori. Non è stato facile. Soprattutto quando si è trattato di mediare con un avversario politicamente più rodato e già accreditato come forza di governo (ben più facile è stato avvantaggiarsi dell'ennesimo suicidio politico del PD). 

Di Maio raggiunge i suoi obiettivi: la sua “inesistenza munita di volontà e coscienza” (Italo Calvino), rispetto al controcanto di Gurdulù-Grillo, non oppone resistenza al corso ineluttabile degli eventi e anzi li accompagna con una governance cinica, efficace e rapida. L'impatto con la realtà e con la sua inerzia, con i suoi attriti e le sue incertezze, impone però una qualità di leadership diversa. Una visione che vada oltre la somma di mille richieste e pretese spesso incompatibili ma avvallate da una immaginaria volontà collettiva. 

 

Anche la scelta di Giuseppe Conte come Presidente del Consiglio segue la logica dell'invisibilità. Il suo curriculum era ridicolmente lungo e – stiamo scoprendo – ridicolmente falso. Ma non è questo l'importante. L'importante è che l'elenco dei titoli e le scorribande internazionali hanno impressionato e intimidito due provincialotti come Salvini e Di Maio. Il dato significativo è che all'esagerazione del curriculum corrisponde la assenza pressoché totale del candidato premier dalla scena pubblica e dallo spazio della polis. Il suo sapere scientifico è rimasto confinato nell'accademia: non scrive sui giornali e non ha mai inciso sull'opinione pubblica. Non sappiamo nulla delle sue opinioni, non ha mai preso posizione, è un invisibile anche lui (che sia un vero saggio o un bluff è da questo punto di vista irrilevante). È il ritratto di un consigliere giuridico, di un tecnico al servizio della politica. Potrà avere come compito principale quello di dare una forma accettabile ai provvedimenti che discenderanno dalle vaghe clausole del nauseante Contratto del Governo del Cambiamento.

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