L'horror di Peter Straub

Koko

Peter Straub è il più grande autore horror di cui non avete mai sentito parlare. 

No, va bene, questo inizio ad effetto è vero solo in parte: perché se vi piace l’horror è impossibile che non abbiate sentito parlare di lui. Eppure c’è qualcosa di frustrante nel constatare che la fama di Straub, pure autore in passato di fortunatissimi bestseller, è oggi relegata all’ambito degli appassionati – soprattutto in Italia, dove, con l’eccezione di Ghost Story (1979, brevemente rimessa in catalogo da Bompiani nel 2013) e The Talisman (1984), scritto insieme a Stephen King, per trovare i suoi libri ci si è a lungo dovuti ridurre a esplorare le bancarelle dell’usato. Per fortuna Fanucci, da cinquant’anni baluardo degli appassionati di narrativa fantastica, ha deciso finalmente di sottrarre i lettori dall’impagabile ma non sempre agevole fardello della caccia libraia e di farsi carico della ripubblicazione di diverse opere di Straub. Il libro scelto per dare il via all’operazione è Koko (1988), e per ora sono stati annunciati Ghost Story e il velatamente lovecraftiano Mr. X (1999) (dispiace solo che per Koko sia stata lasciata da parte la copertina originale, i cui colori pastello non suggerivano nulla della materia del racconto ma generavano un’immediata inquietudine, in favore di un più generico e meno invitante nido di spine).

 

Straub, dicevamo, è un autore per appassionati del genere (e tra i più blasonati, considerato che ha vinto cinque premi Stoker); ma è un peccato che le cose stiano così, perché si tratta senz’altro di uno scrittore in grado di regalare enorme piacere al lettore. Uno di quegli scrittori per cui si può usare, senza esagerare, il termine capolavoro – e lui ne ha scritto più di uno. Nella prima parte della sua produzione, lavora sulle atmosfere del gotico e dell’ossessione psicologica, con due romanzi (Julia, 1975, e If You Could See Me Now, 1977) in cui la presenza degli spettri non è mai tanto importante quanto la descrizione del tracollo emotivo e personale di chi li vede o crede di vederli. L’ispirazione di Straub è solennemente letteraria (da M.R. James a Poe, da Hawthorne a Henry James), e culmina in Ghost Story, il suo primo bestseller e forse il suo libro più bello, che pesca a piene mani dalla tradizione e intende deliberatamente farsi enciclopedia, ur-testo dell’horror contemporaneo, mettendo insieme storie di spettri, folk horror, vampiri e licantropi, e ponendo così l’accento sul continuo processo di rimediazione che sta alla base del gotico. 

Nell’atmosfera avvolgente e minacciosa dell’inverno del New England, la piccola città di Milburn viene presa d’assalto da un’entità misteriosa, legata al passato di quattro degli anziani maggiorenti del paese, che da decenni passano il tempo (neanche a dirlo) a raccontarsi storie di fantasmi.

 

 

In Ghost Story si succedono scene indimenticabili, dall’inquietantissimo prologo/epilogo sull’uomo in fuga con la bambina, alla storia di spettri raccontata da Sears James che sembra uscita da una raccolta di leggende dei puritani, fino allo spaventoso susseguirsi di morti tra gli abitanti della città che, grazie all’enfasi sulla ricostruzione atmosferica e al distacco con cui Straub le riporta, paiono avere l’ineluttabilità di una catastrofe naturale. Se pure è un libro che oggi possiamo leggere con un po’ di disagio per la sospettosità verso l’agency femminile che sta al cuore della vicenda (e che conferma purtroppo certi pregiudizi verso l’horror come un genere conservatore), Ghost Story resta un romanzo maestoso, in cui i capisaldi dell’horror del passato si mescolano armoniosamente in un moderno romanzo horror di ampia scala (come aveva fatto in parte già Stephen King in Salem’s Lot, 1975), dallo stile classico e sicuro ma mai pedante. 

 

Straub non è il tipo di scrittore che si adagia sui suoi successi, che ripete un modello consolidato per un pubblico di affezionati. A Ghost Story seguono nel 1980 Shadowland, uno splendido dark fantasy e romanzo di formazione incentrato sulla magia, e nel 1983 Floating Dragon. Altro vero capolavoro, Floating Dragon è uno small town horror che dimostra ancora una volta la capacità dell’autore di orchestrare storie diverse e di preparare il terreno con pazienza e sistematicamente al crescendo del romanzo. Soprattutto, Floating Dragon ricorda molto da vicino It di Stephen King (un vasto affresco di storie interconnesse, crimini del passato che tornano a tormentare i vivi, un’entità malvagia che si ripresenta ciclicamente) – che uscirà solo nel 1986. 

 

Da qui in poi fino a metà degli anni Novanta la produzione di Straub sarà incentrata intorno a quel nucleo di storie collegate tra loro che si dipana da Koko, di cui parleremo meglio tra un attimo – Mystery nel 1990 e The Throat nel 1993, oltre a vari racconti brevi e lunghi. Dopo i thriller soprannaturali Lost Boy, Lost Girl (2003) e The Night Room (2004), l’ultimo suo romanzo ad oggi è A Dark Matter, del 2010, impressionante esercizio stilistico in cui l’autore racconta, da molteplici punti di vista, un avvenimento soprannaturale avvenuto ai protagonisti decenni prima. Forse il suo libro più maturo e controllato, A Dark Matter è una riflessione sul tempo, sulla memoria, sul trauma – come del resto avviene in tutta la produzione dell’autore, e in maniera macroscopica anche in Koko

 

 

Quando scoprono che un serial killer che si firma Koko sta mietendo una vittima dopo l’altra nell’Asia sudorientale, quattro reduci del Vietnam vi riconoscono le tracce di un crimine di guerra che hanno commesso anni prima, e si mettono sulle sue tracce, convinti che si tratti di un loro ex commilitone, Tim Underhill – una supposizione che sarà presto disattesa, per lasciare il posto a una ben peggiore. La loro ricerca si snoda per gli slum e i club più pericolosi di Bangkok, per concludersi nello squallore della periferia di Milwaukee. Programmaticamente contrario alla linearità della narrazione, in ogni momento il tempo del racconto di Straub si spalanca sulle profondità delle reminiscenze della guerra, sulla persistenza del trauma e sull’incapacità di disfarsene, rendendole a livello testuale attraverso il ricorso continuo all’analessi. Questa scelta stilistica, che sposta l’attenzione dal meccanismo dell’whodunnit alla ricostruzione d’ambiente e psicologica, rende Koko molto più di un semplice thriller, ma semmai un affresco sociale e storico sull’eredità della guerra del Vietnam e sulla corruzione degli esseri umani. Alla fine del libro, il lettore avrà capito che scoprire chi sia davvero Koko è meno importante di sapere cosa lo ha portato a essere quello che è – di sapere, come diceva Golding, che gli uomini producono il male come le api producono il miele. 

 

Koko è un libro lento nel senso migliore del termine: è un libro in cui le cose sono lungamente preparate prima che accadano, in cui i personaggi sono più importanti dell’improvvisa escalation di violenza di cui potrebbe essere in cerca (e giustamente, è chiaro) un lettore di horror. È un libro, in altre parole, “per gente a cui dei romanzi horror piace la parte prima che arrivi il fantasma”, come ha scritto Grady Hendrix. È anche un libro in cui affiora continuamente il sottotesto di due romanzi, Cuore di tenebra di Joseph Conrad e Gli ambasciatori di Henry James (a cui si ispira un altro capolavoro del Novecento, Il talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith, 1955): da Conrad Straub prende il motivo della discesa nell’inferno coloniale come un incubo (come del resto aveva già fatto Coppola un decennio prima con Apocalypse Now), da James il racconto surreale di un progressivo furto di identità. 

Forse, trentadue anni dopo, può fare specie trovare nelle pagine di Straub parecchi stereotipi esoticheggianti a caratterizzare le pagine ambientate in Thailandia e nel sud-est asiatico. E tuttavia, la rappresentazione di questi paesi (e soprattutto di Bangkok) come sudice trappole per turisti dove tutto e tutti sono in vendita, se da un lato può soddisfare la curiosità esotica del lettore, dall’altro contribuisce a creare non solo quel clima conradiano che caratterizza tutta la prima parte del romanzo, ma anche e soprattutto la vivida impressione che la Thailandia sia una nazione traumatizzata dallo spettacolo spaventoso della guerra in Vietnam, ridottasi a parco divertimenti per turisti e soldati per non rischiare di fare la stessa fine. Anche in questa ricostruzione d’ambiente, a dispetto degli stereotipi, si ritrova quella stessa attenzione a come il male si riproduce e si trasmette. 

 

 

Al cuore dell’orrore di Straub sta spesso la domanda: è successo davvero o no? Gli eventi soprannaturali di cui si parla sono avvenuti veramente, sono una fantasia dei personaggi, o un inganno prospettico ai danni del lettore? L’interrogativo circa la veridicità dei fatti, su cui si arrovellano i lettori quanto i personaggi, pare sempre leggermente più importante dei fatti stessi. Le storie che si scambiano gli anziani protagonisti di Ghost Story sono altrettanto importanti di quella che avviene loro; la struttura à la Rashomon di A Dark Matter offre tanti e così diversi sguardi sul medesimo evento da rendere impossibile per il lettore trarne una visione coerente, e finisce per nasconderlo più che rivelarlo. Lo stesso accade per il massacro che sta al centro di Koko, la strage compiuta dai protagonisti in un villaggio vietnamita durante la guerra: della sua parte più brutale, l’uccisione di trenta bambini in una caverna, il lettore non sa mai se è avvenuta, o se si tratta di un’accusa infondata o addirittura di un’allucinazione. 

Dal momento che hanno scritto due libri assieme (il secondo è Black House, 2001), il paragone tra Straub e Stephen King è inevitabile. Va da sé, d’altra parte, che qualsiasi paragone con uno scrittore che non è più solo uno scrittore, ma un’icona culturale, e che ha firmato decine di opere che hanno definito l’immaginario horror per come lo conosciamo, non può che risultare perdente per l’altra parte. Tanto più che Straub è uno scrittore profondamente diverso da King: se l’interesse primario di King è sul racconto, quindi sul personaggio, e solo raramente sulla prosa, Straub è uno stilista consumato il cui interesse primario è il ritratto psicologico, sorretto da un uso solido e controllato di uno stile alto, che si sforza di non scadere mai nel luogo comune. 

 

È proprio questo interesse per la psicologia del personaggio che lo porta a scrivere così spesso di serial killer, come avviene in Koko, ma anche nello straordinario racconto “Bunny Is Good Bread” (in Magic Terror, 2000) o nella novella A Special Place (2010, uno spin-off di A Dark Matter). Allo stesso tempo, la sua enfasi sullo stile e sulla psicologia invece che sulla trama e sulla singola scena fa sì che (ed è uno dei grandi elementi di fascino di questo scrittore, ma anche una delle maggiori fonti di perplessità per certi lettori, come prova la polarizzazione delle sue recensioni online) l’atmosfera prevalga spesso e volentieri sugli eventi, che si possa chiudere un libro restando attaccati alle descrizioni di luoghi e sensazioni ma senza un’idea precisa di cosa sia successo – o con l’idea che quello che è successo sia tutto sommato poco importante. Ancora, e per rimanere in tema di serial killer, mancano in Straub le scene teatrali e i villain indimenticabili che si possono trovare, per esempio, in Thomas Harris: e se pure viene meno quell’icasticità che caratterizza la saga di Hannibal, in Straub si può trovare una solidità e una sicurezza nei moventi psicologici dell’assassino che Harris non possiede neanche lontanamente. 

Tutto questo dunque lo relega nella prestigiosa ma angusta categoria di scrittore per scrittori? Assolutamente no. Certo, il piacere che danno i suoi libri viene dal fatto che, a differenza di tanti altri autori di genere, Straub sa scrivere; che nei suoi romanzi non si trova né l’orizzontalità narrativa, né la prosa sciatta, intarsiata di frasi fatte di tanti suoi colleghi. Allo stesso tempo, è un maestro del racconto di suspence, in grado di tenere il lettore sulla graticola per lunghissime pagine, pescando con eguale disinvoltura da modelli classici e dal pulp più efferato. Era da tempo che aspettavamo che Straub tornasse in libreria anche in Italia, e la speranza è che arrivi a ricoprire presto, anche per i lettori italiani, il posto che merita nel canone dell’horror contemporaneo. 

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