I funamboli della parola

Come tutti gli antichi mestieri, anche l’arte del tradurre ha nella cultura cristiana occidentale il suo santo patrono: San Girolamo, autore nel V secolo di quella Vulgata oggetto di tante polemiche con Agostino, e diventata testo canonico della Chiesa cattolica più di mille anni dopo essere stata scritta, quando il Concilio di Trento decise di adottarla come versione latina ufficiale della Bibbia. Oltre al santo protettore, e nonostante le apparenze che potrebbero far pensare a un mestiere poco pericoloso, l’arte della traduzione ha anche una lunga serie di martiri e di caduti sul lavoro, a cominciare dall’umanista francese Étienne Dolet torturato, impiccato e bruciato sul rogo a Parigi nel 1546.

 

Dolet fu accusato di ateismo per avere aggiunto tre parole “rien du tout” (assolutamente nulla) a un passo sulla morte dell’Assioco attribuito a Platone, mettendo così in dubbio, almeno secondo i suoi carnefici, il dogma dell’immortalità dell’anima. Forse è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una vita vissuta sempre al limite dall’autore di uno dei testi canonici della storia della traduzione (La manière de bien traduire d’une langue en autre, 1540) che codificava alcuni dei capisaldi delle strategie traduttive dell’Umanesimo, già in parte descritte da Leonardo Bruni, un secolo prima: capire il contenuto del testo di partenza; avere un’ottima padronanza di entrambe le lingue coinvolte nel processo traduttivo; evitare di tradurre parola per parola; utilizzare la lingua quotidiana; produrre un testo in uno stile eloquente e armonico.

 

Ma l’elenco dei caduti sul lavoro è purtroppo lungo e comprende sia traduttori “eretici” sia interpreti che hanno prestato la loro opera di mediazione nel mondo della diplomazia o in zona di guerra, visti il più delle volte non come neutrali intermediari, ma come appartenenti a uno dei due schieramenti in conflitto, e quindi nemici, oppure unici testimoni, a volte scomodi, di trattative e patti segretissimi. 

Fra gli ultimi caduti, il 32enne interprete delle truppe americane Sohail Pardis, decapitato il 12 maggio di quest’anno dai Talebani nel deserto afgano dopo che, pochi giorni prima, aveva ricevuto delle lettere di minaccia di morte per sé e per i suoi familiari con l’accusa di “essere un spia americana, di essere gli occhi degli americani e quindi un infedele”. E purtroppo quello di Sohail non è un caso sporadico se l’amministrazione di Joe Biden sta cercando di tutelare, dopo il ritiro delle forze americane dall’Afghanistan, i numerosi collaboratori afgani e le loro famiglie trasferendoli e ospitandoli in due basi dislocate in Kuwait e Qatar. Una vita, quella degli interpreti in zona di guerra, appesa a un filo, come su un filo si muove sempre il traduttore o l’interprete, anche quello meno esposto. 

 

L’immagine del traduttore come funambolo è una delle tante metafore utilizzate per descrivere questo mestiere in cui si è pericolosamente sospesi tra diversi universi culturali, enciclopedie, religioni, lingue, tempi, luoghi. Già il poeta inglese John Dryden nella sua Prefazione alla versione delle Epistole di Ovidio (1680) aveva fatto ricorso alla metafora del traduttore che cammina sulla corda, sempre in equilibrio precario. Quando poi il testo è particolarmente ostico o strutturato, come nel caso di testi letterari o poetici, con vincoli metrici o rimici, la traversata diventa ancora più pericolosa. In questi casi, scrive Dryden: “è a tutti gli effetti come camminare sulla corda con le gambe legate”. 

 

Alla stessa metafora fa ricorso la giornalista, traduttrice letteraria e interprete giudiziaria Anna Aslanyan nel suo Dancing on Ropes (2021), tradotto ora in italiano per Bollati e Boringhieri, da Enrico Griseri, con il titolo I funamboli della parola. Le traduzioni che hanno cambiato la storia. “Il funambolo – scrive Aslanyan – con ciò che di gioioso e di rischioso la sua figura suggerisce, è un simbolo appropriato del mestiere del traduttore. I traduttori devono lavorare a più obiettivi contemporaneamente: trasmettere il messaggio con efficacia e rispettare vincoli precisi, conservarsi integri e mantenersi flessibili. Per tenere tutto in equilibrio si muovono incessantemente fra queste quasi impossibilità, e il mondo insieme a loro” (p. 16). A questi funamboli della parola è dedicato questo libro, che non ha la pretesa di essere un trattato di teoria della traduzione né di entrare in conflitto con quella che l’autrice chiama la Translation police, ovvero i più dogmatici e astratti adepti della traduttologia, ma più semplicemente di offrire una galleria di personaggi, traduttori e interpreti che, con il loro lavoro, hanno influito in misura più o meno rilevante su qualche capitolo della storia, che si sono sporcati le mani cercando di trovare soluzioni a problemi concreti di traduzioni in situazioni particolari, che sono stati “flessibili”, magari forzando un po’ quello che una traduzione ortodossa, se mai ne esiste una, avrebbe richiesto. 

 

 

Accanto alle vicende di una nutrita schiera di dragomanni, impegnati a mutuare fra le diplomazie occidentali e i tribunali e le istituzioni governative dell’Impero ottomano, Aslanyan descrive le disavventure di Adriaan Koerbagh, pensatore fra i più radicali del suo tempo, che nel 1668 pubblicò in Olanda un dizionario di termini tecnici, giuridici, medici e delle sacre scritture, suscitando scandalo, conseguente arresto e incarcerazione per blasfemia, o l’affascinante produzione di John Florio, amico di Giordano Bruno, traduttore in inglese degli influenti saggi di Montaigne e autore di A Worlde of Wordes, ricco e accurato dizionario italiano inglese contenente 44000 lemmi, oltre che di Florios Second Frutes, un’ampia raccolta di circa 6000 proverbi.

 

Proverbi ed espressioni idiomatiche sono spesso un banco di prova per interpreti e traduttori, che devono intervenire più di quanto di solito si pensa sia consentito a un semplice mediatore linguistico, per evitare che ciò che è alluso e implicito in modi di dire o metafore d’uso comune crei fraintendimenti gravi che potrebbero mettere seriamente a rischio rapporti diplomatici o trattative economiche. Ne sono testimonianza le memorie degli interpreti Oleg Trojanovsky e Viktor Suchodrev, che accompagnarono Nikita Chruščëv nei suoi viaggi negli Stati Uniti, memorie ampiamente riprese da Aslanyan. Il segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, com’è noto, amava usare proverbi ed espressioni idiomatiche, ma era anche piuttosto impulsivo e irrefrenabilmente loquace nelle repliche ai suoi interlocutori, al punto che i suoi interpreti dovevano intervenire cercando di aggiustare certe esternazioni diplomaticamente rischiose. In modo simile il traduttore russo di Silvio Berlusconi, Ivan Melkumjan, fu costretto ripetutamente a piccoli salti mortali creativi per rendere “digeribili” agli interlocutori le barzellette dell’allora primo ministro italiano, convertendo l’umorismo nella valuta locale. 

 

Da Alessandro Maurocordato, di origini greche, che dal 1673 svolse la funzione di gran dragomanno presso il governo ottomano, al reverendo inglese poliglotta Joseph Wolff, autore della traduzione di parti del Corano dall’arabo al persiano, a Richard Sonnenfeld, soldato semplice statunitense, ebreo tedesco fuggito dalla Germania nel 1938, che ebbe un ruolo centrale nel processo a Norimberga come interprete di Göring, Aslanyan ci offre una curiosa e godibile carrellata di personaggi che hanno saputo abilmente camminare sul filo della mediazione culturale e linguistica, contribuendo con il loro lavoro a cambiare a volte il corso della storia. Sono personaggi spesso eccentrici, che ricordano i protagonisti di certi fortunati film come Silvia Broome (Nicole Kidman) nell’Intepreter di Sydney Pollack, o di romanzi che hanno come tema la traduzione (uno fra tutti Corazón tan blanco di Javier Marías) che costituiscono una sorta di sottogenere utile anche alla riflessione sul tradurre, come ha mostrato Antonio Lavieri nel suo Translatio in Fabula (Editori Riuniti).

 

L’ultimo personaggio della galleria accuratamente documentata da Aslanyan è un interprete sui generis: la Machine translation. Nell’ultimo capitolo l’autrice descrive la vicenda di quest’ultimo arrivato, dalla sua nascita alla fine degli anni quaranta, con i primi tentativi del matematico Warren Weaver, alla traduzione automatica basata sulla statistica e i corpora linguistici degli anni ottanta, alle reti neurali e i cosiddetti word embeddings dell’ultimo decennio. Nell’ambito della traduzione automatica e, anche se in modo meno evidente, in quello delle tecnologie di interpretazione assistita sono stati fatti indubbiamente passi da gigante. C’è chi prevede che presto le professioni del traduttore e dell’interprete saranno un ricordo del passato, ipotesi di chi in genere ha un’idea piuttosto limitata non solo dell’atto del tradurre, ma dell’atto linguistico in generale. Quello che molti dei traduttori e degli interpreti presentati da Aslanyan hanno fatto è stato molto di più di quello che potrebbe fare una macchina: hanno mediato linguisticamente e culturalmente.

 

Provate a pensare a una macchina che traduce quanto dice un ginecologo italiano a una giovane donna marocchina in un ospedale. E pensate a quanto può essere decisivo invece l’intervento di un mediatore o una mediatrice capace di comprende la complessità di quanto c’è in gioco in quel momento. Ma così in qualunque situazione in cui il dialogo è, come dovrebbe essere, una interrelazione vera e vitale. Chiude Aslanyan con una nota di ottimismo sul futuro non solo per la professione dell’interprete e del traduttore ma dei parlanti in generale: “Fino a quando il linguaggio non si restringerà al compito di collocare delle parole più o meno corrette in un ordine più o meno corretto; finché continueremo a scherzare e a imprecare, a elogiare e a ironizzare, parlando e scrivendo schiettamente oppure no; fintantoché la comunicazione umana continuerà a includere tutto ciò e molto altro, parafrasando Mark Twain potremo affermare – senza tema di smentita – che le notizie sulla morte del traduttore sono state fortemente ingigantite” (p. 256). O almeno così spera chi ha a cuore la libertà di pensare, parlare e interpretare anche oltre gli algoritmi e le statistiche, illudendosi magari di potere ancora scegliere.

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