Il libro Punire. Una passione contemporanea, di Didier Fassin, uscito per Feltrinelli di recente, ricorda due testi scritti da suoi conterranei: Perdonare, di Jaques Derrida, uscito nel 2004 per Raffaello Cortina, ultimo testo del filosofo franco-algerino, lascito culturale del suo pensiero, e Sorvegliare e punire, di Michel Foucault, del 1976 per Einaudi. 

Quando uscì Perdonare, erano finiti da tempo in Italia e in Germania gli anni di piombo, che avevano oscurato le conquiste di democrazia degli anni Sessanta e Settanta, almeno fino al 1978, anno cruciale qui da noi, dove da un lato fu approvata la legge 180 per la definitiva chiusura della reclusione manicomiale e dall’altra fu consumato l’assassinio di Aldo Moro. Fine di un’epoca, inizio di un’altra, ben peggiore. Tuttavia la democrazia non si era arresa e l’opera di Derrida aveva fornito un importante contributo a ripensarla; il suo intervento al Consiglio d’Europa del 21-22 marzo 1996, presso il Parlamento internazionale degli scrittori, pubblicato in italiano da Cronopio, proponeva le “città rifugio”; luoghi dove, come nei conventi medievali, i richiedenti asilo potessero trovare protezione umanitaria al di là del diritto positivo e delle norme, definitive o temporanee, di ciascun paese. 

 

Era il periodo delle Politiche dell’amicizia – per Raffaello Cortina, 1995 - e  dell’ospitalità assoluta, di gran lunga più importante, secondo Derrida, della verità. Senza ospitalità, anche del pensiero, non c’è scienza. La scienza diventa tecnologia di dominio. Che cosa diceva Derrida a quell’epoca? Spingeva l’Europa a riprendere gli ideali attraverso i quali si erano create le democrazie: la protezione umanitaria, la parità dei diritti, la fine del razzismo. Tutto ciò ha avuto risvolti nell’accoglienza con cui l’Europa si apprestava a ricevere i nuovi flussi migratori degli anni Novanta. In quel periodo, in Italia, migliaia di immigrati trovavano sistemazione per loro e le loro famiglie, si integravano nel tessuto sociale del paese in vario modo, un tessuto, dobbiamo riconoscerlo, malavitoso ben prima delle immigrazioni. Poi la crisi delle istituzioni giuridiche, attraverso politiche di restrizione e di punizione, la crisi dell’economia reale e, soprattutto, la crisi culturale. 

 

 

Il panorama contemporaneo è del tutto diverso. A questa crisi sono seguiti movimenti radicali di varia natura, che somigliano a quelli già conosciuti negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Hanno piano piano trasformato l’Europa in una sorta di campo di punizione e di battaglia, di respingimento e di risentimento. Ciò ha accresciuto i momenti punitivi e ridotto la flessibilità dell’accoglienza. I casi raccontati da Fassin sono paradigmatici, così come sono paradigmatiche le notizie che giungono, attraverso i giornali, a proposito delle conseguenze di certe scelte, come i respingimenti dei migranti o l’affacciarsi degli sviluppi della Brexit, che potrebbe, in pochi anni, vedere il licenziamento di decine di migliaia di europei dalle aziende del Regno Unito, dall’oggi al domani. Infatti la Brexit, essendo una norma contro l’Europa, produrrà gravi danni ai cittadini europei e, probabilmente, una perdita di  “cervelli”, pari a quella che in Italia vediamo accadere da anni. 

 

Si tratta di un processo spietato, radicale, produttore di nemici altrettanto radicali, in una sorta di guerra di tutti contro tutti. Di fatto le ideologie più radicali non sono ormai più contro il nemico: l’arabo, l’africano, l’altro; sono contro chi cerca di essere clemente, accogliente, ospitale presso le proprie stesse file. Gli attentati alle moschee sufi, le proclamazioni di sterminio dei “marxisti culturali”, la smania di punire il tuo vicino che non ci sta al risorgere del fascismo è ormai più forte dell’ostilità verso il nemico aperto. Sembra trattarsi di faide interne per punire, annientare, sterminare le persone moderate del proprio colore, della propria religione, del proprio stesso mondo.

 

Si è ridotta la flessibilità, è scomparsa la clemenza e qualsiasi tipo di violazione, intenzionale e non, è sottoposta immediatamente a procedure di punizione. Queste procedure sono tali per cui è difficile avere appello, l’impoverimento culturale ha prodotto un indurimento dell’animo nelle persone. Dell’altro che soffre, che fatica, se non intralcia i tuoi progetti, “chi se ne frega”. Crescono le crudeltà e i sadismi a scapito delle tenerezze e della creazione di intese tra le persone. La comunità si chiudono, l’intesa interna alle comunità è un’agglutinazione di crudeltà, mentre tra una comunità e l’altra si è drasticamente ridotto qualsiasi rapporto di diplomazia, le comunità si coalizzano momentaneamente solo per creare dimensioni di antagonismo nei confronti di chi ne sta fuori, per avere un nemico comune da combattere. È così che, in Italia, le comunità del Nord, tipicamente nemiche e razziste verso le comunità del Sud, entrano in coalizione con queste contro i processi migratori esterni e le richieste di asilo politico da parte di soggetti che appartengono a mondi altri: africani, asiatici, latino-americani, e che cercano di salvarsi dal destino di una guerra o di una persecuzione dittatoriale. 

 

Didier Fassin fa riferimento anche, come ho anticipato, all’opera di Foucault e a uno dei punti di riferimento più importanti per Foucault, Nietzsche. Foucault usa il metodo genealogico, trasforma il metodo storico in una ricerca di ciò che la storia ufficiale, prima di lui, non aveva scritto. Così nasce anche la genesi della punizione e della sorveglianza. Un problema molto importante per le moderne democrazie: qual è il punto a cui può giungere una punizione e quale la sua utilità? Se il reo lacera il tessuto comunitario, la punizione dovrebbe produrre riabilitazione, questo nell’ideologia dei lumi. Tuttavia, come nel modello del Panottico, la riabilitazione consiste nell’interiorizzazione del sorvegliante attraverso un sistema di osservazione occulto: devo “contenermi” perché c’è sempre qualcuno che può osservarmi, in qualsiasi momento. Si tratta di scrivere la storia dell’inconscio, di ciò che non è mai stato raccontato perché questa evenemenzialità è occultata, nascosta. Come, per esempio, dentro la modernità, il cambiamento del concetto di punizione a partire dall’idea di sorveglianza, cioè dall’idea di una conoscenza dell’altro che induca il soggetto a ingoiare il Leviatano, cioè a essere tanto crudele con se stesso da limitare le proprie pulsioni in relazione alla possibilità di sentirsi osservato dagli altri. 

Così Fassin scrive:

 

“È di nuovo in Nietzsche che dobbiamo cercare l’esplorazione di questa relazione problematica con il castigo: ‘la voluttà de faire le mal pour le plaisir de le faire [la voluttà di fare il male per il piacere di farlo] formula che nel suo testo scrive in francese”.

Il piacere di fare il male per farlo non è altro che il volto nascosto del sapere moderno. Se l’illuminismo contiene i principi della democrazia, tuttavia contiene anche il cancro del totalitarismo, che, in primo luogo, nega l’esistenza della sofferenza, che pretende che la sofferenza sia sanzionata, esattamente come la criminalità; ma la sanzione della sofferenza non è altro che il gesto criminale.

 

La società punitiva è dunque una società che introduce dentro se stessa corpi criminali, che non sono anticorpi: servizi segreti, agenti al servizio di qualche potente, anziché proteggere i cittadini, militari che obbediscono ai golpisti, anziché difendere il territorio, politici che non si adeguano alle istituzioni democratiche e alle costituzioni dei loro paesi. Forse non si tratta di eliminare la punizione, se il ministro di un paese democratico non potesse essere perseguito e punito per un reato che commette, abusando dei suoi poteri, allora sarebbe davvero finita. Si tratta di limitare la punizione al minimo indispensabile: limitare obblighi e divieti per esempio, verso i cittadini. Queste sanzioni, questi castighi e punizioni aumentano con l’ipertrofia burocratica, con le norme, sempre più capziose, di protezione della privacy, con le procedure per ottenere documenti di qualsiasi tipo, con le maggiori difficoltà a viaggiare nel mondo, con i protocolli sanitari sempre meno utili a intervenire per produrre salute. Se sanzioni e divieti aumentano, la società è intaccata e diventa a sua volta società del crimine.

Questa, mi pare, la riflessione principale che emerge dalla lettura di Punire, di Didier Fassin.

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