Intervista a Paolo De Benedetti

In una povera capannuccia, al chiarore di una piccola lucerna, un vecchio rabbi tiene tra le mani un libro immenso. Tutto intorno è squallore e desolazione. Ma il suo volto è raggiante, perché studia e finalmente capisce quello che sta leggendo: la “storia” di Dio. Questa è l’immagine del paradiso descritta in una antica parabola ebraica, molto amata da Paolo De Benedetti. Il quale da decenni ha insegnato e insegna a generazioni di studenti e di suoi “uditori” che lo studio dell’ebraico ha insieme la gioia del conoscere, il rovello dell’interrogazione, il senso dell’umorismo e la tenerezza per le creature. 

Un amore come il suo per lo studio, la conoscenza e la “storia di Dio” non può che venire da lontano. 

 

“Io non ricordo come ho imparato a leggere, perché non ho fatto la prima elementare, per ragioni anagrafiche. Andavo da una maestra che mi ha fatto fare, insieme, la prima e la seconda, privatamente. Certamente però, prima di imparare a leggere, ho sentito leggere e raccontare, e ho sfogliato libri illustrati. Nostra madre, mia e di mia sorella Maria, ci leggeva molte storie, da Pinocchio, al libro Cuore, che mi faceva un po’ paura con tutte quelle storie tremende. Poi, più avanti nel tempo, ci leggeva passi dai grandi romanzi. Ci ha letto anche, integralmente, sera dopo sera I Buddenbrook, traducendolo dal francese. Il libro, per ragioni politiche, non era tradotto in italiano. Ma mia madre aveva una passione particolare per Thomas Mann, anche perché, essendole stata diagnosticata una forma lieve di tubercolosi, nostro padre l’aveva fatta partire immediatamente per il sanatorio di Davos, dove è ambientata La montagna incantata.” 

 

Paolo e Maria erano piccolissimi quando la madre, Teresa, fu separata da loro per più di un anno. Inutile dire che la separazione fu traumatica. Quando la madre tornò fra i tre si creò un legame fortissimo. Ed è da pensare che sia nata da questo affetto intimo e intenso, che aveva già conosciuto il dolore, quella particolare tenerezza di Paolo De Benedetti, quella sua considerazione per i piccoli, i deboli, i bambini, e anche gli animali. Gli animali hanno una parte importante nella quotidianità e nella teologia di Paolo De Benedetti. In un angolo ombroso del giardino della casa di Asti – una bella casa sulle colline, che il padre fece costruire alla morte del nonno, quando la proprietà fu divisa fra i tre fratelli – si trova una sorta di piccolo cimitero, minuscoli tumuli segnati da pietre, dove sono sepolti i gatti e i cani di casa.

 

“Bisognerà che prima o poi ci metta anche i nomi. Altrimenti si finisce per dimenticare chi c’è sotto. Per ora c’è solo quello della cagnetta Pucchia…” Anche la passione per gli animali trova alimento nelle prime letture. La storia del gallo Sebastiano, un classico di Ada Marchesini Gobetti, la moglie di Piero Gobetti, assieme alle Storie del dottor Dolittle, alle Fiabe di Andersen e dei Fratelli Grimm. Ma con gli anni, e con la sapienza, Paolo De Benedetti ha elaborato una vera e propria “teologia degli animali”: una lettura della Parola biblica che interpreta la storia a partire dal basso, dall’infimo, dal perdente. Presso un amico, in campagna, Paolo De Benedetti va ogni tanto a trovare anche il suo asino. E quale creature più bassa, più infima, più perdente di un asino? 

Ma, naturalmente, Paolo De Benedetti è soprattutto uomo di sapienza biblica. E anche quella è talmente connaturata alla sua persona che non può che avere origine nell’infanzia. 

 

“Tra i primi libri che ho sfogliato ce n’era uno – formato album – in cui la pagina sinistra raccontava la cosiddetta “storia sacra”, e quella di destra la illustrava con delle incisioni. Ancora oggi tutto l’Antico Testamento lo penso attraverso quelle immagini. Non solo, ma io e mia sorella quando giocavamo al teatrino ci rifacevamo a quelle illustrazioni – alla storia di Abramo, di Isacco, di Giacobbe – per ricostruire gli ambienti e gli arredi.” 

 

Chi conosce Paolo De Benedetti sa che ha una curiosa identità religiosa: ebraica e cristiana nello stesso tempo. Anche se non gli piace definirsi, tuttavia ammette di essere un “giudeo-cristiano”. Cosa certamente insolita per un italiano. 

 

“Nostro padre, Ettore, faceva il medico, il primario di ‘patologia speciale medica’ all’ospedale di Asti. Era di padre ebreo, ma avendo una formazione laica lasciò a nostra madre il compito di una educazione religiosa, purché fosse lei stessa a impartircela e non la delegasse a nessuna chiesa. Per cui ho avuto la fortuna di non andare al catechismo, ma di ascoltare il Nuovo Testamento dalla voce di nostra madre. Lei era di famiglia cattolica (una sorella molto bigotta, ma un fratello frate di grande apertura, missionario in Cina, poi tornato in Piemonte con una fama di “consolatore”). Così, piano piano, sono diventato cristiano. E a un certo punto della mia infanzia ho ricevuto il battesimo, la comunione e la cresima, tutto insieme. Prima delle leggi razziali.” 

 

 

Ha frequentato la scuola negli anni del fascismo. Problemi con le leggi razziali?

 

“Per fortuna ero asmatico. Per cui, essendo esonerato da ginnastica, non ho mai dovuto partecipare alle adunate fasciste, né indossare nessuna divisa. Non essendo di madre ebrea, io ero ebreo solo per metà, come del resto nostro padre, per cui ho potuto frequentare le scuole fino alla fine. A nostro padre però fu tolto nominalmente il primariato, anche se continuò ad esercitare perché non avevano nessuno con cui sostituirlo.”

 

Il rapporto con i libri continua, naturalmente, negli anni adolescenziali e giovanili. Letture particolari o maestri particolari?

 

“Per quanto riguarda i libri, sono stato molto colpito da Dostojevskij, da Tolstoj, dalle Confessioni di Sant’Agostino, anche dall’Imitazione di Cristo. Ma nel frattempo frequentavo un prete di Alba, don Natale Bussi, che andavo a trovare in treno, e per la strada bevevamo insieme un vermouth: lui aveva tutti i libri di Karl Barth in tedesco. Poi ho incontrato Piero Rossano, diventato un vescovo ausiliario di Roma, che teneva buoni rapporti con ebrei e con musulmani. Al suo funerale c’erano pochi vescovi, ma c’era il rabbino Toaff. Sono loro che mi hanno dischiuso le porte della teologia.”

 

E il grande interesse per l’ebraismo?

 

“La propensione all’ebraismo si precisa in un modo curioso. Attraverso l’interesse linguistico. Un compagno di università, Silvio Chini, prete, si era messo a studiare l’ebraico. Nel frattempo Giuseppe Invrea, presidente del tribunale di Asti, aveva la passione per le lingue, e scriveva dei corsi rudimentali per gli amici sul retro dei fogli del tribunale. Ci dava anche lezioni di babilonese. Mi ricordo ancora l’iscrizione di Assurbanipal: Guggu sar luddi, nagu samibir ti tanti, ashru ruku, shasharrani abbeia laish musikir shumishu... La traduzione suona così: Gige, re di Libia, terra che è al di là del mare, di cui i miei sovrani padri non sapevano neanche il nome… Chi sa l’ebraico vi riconosce molte assonanze. Poi, dalla passione per la lingua, sono passato alla passione per il pensiero ebraico.”

 

L’insegnamento più grande dell’ebraismo? 

 

“L’ebraismo mi ha insegnato a diffidare estremamente di tutti coloro che dicono ‘questa è la verità’: dal papa a chiunque altro. Ma soprattutto direi che ci sono quattro ‘stelle polari’, le regole ermeneutiche che definiscono l’essenza dell’ebraismo. La prima: vi è sempre un’“altra interpretazione” possibile, diversa dalla tua. La seconda: aggiungere sempre, alle proprie affermazioni un “se così si può dire”, per attenuarne il valore. La terza: mettere un tempo di “sospensione” tra la domanda e la risposta. Non dobbiamo avere la pretesa di risolvere tutte le difficoltà. La quarta: insegna alla tua lingua a dire “non so”, per non essere preso per mentitore. Queste regole valgono per l’ebraismo, ma anche per il cristianesimo. Ho notato che proprio il pluralismo ermeneutico ha salvato l’ebraismo dagli scismi e dalle eresie. E dal dogma.”

 

In Paolo De Benedetti la storia d’amore con il libro ha conosciuto però un passaggio ulteriore: dalla lettura personale al lavoro editoriale. Ha lavorato alla Garzanti, attualmente è consulente della Morcelliana, ma soprattutto ricorda il lavoro alla Bompiani, con Umberto Eco e Furio Colombo: una grande passione e un grande divertimento. 

 

“Valentino Bompiani a un certo punto chiese a ciascuno di noi di inventare la ‘collana’ che più gli fosse piaciuta. Io, che per il Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi avevo steso moltissimi profili biblici, ho inventato una collana di “ricerca religiosa”, che fu la prima collana teologica in Italia senza imprimatur, non ecclesiastica. Lì pubblicai per la prima volta in italiano Resistenza e Resa di Dietrich Bonhoeffer, e poi la sua Etica. In quegli anni, mi sembra, il vero lavoro culturale passava dentro alle case editrici, e non nelle università. Oggi? Oggi è tutto molto diverso. I libri sono un oggetto di consumo, è una disperazione – dice mostrando diecine e diecine di pile di libri, accatastati su due tavoli fatti costruire apposta, che prendono tutta una stanza. Arrivano libri non richiesti. Compriamo libri che poi non riusciamo non dico a leggere, ma nemmeno più a ritrovare…”

 

Che cosa vorrebbe rileggere, se ne avesse il tempo?

 

“Vorrei rileggere tutto Dostojevskij. Tutto il Nuovo Testamento. Anche Robinson Crusoe, e Bonhoeffer. Vorrei rileggere anche i miei libri, perché non li ricordo più. Per fortuna sono piccoli, ma avrei bisogno di sapere che cosa ho scritto…”

 

Si guarda intorno. Su uno scaffale del soggiorno, fotografie di persone che non ci sono più. 

“Finché c’è il volto e il nome, non c’è morte. Dimenticare il nome è far morire.”

 

Nota

Nato ad Asti il 23 dicembre 1927, docente di giudaismo presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e presso gli istituti di Scienze religiose dell’Università di Urbino e di Trento, è stato consulente editoriale della Bompiani e della Garzanti. Attualmente consulente editoriale della Morcelliana (dirige la collana “Il Pellicano rosso”), si autodefinisce “sacrestano della sinagoga di Asti”. Presso la Morcelliana: La morte di Mosè; La chiamata di Samuele; Quale Dio? Una domanda sulla storia; Introduzione al giudaismo, 2001; A sua immagine. Una lettura della Genesi; Un filo d’erba. A partire da Luigi Pirandello; presso Qiqaion: Ciò che tarda avverrà; presso San Paolo: Gattilene

 

Ripubblichiamo questa intervista apparsa su "Tuttolibri" del 20 dicembre 2008, in ricordo del grande studioso, scomparso l'11 dicembre scorso.

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