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Louise Glück, la durezza della poesia

Io non ero presente, e il piccolo aneddoto mi è stato raccontato da un poeta italiano. Il luogo è Yale University, all’incirca nel 1992, quando Louise Glück, ora Premio Nobel per la letteratura 2020, ha appena pubblicato The Wild Iris, un libro in cui, come scrisse un critico allora, pare che l’autrice abbia solo due preoccupazioni: i fiori, e suo marito. Dal marito avrebbe divorziato. Dai fiori, mai, perché una parte consistente della poesia di Louise Glück consiste appunto nel dar voce ai fiori. In quell’occasione, Louise Glück partecipava a una tavola rotonda sulla poesia, e qualcuno le fece l’inevitabile domanda: a quale poeta, uomo o donna, si ispirava? A quale linea della letteratura americana? Chi l’aveva influenzata? (Domanda cruciale in quegli anni a Yale, sia per chi seguiva le teorie dell’influenza poetica di Harold Bloom, sia per chi le rifiutava abbracciando il postmodernismo e la decostruzione.) Louise Glück rispose: “La prossima domanda, per favore”. Chi mi raccontò l’episodio mi fece notare che se la domanda fosse stata rivolta a un italiano, i presenti sarebbero stati sepolti da una valanga di riferimenti: nella mia formazione c’è stato questo, e quest’altro, e il mio maestro è stato, e le mie prime letturesono state ecc. ecc. Non so se sarebbe così per tutti, a dire il vero. Conosco vari poeti italiani per i quali il mondo è cominciato con loro – o, come Saba, prima di loro riconoscono solo Dante. Ma Louise Glück, da brava americana, aveva tagliato il cordone ombelicale: state parlando con me, non con Emily Dickinson o Robert Lowell. C’è un generale tono scorbutico nelle sue poesie, soprattutto nelle prime. Non ha mai avuto reticenze a parlare di sé, ma non aspettatevi da lei il pathos del poeta confessionale che vi fa piangere e/o vi rende forti con le sue miserie. Non è Anne Sexton, non è Sylvia Plath. Se leggete Louise Glück, state leggendo un poeta duro. Non che Sexton e Plath non lo siano – lo sono soprattutto con loro stesse – ma Glück è dura soprattutto con i suoi lettori. Non trovo esempio migliore di questo, dalla raccolta Descending Figure, del 1980:

The Drowned Children

 

You see, they have no judgment.

So it is natural that they should drown,

first the ice taking them in

and then, all winter, their wool scarves

floating behind them as they sink

until at last they are quiet.

And the pond lifts them in its manifold dark arms.

 

But death must come to them differently,

so close to the beginning.

As though they had always been

blind and weightless. Therefore

the rest is dreamed, the lamp,

the good white cloth that covered the table,

their bodies.

 

And yet they hear the names they used

like lures slipping over the pond:

What are you waiting for

come home, come home, lost

in the waters, blue and permanent.

 

I bambini annegati

Lo vedi, non hanno giudizio.

Per forza poi annegano,

prima il ghiaccio che li porta sotto

e poi, per tutto l’inverno, le sciarpe di lana

che gli ondeggiano dietro mentre affondano

finché infine se ne stanno quieti.

E lo stagno li solleva nelle sue molte, nere braccia.

 

Ma la morte gli arriva in un altro modo,

molto prossima al principio.

Come se fossero sempre stati

ciechi e senza peso. Perciò

il resto è sognato, la lampada,

la tela bianca, quella buona, che copriva il tavolo,

i loro corpi.

 

Eppure sentono i nomi che si usavano

come richiami scivolanti sullo stagno:

che cosa aspettate,

tornate a casa, tornate a casa, perduti

nelle acque, azzurre e permanenti.

 

Non ci sono compromessi. La poesia di Glück è irta, spinosa, fatta per mettere il lettore, e la lettrice, di fronte a uno specchio che tutto riflette tranne le sue brame (le brame di chiunque, incluse quelle dell’autrice). Basterà quest’altro esempio, da The Triumph of Achilles, del 1985:

 

Mock Orange

 

It is not the moon, I tell you.

It is these flowers

lighting the yard.

 

I hate them.

I hate them as I hate sex,

the man’s mouth

sealing my mouth, the man’s

paralyzing body—

 

and the cry that always escapes,

the low, humiliating

premise of union—

 

In my mind tonight

I hear the question and pursuing answer

fused in one sound

that mounts and mounts and then

is split into the old selves,

the tired antagonisms. Do you see?

We were made fools of.

And the scent of mock orange

drifts through the window.

 

How can I rest?

How can I be content

when there is still

that odor in the world?

 

Filadelfo

 

Te lo dico, non è la luna.

Sono questi fiori

che illuminano il giardino.

 

Li odio.

Li odio come odio il sesso,

la bocca dell’uomo

che sigilla la mia bocca, il corpo

dell’uomo che mi paralizza –

 

e il grido che esce sempre,

l’infima, umiliante

premessa dell’unione –

 

Stanotte, tra me e me

ascolto la domanda e cerco la risposta

fusa in un suono

che sale e sale e poi

si spacca nei vecchi sé,

gli stanchi antagonismi. Vedi?

Ci hanno preso in giro.

E il profumo del filadelfo

entra dalla finestra.

 

Come faccio a riposare?

Come posso sentirmi soddisfatta

se nel mondo

c’è ancora quell’odore?

 

Se ieri mi avessero chiesto chi tra le più importanti poetesse americane sarebbe stata in lizza per il Nobel, avrei dovuto scegliere tra Anne Carson (canadese), Rita Dove (afroamericana), Louise Glück e Jorie Graham, e avrei scommesso su Anne Carson, la più “monumentale” fra tutte, quella che fin dall’inizio è sembrata la più destinata al ruolo di modern classic. Louise Glück ha molto in comune con Carson, soprattutto l’interesse per la classicità greca, gli archetipi della mitologia, e lo sguardo assolutamente disincantato. Ma Louise Glück ci aggiunge il lavoro del risentimento, verso l’anoressia giovanile superata a fatica, l’elaborazione del profondo desiderio di stare per conto suo, con la sola compagnia della lingua e delle parole. Non c’è, da parte sua, né rifiuto del mondo né della comunicazione tra gli umani, ma solo la realizzazione che uomini e donne possono essere uniti solo dalla profonda consapevolezza di ciò che li separa. Ho citato qui le sue due poesie più antologizzate, ma come accade spesso ai poeti che poi temperano col mestiere la loro inevitabile insofferenza giovanile, le ultime raccolte di Louise Glück sono più distese, narrative. Apro A Village Life del 2009 e tra tutti quei perfetti raccontini in versi non so cosa scegliere. Prendo a caso la conclusione di Harvest (Raccolto):

 

And then the frost comes; there’s no more question of harvest.

The snow begins; the pretense of life ends.

The earth is white now; the fields shine when the moon rises.

I sit at the bedroom window, watching the snow fall.

The earth is like a mirror:

Calm meeting calm, detachment meeting detachment.

What lives, lives underground.

What dies, dies without struggle.

 

E poi viene il gelo; del raccolto è inutile parlare.

Comincia la neve; finisce la finzione della vita.

La terra adesso è bianca; i campi splendono al sorgere della luna.

Io siedo alla finestra accanto al letto, guardo la neve cadere.

La terra è come uno specchio:

calma su calma, distacco su distacco.

Ciò che vive, vive sottoterra.

Ciò che muore, muore senza lotta.

 

Louise Glück non è molto tradotta in Italia, ma raccomando le traduzioni di Elisa Biagini in Nuovi poeti americani (Einaudi 2006) e quelle di Massimo Bacigalupo, L’iris selvatico (Giano 2003) e Averno (Dante & Descartes, 2019). Spero che siano ancora in circolazione. Qualcuno ha detto, tempo fa, che il destino del poeta contemporaneo è di arrivare al Nobel senza essere passato per le librerie…

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