L’illuminismo pirata di David Graeber

L’abbandono dello stato per la formazione di modelli di società utopici rappresenta un mito romantico che riemerge a fasi alterne in tutte le epoche. 

Recentemente, un film italiano prodotto da Netflix, L’isola delle Rose, ha risvegliato di nuovo questo mito, conquistando molti spettatori, di differenti orientamenti politici, con il sogno dell’autogoverno e dell’indipendenza dalle forme autoritarie di governo statale. Il film stravolge quasi completamente la storia vera a cui si è ispirato, per restituirci una visione fortemente romanticizzata e fantasiosa di quella vicenda. Il fondatore dell’isola delle Rose, in realtà, lungi dall’essere un romantico utopista anarco-libertario, è paragonabile ai moderni venture capitalist californiani che sognano di fondare una propria repubblica su un’isola deserta per non pagare le tasse e sfuggire al governo dello stato, in linea con l’ideologia anarco-liberista di cui sono diventati alfieri. Molto spesso gli autori di questi tentativi di secessione dallo stato o ribellione verso le sue regole sono stati descritti come dei novelli pirati. La metafora “pirata” è stata usata spesso per definire avventure e gesta molto diverse tra loro.

 

Anche le radio pirata degli anni Sessanta e Settanta hanno subìto lo stesso processo di romanticizzazione. Molte di esse non erano che tentativi di imprenditori stranieri di mettere in piedi una macchina per fare profitti vendendo pubblicità, all’epoca proibita nell’etere europeo controllato dai singoli stati. Fu in Italia che le radio pirata acquisirono per la prima volta una dimensione politica, non finalizzata al profitto ma al cambiamento sociale.

 

I pirati dell’etere, i pirati informatici, i pirati del web, i pirati della strada, il partito pirata: nell’immaginario collettivo plasmato dai media moderni il termine ha sempre indicato, in maniera ambigua, sia un manipolo di criminali che non rispettano le regole sia un branco un po’ disordinato di sognatori romantici e avventurieri anti-sistema.

Alla radice di questa ambiguità troviamo i pirati “veri”, quelli che hanno imperversato nei mari del sud e dell’est tra il diciassettesimo e diciannovesimo secolo, come contrappunto all’ascesa dell’imperialismo, del colonialismo e del capitalismo industriale.

Sui pirati e i loro modi di vita libertari sono circolate tante leggende e poche ricerche storiche. In particolare, si sa poco o nulla circa la reale esistenza di una colonia anarchica fondata da un gruppo di pirati sotto il comando del capitano Henry Avery verso la fine del Seicento nella regione settentrionale del Madagascar. 

 

A indagare il mito di Libertalia è arrivato David Graeber, antropologo e scrittore americano scomparso recentemente a Venezia a 59 anni, con il suo libro L’utopia pirata di Libertalia (Elèuthera, traduzione di Elena Cantoni, prefazione di Franco La Cecla).

Io non sono un antropologo né un esperto di storia pirata, anche se fin da bambino sono stato un avido lettore di storie popolari sui pirati, quindi non so dirvi se la ricostruzione di Graeber e la sua interpretazione siano particolarmente affidabili, ma quello che è importante del libro di Graeber è la conclusione a cui arriva, che ci pone delle domande anche sul nostro tempo.

 

Graeber sostiene che Libertalia è probabilmente una leggenda, ma allo stesso tempo prova a dimostrare come questa leggenda abbia delle fondamenta e che sia davvero esistita, a cavallo tra sei e settecento, una confederazione anarchica da quelle parti, popolata da figli di donne locali e pirati. A capo di questa confederazione, chiamata Confederazione betsimisaraka, ci sarebbe stato Ratsimilaho, figlio di un pirata e di una donna malgascia che prende il potere utilizzando le dotazioni di armi del padre e le relazioni della madre. La confederazione arriverà a controllare le cose settentrionali dell’isola, i pirati e i malgasci che la abitano collaboreranno per convivere insieme pacificamente, i pirati abbandoneranno la tratta degli schiavi e anzi proteggeranno la popolazione locale e insieme daranno vita a una strana forma di governo illuminata, dove i discendenti delle unioni tra donne malgasce e pirati formeranno una nuova casta, gli zana-malata, che esiste ancora oggi in Madagascar ed è molto refrattaria a qualsiasi imposizione autoritaria.

 

Secondo Graeber è probabile che le cose siano andate più o meno così, ma questo non è un libro di pirati, non vuole semplicemente raccontare la storia delle origini pirata di una etnia del Madagascar. Il punto del libro è un altro: dimostrare che proprio in quelle remote regioni, che all’epoca erano al centro del nascente circuito globale delle merci, siano nate le idee che hanno costituito il cuore dell’Illuminismo. Per questo il titolo originale del libro, molto più evocativo di quello italiano, è Pirate Enlightment, ovvero Illuminismo pirata.

L’idea del libro è che i primi fermenti del pensiero politico illuminista – gli ideali di tolleranza, eguaglianza e libertà, gli ideali di un potere derivante da un consenso dal basso invece che conferito dall’alto – non siano emersi in Francia tra i salotti parigini, bensì siano rintracciabili tra le pieghe a tratti leggendarie della Confederazione betsimisaraka, dove per la prima volta si tentò di applicare alla terra ferma i principi organizzativi democratici sperimentati per primi sulle navi pirata. 

Le ricerche di Linebaugh e Rediker, ci ricorda Graeber, sostengono che le navi sono state il “laboratorio di formazione” della manodopera salariata: i principi disciplinari della divisione del lavoro tipici delle navi dei grandi imperi coloniali sarebbero poi stati esportati nelle fabbriche, sulla terra ferma, trasformando i proletari, i contadini e i marinai in operai che prestavano la propria forza lavoro in cambio di un salario fisso.

 

 

Di converso, le navi pirata hanno invece rappresentato il modello opposto: se le navi imperiali erano il laboratorio della futura sottomissione dei proletari alla disciplina della fabbrica, le navi pirata erano invece il laboratorio dell’emancipazione del popolo dall’autorità delle élite: da un lato le ferree gerarchie militari, dall’altro l’eguaglianza nella spartizione del bottino e nelle decisioni politiche; da un lato il sacrificio per la patria e dall’altro lo sperpero dionisiaco del bottino; da un lato la disciplina, dall’altro l’eccesso.

La tesi di Graeber è che le idee radicali di tolleranza, rispetto della diversità culturale, eguaglianza e libertà personale, che avevano attecchito in forme strambe sulle navi dei pirati, siano sbarcate in Madagascar e abbiano contribuito alla nascita di diverse forme di autogoverno locale, dove pirati e malgasci hanno per un breve periodo convissuto pacificamente sperimentando forme di auto-governo radicalmente innovative per l’epoca. Il sincretismo politico frutto dell’incontro tra pirati e malgasci, mediato, a quanto pare, soprattutto dalle donne malgasce, rappresenta per Graeber non tanto un esempio o una prova della possibilità di forme di governo alternative, quanto la prova che l’Illuminismo come ideologia non sia emerso dalle conversazioni nei salotti parigini ma sia in debito con i pirati e i malgasci.

La domanda fondamentale che pone il libro attraverso questa storia è la seguente: sono davvero europei gli ideali di emancipazione dell’umanità? Se la risposta è no, come sostiene Graeber, dovremmo rivedere radicalmente la nostra percezione eurocentrica. Graeber avanza questa tesi per “decolonizzare” l’Illuminismo e farci scendere, ancora una volta e non abbastanza, dal piedistallo sul quale il colonialismo ci ha posizionato. 

 

Alla moda, comprensibile, della critica dell’Illuminismo come arma ideologica europea esportata in tutte le colonie, Graeber contrappone un’idea meticcia di Illuminismo, multi-situata e sprovincializzata. A discutere di libertà, nuove forme di potere e organizzazione della società, centralità dei cittadini ed eguaglianza, non erano solo i francesi riuniti nei salotti e gli inglesi nei caffè, ma una rete molto più ampia di attori, connessi tra loro dalle prime rotte della globalizzazione. A supporto di questa tesi Graeber dimostra come nei salotti delle capitali europee fossero conosciute le storie dei pirati e si discutessero le loro idee. La periferia ha influenzato il centro, come il centro ha influenzato la periferia, solo che del primo flusso non c’è traccia, perché mentre Diderot scriveva l’Enciclopedia, i pirati praticavano la libertà senza lasciarne traccia. Che Libertalia fosse vera o no, ci dice Graeber, l’immaginario che ha generato questa leggenda ha comunque nutrito gli intellettuali europei, influenzandone le idee.

 

La tesi è affascinante perché ci spinge a ribaltare lo sguardo, così come Michael Pollan fa in un libro del 2005, ristampato da poco dal Saggiatore, La botanica del desiderio, dove ci invita a pensare di non essere noi umani ad aver addomesticato le piante, ma di provare a credere che siano state le piante ad addomesticare noi: in entrambi i libri c’è un invito a superare la semplice dicotomia tra soggetti attivi del cambiamento e oggetti passivi che subiscono il cambiamento. Il cambiamento, nel caso dell’Illuminismo, è arrivato da lontano, da idee sperimentate in quegli spazi ancora non sussunti dal colonialismo. E questa lezione ci dice qualcosa anche sulla nostra epoca: dove nasce l’innovazione? Dove nascono le nuove idee che in futuro potrebbero farci cambiare opinione su come dovremmo governarci e convivere tra di noi? 

Adam Arvidsson, per esempio, nel suo recente libro Changemaker. Il futuro industrioso dell’economia digitale, afferma proprio che l’innovazione arriverà dalle classi “industriose”, che nel sud globale fanno parte dell’economia “informale e pirata”.

 

Adam Arvidsson è stato ispirato in questa visione da un sociologo indiano, Ravi Sundaram, e dal suo libro Pirate Modernity (Routledge, 2011). È nelle pieghe del capitalismo industriale globale, nei suoi vuoti a perdere, nei suoi spazi liminali, che si sono installate forme di produzione basate sui commons e forme di produzione del valore basate sul peer to peer. Così come, secondo Graeber, i pirati e i malgasci hanno costituito l’avanguardia del pensiero dal quale scaturì una nuova visione del mondo, è possibile che dalla modernità pirata del sud globale scaturiscano idee che piano piano innescheranno un nuovo cambiamento sociale ed economico, che Adam chiama “industrioso” e che sarà capace di trasformare, più che superare, il capitalismo contemporaneo. 

Come in tutte le utopie pirata, però, qualcuno isserà la jolly roger per arricchirsi ed essere libero di compiere scorribande, qualcuno invece lo farà in nome di libertà ed uguaglianza. Sta a noi comprendere la differenza tra pirati libertari e pirati liberisti. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO