Francesco Benigno, La mala setta

Il titolo inganna un po' il lettore. Racconta di più di quello che ci si aspetterebbe sulla situazione italiana negli anni successivi all'Unità, anni complicati e incerti in cui si sono gettate le basi politiche e giuridiche dello stato e di meno di quello che il titolo promette su mafia e camorra. "Si tratta – ci dice l'autore – di una linea interpretativa coerente con la “tendenza culturalista” nella criminologia contemporanea per la quale da un lato la “questione criminale” deve necessariamente includere cosa la gente pensa sia il crimine, mentre dall'altro il suo studio non può essere affrontato indipendentemente dai processi culturali che la definiscono, tra cui, non ultimi, i costrutti analitici delle scienze sociali" (p. 373). Un'impostazione di questo genere ci porta alla presentazione dell'ampio campo di manipolazioni ideologiche, di opinioni e interpretazioni che non possono che rendere evanescente l'oggetto a cui ci si riferisce: esiste concretamente qualcosa di definito che si chiama mafia o che si chiama camorra, o la molteplicità delle letture rende incerto un qualsiasi approccio a fenomeni sociali e criminali a cui dare questi nomi? Questa domanda non vuole certo dire che non esistano letture diverse evidentemente, ma pone il problema di come lo storico si pone di fronte a questo ventaglio di posizioni, cosa vuol comunicare al lettore e a che conclusioni vuole giungere.

 

È un libro tuttavia ricchissimo: l'autore ha scovato e utilizzato una veramente straordinaria massa di fonti a stampa, opuscoli e riviste giuridiche, giornali e libri, atti parlamentari e inchieste. E non solo su Napoli o sulla Sicilia ma su tutto quanto gruppi criminali o politici spesso confusi, di fatto o secondo la lettura delle autorità dello Stato, turbasse in quegli anni l'ordine pubblico in tutta Italia: Torino, Bologna, Parma, Ravenna e la Romagna, Alfonsine, Pesaro e Livorno forniscono l'esempio di quanto apparisse minaccioso per il progetto della classe politica monarchica e liberale moderata al governo. E già questo è un merito del libro: mafia e camorra, per quanto fortemente localizzate in Sicilia e Campania, si muovono in parallelo ad altri gruppi criminali che agiscono altrove, spesso con metodi realmente o apparentemente simili. E tutto questo con sullo sfondo i grandi fenomeni di quegli anni, i plebisciti, le elezioni, Garibaldi e i garibaldini, Aspromonte e Mentana, Mazzini, il repubblicanesimo, il brigantaggio e la sua repressione, il clero e i residui del potere borbonico, il governo della Destra, la strage di Torino (1864) per la rivolta per il trasferimento della capitale a Firenze, i 7 giorni e mezzo di rivolta a Palermo nel settembre 1866, fino alla crisi della Destra e alla svolta del 1876 e al trasformismo. Gli anni '60 appaiono così in tutta la loro difficoltà nello sforzo e nei contrasti per costruire un governo di un paese fatto di tradizioni e culture differenti, di situazioni economiche e sociali distanti.

 

Anni di normalizzazione che tuttavia vedono una divaricazione all'interno di ogni gruppo politico: una Destra divisa tra coloro che pensano a una dura repressione non solo del brigantaggio ma di ogni forma di sovversione (Giuseppe Govone, Raffaele Cadorna, Alfonso La Marmora, Silvio Spaventa) e che identificano criminalità e rivolta sociale, e chi invece riflette sulle cause sociali del malcontento; una Sinistra composta da coloro che avevano partecipato al '48 e all'impresa garibaldina del '60 ma che accettano la monarchia e una Sinistra legata all'idea rivoluzionaria e repubblicana; una magistratura più strettamente legata al rispetto dello Statuto in conflitto con prefetti, luogotenenti e governatori che utilizzano ampiamente l'articolo 426 del Codice penale sulle associazioni di malfattori, tralasciando la via giudiziaria e applicando per via amministrativa deportazioni, domicilio coatto e carcerazioni contro le norme statutarie; un clero in parte rivoluzionario in parte reazionario e filoborbonico ecc. E tutto questo senza che si potessero definire con chiarezza appartenenze e motivazioni, con un uso comune di collaborazioni con fuorilegge, spie, infiltrati da parte della polizia e dei prefetti e una mescolanza non decifrabile fra volontà rivoluzionaria e sociale e partecipazione di bande di 'manigoldi'. Il tutto ci fornisce così un quadro equivoco fatto di cambiamento di posizioni, motivi differenti per partecipare a moti, omicidi, accoltellamenti.

 

Ma davvero non se ne poteva capire di più? Davvero uno storico non può interrogarsi sulle identità sociali e sulle motivazioni dei protagonisti in gioco? 

Paolo Pezzino (Risorgimento e guerra civile. Alcune considerazioni preliminari, in Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, a c. di G. Ranzato, Torino, Bollati Boringhieri, 1994 ) ha sottolineato giustamente la sovrapposizione tra rivolta politica, sociale e criminale e mi pare evidente che la storia qui studiata vada letta non solo in base a solidarietà orizzontali ma anche attraverso diseguali legami verticali di clientelismo e patronage interclassisti che si esprimevano in forme associative religiose, in società di mutuo soccorso in forme corporative ma anche in dipendenze clientelari da aristocratici, grandi proprietari, clero. E questo implicherebbe una lettura più localizzata e microstorica. Lo conferma l'autore stesso spiegando di non aver collegato tutto questo con il brigantaggio: " Lo stato arretrato degli studi sul tema, cui fa da pendant l'accumulo di pubblicistica per lo più inservibile, unita alla ben maggiore importanza che rivestono, nel caso del brigantaggio, i largamente inesplorati archivi provinciali e locali, ha suggerito di mantenere più compatta la ricerca, limitandola al crimine organizzato urbano"(p.XXVI). È comunque una opinione corrente che bisogna tornare alla storia sociale, entrare nella società per ricostruire una storia che vista dall'alto appare confusa e difficile da spiegare.

 

Salvatore Lupo ad esempio ci conferma in questa opinione:" per quanto sappia, purtroppo ad oggi la storiografia non ha collocato queste composizioni e scomposizioni delle forze nel gioco variegato dei conflitti tra partiti e clan familiari paesani; per capirci qualcosa ci vorrebbero studi più vicini alla scala della comunità locale" (L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Roma, Donzelli, 2011, p.115).

Il tema centrale del libro è l'idea di far prevalere l'ordine moderato con qualunque mezzo, di 'fare ordine con il disordine', secondo la differente lettura che dei fatti danno i vari governi, i gruppi politici, i funzionari e dunque di come questa guerra di rappresentazioni moltiplichi le scelte e le azioni e di come attraverso la gestione dell'ordine pubblico si mescolino criminalità e lotta sociale e si organizzi un sistema, repressivo ma relativamente efficace, spesso fatto di violazioni di legge, di uso di criminali, infiltrati, spie, doppiogiochisti. E accanto ai politici e alle loro rappresentazioni i concetti di camorra, mafia e classi pericolose, vengono via via definendosi più come immagini, spesso suggerite da giornalisti e scrittori (Alexandre Dumas padre o Marc Monnier ad esempio) che come realtà concrete. E insieme la confusione voluta o temuta tra rivoluzionari o internazionalisti e filoborbonici, clericali, delinquenti, briganti.

 

Ci scorre così davanti una galleria di persone di cui non appaiono definibili identità e obiettivi. Tanto che alla fine anche personaggi fondamentali come Giovanni Corrao, capopopolo repubblicano e garibaldino, protagonista delle rivolte del 1848, del 1860, di Aspromonte fino al suo misterioso assassinio il 3 agosto 1863, o il ruolo del suo successore alla guida della sinistra democratica siciliana Giuseppe Badìa appaiono, mi pare ingiustamente, ritratti come collegati nelle azioni rivoluzionarie a bande di mafiosi nei fatti e non solo nell'immagine che ne danno i funzionari della burocrazia statale. I personaggi negativi sono meglio definiti perché non richiedono un preciso riferimento a un contesto non conosciuto e quindi appaiono più coerentemente lineari: il cinico poliziotto Felice Pinna, il prefetto Filippo Antonio Gualterio o l'ambiguo delatore Giacomo Griscelli sono ritratti come personaggi al fondo sempre uguali, mentre altri, alla prova della realtà politica quando ricoprono cariche, divengono progressivamente più conservatori come Giovanni Nicotera, da garibaldino a ministro dell'Interno, o Gioacchino Rasponi, deputato liberale progressista di Ravenna poi prefetto a Palermo.

 

Mi pare insomma che alla fine la distanza fra storia politica e culturale e storia sociale che Benigno ci propone, in una prospettiva che separa i discorsi ideologicamente creati dalla realtà, non ci forniscano un quadro esplicativo sufficiente sul mondo sociale delle aree che sono oggetto del libro. 

Certo la politica è fatta di opinioni differenti, di ideologie e di manipolazioni, di informazioni parziali e di disinformazione. E certamente anche gli uomini cambiano opinioni secondo vicende personali e contesti, e partecipano alle vicende politiche o se ne astengono secondo letture e scopi non del tutto coerenti ed evidenti. E il gran problema della storia sociale è appunto quello di capire come si creano solidarietà durature o momentanee, presenze attive o passività secondo credenze, appartenenze, identità.

 

Non è certo possibile ricorrere ancora all'immagine positivistica di atteggiamenti uniformi secondo l'uniformità professionale o la condizione. Il mondo contadino non è qualcosa di definito o di definibile a priori e la classe operaia non è uniformemente di sinistra. È appunto questa complessa realtà sociale che caratterizza i vent'anni che Benigno ci racconta che deve essere indagata più a fondo, per cercare di misurare solidarietà clientelari o familiari o locali e per leggere una storia costellata di eroismi e di prepotenze, che ha visto un numero impressionante di morti e che ha segnato significativamente la storia successiva dell'Italia.

La prevalenza recente della storia culturale e politica separate dalla storia sociale, dove l'immagine e la rappresentazione rinunciano ad avvicinarsi alla realtà attraverso una lettura attenta a come le persone – gli individui e le masse popolari in particolare

 – hanno partecipato e vissuto le vicende del loro tempo, mi pare un passo avventato che dovrà essere ripensato.

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