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Matthias & Maxime

Di recente Xavier Dolan ha dichiarato che non dirigerà altri film per concentrarsi sulla carriera da attore. Pare difficile credergli: trentun anni, otto regie in dieci anni e una sfilza di premi da far invidia a molti concorrenti. 

 

Nel frattempo, con Matthias & Maxime, il regista di Tom à la ferme e Les amours imaginaires è tornato nuovamente a girare a casa, in Canada, sui luoghi e sui temi che gli sono familiari. La mia vita con John F. Donovan, il suo primo e probabilmente ultimo film hollywoodiano (con un cast di stelle tra cui Susan Sarandon, Natalie Portman e Kit Harington), ha avuto una produzione tribolata, con una sceneggiatura riscritta infinite volte e con cambi in corsa durante le riprese. L’episodio più eclatante ha visto al centro Jessica Chastain, che – nonostante le reciproche dichiarazioni di stima e affetto tra lei e il regista – ha visto tagliata tutta la storyline che la vedeva protagonista. Uscito in sala dopo svariati rinvii, il film non ha acceso l’entusiasmo di pubblico e critica, e anche i fan più devoti sembrano non aver apprezzato più di tanto. 

 

 

Distribuito in Italia con oltre un anno di ritardo, in parte su Sky e in parte in sala, Matthias & Maxime ha segnato nel 2019 il ritorno a Cannes di Dolan, accolto a braccia aperte da Thierry Frémaux. Il regista approda così nuovamente in lidi sicuri (fisici e tematici), firmando sceneggiatura e regia che ripropongono tutti i temi a lui cari da sempre: il conflitto con le figure materne, l’assenza di quelle paterne, i sentimenti repressi che immobilizzano i protagonisti in un limbo di rabbia e incertezze. La sua è una poetica di desiderio e frustrazione. 

 

Fra gli interpreti, a fianco di Dolan troviamo stavolta Gabriel D'Almeida Freitas, comico classe 1990 che esordisce qui sul grande schermo con un ruolo serissimo. Fa capolino anche Harris Dickinson, già visto in Beach Rats (2017), Postcards from London (2018) e nella serie TV Trust (2018): il suo è un ruolo chiave nel film, racchiude pulsioni e contraddizioni, spiacevole e spocchioso è il riflesso di un machismo tossico che Matthias rifugge. Li rivedremo entrambi. Non manca, ovviamente, l'amata Anne Dorval, attrice-feticcio di Dolan, che torna nel ruolo di madre nevrastenica. 

 

Sullo sfondo della provincia canadese, due giovani cercano di sopravvivere alle loro famiglie disfunzionali, opposte ma egualmente tossiche. Maxime, interpretato dallo stesso Dolan, deve combattere con una madre bipolare, non in grado di badare a sé stessa, bugiarda e piena di rabbia; padre non pervenuto; unica via di fuga, un biglietto per l’Australia. La madre di Matthias sembra uscita invece da La fabbrica delle mogli di Ira Levin, affettata e premurosa fino allo sfinimento; il padre ha aspettative precise per il futuro lavorativo di Matthias, non c’è margine di scampo. Maxime ha una grossa voglia rossa che gli copre il viso, si veste in maniera trasandata, le braccia sono coperte da tatuaggi. Matthias ha il portamento elegante di un levriero russo, veste in giacca e cravatta, e a casa ad aspettarlo ha una fidanzata bionda e perfetta che sembra un clone della madre. 

 

La partenza di Maxime si avvicina. Per lui non è solo il simbolo di un nuovo inizio: è un vero e proprio orizzonte di libertà, l’unica possibilità di emanciparsi da un ambiente soffocante e senza sbocchi. I giorni passano, assieme al solito gruppo di amici i due si trovano per cene e chiacchiere. Si ride, si scherza. Come se niente fosse. Finché i due, coinvolti loro malgrado dalla sorella di Matthias – piccola cineasta in erba – nelle riprese di un cortometraggio sono costretti a baciarsi: da quel momento devono affrontare sentimenti da cui si erano sempre nascosti.

Maxime sembra ribollire di rabbia, passione e vitalità. E, pronto a guardare in faccia la realtà, non ha paura di gettarsi dal precipizio. Matthias al contrario si chiude in sé stesso, è sempre più scorbutico, non riesce ad affrontare la partenza dell’amico né ad affrontare l’attrazione tra loro, immobile in una condizione di panico e impotenza. 

 

Non fosse per l’età dei protagonisti, lo si potrebbe dire un coming of age. Per loro l’adolescenza dovrebbe essere una fase ormai archiviata, anche se, con ogni evidenza, i nodi da sciogliere sono ancora troppi, e intrappolano i due in un tumulto emotivo tipico di quegli anni in cui tutto sembra irreversibile, senza orizzonte e soprattutto senza nome.

L’adolescenza è un’unica età indefinita: che siano tredici o diciassette anni, i fantasmi che nascono in quell’arco di tempo possono essere una condanna eterna. Matthias e Maxime combattono per liberarsi da quel sortilegio, senza sapere quale sia la formula magica giusta. Scopriranno che formule magiche non ce ne sono.    

 

 

Quello di Xavier Dolan è un cinema personale, autoriale nel senso classico del termine: esprime una visione del mondo che è al tempo stesso una dichiarazione poetica. E, come ogni autore che si rispetti, non si sottrae alla prima regola della categoria: rifare sempre lo stesso film. Vale per Rohmer, per De Palma, per Almodóvar e per Lanthimos. A rincorrersi sono tematiche, ossessioni, spirali di feticci e suggestioni, in un continuo pastiche. È una distinzione vecchia e abusata, quella tra autori e non, ma funziona ancora per capire al meglio il lavoro di un regista e il cinema che ne deriva. Non tanto nella sua qualità (esistono autori pessimi), ma nella sua natura: buona parte degli autori fa cinema per esorcizzare i propri tormenti. 

 

Dolan torna sui suoi passi, ma ora dimostra un controllo e una maturità che agli esordi erano assenti, la meditazione sul desiderio si fa strada tramite gesti controllati, sguardi appena accennati, parole non dette, baci non visti: tutto calcolato con estrema raffinatezza.  

L’autore si muove nel “labirinto di passioni” con rinnovata maestria. Diventa più discreto, lascia prevalere l’allusione e la suggestione, scrive e dirige procedendo per sottrazione (in antitesi a La mia vita con John F. Donovan) e allestisce una pellicola di grande forza, asciutta e incredibilmente affilata. Indugia ancora troppo sul contesto, ma riesce a gestire la drammaturgia portando la tensione erotica e psicologica alle stelle. C’è un’unica scena erotica, disperata e liberatoria, anche quella non mostrata se non nel suo commovente incipit, con un montaggio che lascia l’amplesso in sospeso nella mente dello spettatore mentre la telecamera riprende un acquazzone. 

 

Si fa aiutare dalla colonna sonora originale di Jean-Michel Blais, pianista québécois, che, con una serie di variazioni sul secondo movimento della Sonata per pianoforte D 845 di Schubert, ricrea un linguaggio emotivo, plumbeo e sensuale, che rispecchia, dando loro ulteriore spessore, i sentimenti dei personaggi. Nello stile di Dolan, allo score originale si uniscono pezzi pop che restituiscono invece la quotidianità del contemporaneo, da Work B**ch di Britney Spears ad Always on My Mind dei Pet Shop Boys.

 

Con questo film Dolan si lecca le ferite e si coccola un po’, dopo il trambusto hollywoodiano, nella sua comfort zone. I fan apprezzeranno, i detrattori come al solito sbufferanno, ma Dolan si conferma un autore di grande intelligenza che con il suo cinema cerca nuovi orizzonti per sfuggire ai suoi fantasmi. Rincorre la classe di quel cinema che racconta la forza delle storie lasciandola fuori campo. L’emozione di un amore che lega due amici, con o senza sesso, non per questo farà meno rumore.  

 

 

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