Quando gli africani morivano per la patria (europea)

Il 4 novembre 1918 l'armistizio di Villa Giusti, siglato il giorno prima da Italia e Austria-Ungheria, poneva fine alle ostilità fra i due Paesi. Una settimana dopo, la Prima Guerra Mondiale era finita. Evento cardine della modernità novecentesca, la Grande guerra, gettava le basi per un equilibrio fragile, destinato a sfociare in un altro e ancora più sanguinoso conflitto. A un secolo esatto di distanza, che cosa rimane di quella terribile esperienza? Siamo stati davvero capaci di elaborare il trauma, o stiamo nuovamente cadendo preda di pulsioni revansciste, militariste e xenofobe? 

Concludiamo oggi, con le parole di Carlo Greppi e le immagini di Alessandro Camillo, una serie di interventi di storici, scrittori e studiosi con cui abbiamo cercato di ricostruire l'impatto del primo conflitto mondiale sulla coscienza collettiva. Un modo per ripensare la memoria della Grande guerra, con gli occhi puntati sul prossimo futuro.

 

Statua che rappresenta un giovane tirailleur: il suo sguardo tende all'orizzonte, verso l'Africa.


Le lapidi con la mezzaluna, a distinguere i tirailleurs musulmani "morti per la Francia".


Al Cimetière du Trabuquet di Mentone una statua dello scultore Joel Vergne rappresenta quelli che della Grande guerra sono i “veri militi ignoti”, come ha scritto Pankaj Mishra sul “Guardian” in un articolo tradotto da “Internazionale” all'inizio del 2018, quando si iniziava a “celebrare” l'ultimo anno del centenario della Grande guerra. Come Mishra anche lo storico suo connazionale Santanu Das stima in oltre quattro milioni i “non bianchi” mobilitati nel conflitto, oltre la metà dei quali erano africani. Si è voluto ricordarli anche su Doppiozero: la loro storia è nota – ne abbiamo scritto – ma mai abbastanza. Erano ragazzi mandati come i loro coetanei europei a combattere una guerra non loro. Ragazzi sul cui tributo di morte e disperazione si è poi steso un velo di deliberato oblio.

 

Le lapidi bianche ordinate in fila. Le prime luci di Mentone, sullo sfondo, si accendono.


I 1137 combattenti africani seppelliti a Mentone rappresentano soprattutto questo oblio, così come il giovane tirailleur che in uniforme guarda oltre il mar Mediterraneo dove c’è la sua terra natale. Non è armato, ma con sé ha le cartuccere, forse a indicare la fragilità della pace conquistata. Una pace in cui “l’uso politico” del conflitto si fece presto strada in una brutalizzazione delle società europee che creò legami ancora più forti tra chi cercava di trovare un senso in quel dolore, in quell’assenza, in quella rabbia, cercando una comunità a ogni costo. Una comunità “bianca”, beninteso. Il Novecento, e i fascismi se ne fecero alfieri, proseguì infatti sulla stessa strada: sugli abitanti delle colonie sarebbero calate le scuri delle leggi “razziali” e dello sterminio, ed essi sarebbero stati ancora usati come “carne da cannone” nel secondo conflitto mondiale, dopo aver dimenticato in fretta cosa era stato fatto nel primo. Non dappertutto, però. A Reims, già nel 1924 era stato inaugurato il Monument aux héros de l'Armée noire, dall'allora ministro delle Colonie francese Édouard Daladier. Ora, chi in Francia conosce la storia lo sa cosa avrebbe fatto Daladier meno di quindici anni più tardi. Nell'“anno infame” delle leggi razziste, in quel 1938 i cui effetti letali abbiamo ricordato per tutto il 2018, Daladier era presidente del Consiglio. E di fronte alla marea umana di rifugiati politici – di “richiedenti asilo”, diremmo noi – che in seguito all'annessione dell'Austria da parte della Germania nazista premeva sui suoi confini decise, come la maggior parte del “mondo libero” – Italia e Svizzera comprese – di chiudere le frontiere. 

Lo fece per decreto, lo fece per legge.

“Il maledetto articolo L622”, il cosiddetto “decreto legge Daladier” venne così inscritto nell'“arsenale” giudiziario francese, come ha osservato la giornalista di “Libération” Béatrice Vallaeys nel libro Ce qu'ils font est juste, dedicato a chi lotta perché quella frontiera interna d'Europa, ora di nuovo blindata, venga aperta. E la frontiera si vede, letteralmente, dal Cimetière du Trabuquet di Mentone: Ventimiglia, sempre nota alle cronache negli ultimi anni, è a meno di tre chilometri, a ridosso del promontorio che si scorge tra le lapidi. 

 

Dal Cimetière du Trabuquet. Sullo sfondo Mentone e la frontiera italo-francese.


E allora, di fronte a queste vorticose coincidenze, crediamo che a indignarci non dovrebbe essere tanto il fatto che alcuni dei ragazzi incagliati al confine italo-francese in attesa di un improbabile diritto di passare potrebbero essere i pronipoti di quegli altri ragazzi che un secolo fa versarono il loro sangue per i nostri bisnonni, per la loro “inutile strage”. A indignarci dovrebbe essere, crediamo, il fatto che la storia non ci abbia insegnato davvero nulla, perché bisognerebbe forse ammettere che non di coincidenze si tratta, ma di continuità. 

Che quei 1137 ragazzi morti nella guerra finita nel 1918 stanno sottoterra a meno di tre chilometri da un confine che dal 1938 ricacciava in braccio ai loro persecutori gli ebrei che chiedevano di essere protetti dal nazismo; che questi giovani africani sono sepolti proprio in quello spicchio di Francia dove ancora oggi, ottant'anni dopo, esiste il cosiddetto “reato di solidarietà”. Lo sanno, tra i tanti, Bastien, Benoit, Eleonora, Juan, Lisa, Mathieu e Théo, “i 7 di Briançon” dichiarati dal tribunale di Gap colpevoli di “aiuto all'ingresso” di persone presenti irregolarmente sul territorio, con l'aggravante di “banda organizzata”. Lo sa chi, in Francia come in tutta Europa, si batte perché il "principio di fratellanza" seppellisca giuridicamente il "reato di solidarietà", perché questa Europa si ricordi dei valori che dovrebbe tutelare, difendere a ogni costo. Lo sanno bene tutti i ragazzi europei perseguitati come “i 7 di Briançon”, per legge, per essere stati solidali, e lo sanno perfettamente tutti quelli non nativi che a migliaia cercano altre – e pericolosissimerotte. Lo saprà chi, tra noi, protesterà in massa, e chi in futuro aiuterà a transitare persone rischiando anche la galera per garantire il diritto di viaggiare a chi, a differenza nostra, non l'ha mai avuto. 

 

Dovremmo indignarci per i tanti vuoti di memoria che hanno reso possibile tutto questo, perché i cittadini di serie B hanno di nuovo lo stesso colore – la cronaca della guerra ai migranti in corso è spietata, giorno per giorno. I discendenti delle persone “che sono state assoggettate nei secoli ad un potere coloniale furioso”, ha scritto Igiaba Scego, “muoiono nel Mediterraneo su barche malmesse o sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti perché è negata loro ogni forma legale e sicura di viaggio. Corpi vilipesi e umiliati ieri come oggi e al quale l’Europa, almeno quella che sogna una bella Europa, un’altra Europa, deve dare necessariamente una risposta”. 

Perché “alzare muraglie”, “scavare fossati” e “nutrire coccodrilli”, ha scritto ZeroCalcare, chiudere le nostre frontiere ai discendenti di chi ha subito le razzie dei nostri antenati – viene da aggiungere – non è un programma politico, ma “uno stato dell'anima”. 

 

 

Un gruppo di migranti, appena respinto dopo aver tentato di passare la frontiera con la Francia, ritorna verso Ventimiglia.


Tutte le fotografie sono di Alessandro Camillo.

 

Gli altri interventi pubblicati:

Claudio Piersanti, Aforismi per una sceneggiatura di guerra

Enrico Manera, Memoria dalla Grande guerra

Massimo Marino, La Grande guerra cantata

Carlo Greppi, La Grande Guerra e i suoi detriti

Stefano Valenti, La guerra degli scemi

Daniela Brogi, Alberi e prati della Grande Guerra

Vito Teti, La guerra di Alvaro

N'Zie Konè, mort pour la France. 9 settembre 1915.

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