Endecasillabo

Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.

 

Il verso e l'uomo

 

Entrambi, Primo Levi e l'endecasillabo, mi accompagnano e mi affascinano da lungo tempo. Prima venne il verso, assorbito nelle poesie di Pascoli e Carducci imparate a memoria nella scuola elementare e media («C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole»/«Sta Federico imperatore in Como»/«Oh cavallina, cavallina storna») e soltanto al liceo studiato e compreso nella definizione canonica: verso di undici sillabe nella forma con uscita piana che ha come ultima sillaba tonica la decima (Pietro G. Beltrami, Piccolo dizionario di metrica, Bologna, il Mulino 2015, p. 50). Dopo non molti anni venne anche l'autore, con Se questo è un uomo e La tregua, che il mio quaderno dei libri (dove annoto tutti i libri che ho letto fin dall'infanzia) registra letti nel 1970 (l'indicazione, nel quaderno, è accompagnata dal disegno a penna di un rigo musicale, non so più perché). Poi basta. Dal quaderno Levi scompare, anche se permane come riferimento. Ritorno a leggerlo nel 2015, in una delle estati monotematiche che dedico a autori o argomenti che non conosco. Il verso invece continua a rimanere nel sottofondo, un endecasillabo continuo. Ogni tanto mi ripeto versi recuperandoli dalla memoria, in genere quando viaggio, perché mi tengano compagnia: Foscolo («A egregie cose il forte animo accendono», endecasillabo dattilico, imparo dal manuale, accento e poi due sillabe brevi, cḗn-dǒ nǒ); Leopardi («D'in sulla vétta della torre antíca», cesura dopo la quarta sillaba, endecasillabo canonico con sinalefe, sempre Beltrami). E ho finito con l'erudizione sull'istituzione metrica.

 

Il verso dell'uomo

 

Ritorno a leggere Primo Levi nel 2015, dicevo, questa volta furiosamente quanto disordinatamente. Il sistema periodico, “di cui perdutamente m'innamoro” (11 sillabe, 6a e 10a accentate); La chiave a stella, Se non ora quando (che non mi prende per nulla. Noto ora che i due titoli consecutivi formano un endecasillabo, accenti sulla 4a e la 10a); I sommersi e i salvati, le raccolte di racconti. E mentre leggo, seduta su una sedia pieghevole su una spiaggetta del lago, mi entrano improvvisamente negli occhi, saltando fuori dalle pagine in prosa di Primo Levi, endecasillabi a decine.

Non che Levi sia l'unico scrittore a permettere che alcune parole in fila assumano la forma di verso endecasillabo. Adesso che mi è venuto l'occhio – come per i funghi e le metafore, altre mie grandi passioni che cerco con acribia nei boschi e nei discorsi filosofico-politici – scopro infatti una gran quantità di endecasillabi infilati in tantissime opere in prosa di autori e autrici della contemporaneità. Sarà spontaneo, sarà voluto? Si potrà fare, sarà lecito o il verso all'interno della prosa è una sorta di eresia esecrabile? Non lo so e non mi sento autorizzata a rispondere. Quel che ho ipotizzato è che l'endecasillabo scappi dalla penna o dalla tastiera di molti autori di prosa e si metta da solo sul rigo, all'inizio; e che però poi, nella maggior parte dei casi, venga lasciato lì perché è così bello e armonioso, così innocuo e pacificante. 

 

 

Alcuni esempi

Poiché questo non è un articolo scientifico né una tesi di dottorato nella quale si effettui una rigorosa analisi stilistica sulle occorrenze del verso endecasillabo nelle opere complete di Primo Levi, quanto l'incursione di una persona non competente nell'ambito della letteratura e della linguistica, mi limiterò a qualche esempio.

Dapprima dal testo della mia personale rivelazione sulla spiaggia, Il sistema periodico (Torino, Einaudi, 1975). 

Dal primo elemento, Argon:

 

elegante, sofistica e gratuita (la discussione condotta dagli antenati di Levi, p. 4 riga 1);

dalla Spagna attraverso la Provenza (il percorso per giungere in Piemonte degli antenati stessi, p. 4, righe 9-10);

vilipendio del manto di preghiera/è antico come l'antisemitismo (due end. consecutivi, p. 5, righe 8-9);

domestiche regine della casa (le zie, p. 5, riga 21);

alla lunga sono nostre parenti (tutte quelle persone, accentare la sesta sillaba, sonò, p. 5 riga 29);

e di una sospettata analogia (tra termini ebraici e piemontesi, p. 5, terz'ultima e penultima riga dal fondo).

 

Qui mi fermo ma chi voglia continuare la caccia troverà moltissimi endecasillabi nelle pagine successive, tutti camuffati nel testo ma raramente posti all'inizio di frase, dove si vedrebbero meglio. 

Pieno di endecasillabi è anche Se questo è un uomo. In questo caso si potrebbe pensare a un influsso, inconscio o quasi, proveniente dalla forte presenza nella mente del verso dantesco assorbito dal giovane Primo Levi a scuola, come ben emerge nella storia di Pikolo o Il canto di Ulisse. Qualche esempio dalla prima pagina, in fila, senza citazione di riga:

 

da civili fantasmi cartesiani; amicizie maschili e d'amicizie/femminili esangui. Coltivavo; diventare una banda partigiana/affiliata a “Giustizia e Libertà” (di questo non sono sicura. Un caso di endecasillabo tronco?); mancavano gli uomini capaci; che arrivava lassù dalla pianura; il successivo svolgersi dei fatti; etc.). 

 

Ora, se si trattasse soltanto di una reminiscenza scolastica, perché perseverare, nell'uso dell'endecasillabo celato, in tutta la produzione in prosa, fino all'ultimo libro prima di quel suicidio che ci lasciò tutti sgomenti, I sommersi e i salvati? Qui, nell'introduzione, Primo Levi a proposito della retorica richiama i sepolcri di Foscolo (l'urne de' forti) per poi mettere un endecasillabo come incipit: La memoria umana è uno strumento... (sinalefe tra la a finale di umana e è).

 

L'uomo del verso

 

È la presenza di tanti endecasillabi nascosti che contribuisce a rendere così scorrevole e amabile la prosa di Primo Levi? Non lo so. So soltanto che il verso e l'uomo procedono insieme, simul stabunt, come se il primo accompagnasse il secondo, anzi lo sorreggesse nella difficil vita.

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