Il fascismo immaginario tra mito e realtà

28 Ottobre 2022

Come mai il fascismo continua a godere di un inimmaginabile «riguardo», quando non di aperte nostalgie e di sfrontate rivendicazioni, nell’Italia che si appresta a ricordare i cent’anni della sua presa del potere? Ce lo si chiede da decenni, ed è questo il dilemma che muove Mussolini e il fascismo. Storia, memoria e amnesia di Paul Corner, storico autore di pregevoli lavori sul tema del “consenso” e, più in generale, sulla dittatura che per vent’anni ha oppresso questo paese e seminato morte e distruzione in vari angoli del continente e del pianeta.

È un interrogativo che riguarda mezzo secolo di vita professionale, nel caso dell’autore, e più in generale la questione dell’“utilità” del mestiere di storico, di quella «persistenza vischiosa di una dicotomia/contrapposizione tra campo scientifico e campo della divulgazione ferma ai moduli di almeno due decenni fa; e contraddetta anzitutto dalla crescente presenza degli storici professionali nelle sedi giornalistiche in occasioni determinate non tanto dalle recensioni [...], quanto dalle sortite “storiografiche” variamente collegate o collegabili alla congiuntura politica», come rilevava lo storico Massimo Legnani... trent’anni fa (!).

Il saggio Mussolini e il fascismo, pur non dotato di un titolo antifrastico, è un volume che prefiggendosi di superare questa dicotomia si colloca in un filone di fattura relativamente recente. Il nuovo approccio comunicativo della saggistica storica impostosi in Italia tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, accompagnato non di rado, per l’appunto, da titoli deliberatamente provocatori o problematizzanti, ha visto negli ultimi lustri dare alle stampe volumi come Il mito del bravo italiano di David Bidussa (Il Saggiatore 1994, da tempo fuori commercio), che sottolineava le responsabilità di lunga durata della società italiana rispetto all’antisemitismo esploso poi con la persecuzione delle leggi razziali del 1938, e come il fortunatissimo Italiani, brava gente? di Angelo Del Boca (Neri Pozza 2005), scomparso di recente, il cui sottotitolo, ricordiamolo, era Un mito duro a morire.

Perché, nella maggior parte dei casi, di questo si tratta: di miti inossidabili, scalfiti solo in superficie da operazioni meritorie come quelle in oggetto. In scia, tra il 2013 e il 2022 sono poi usciti vari lavori, esplicitamente volti al debunking e in prevalenza incentrati sulla storia del Novecento, a partire dal volume dal titolo volutamente fuorviante Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (Laterza 2013, lavoro ripreso anche esplicitamente da Corner), il cui sottotitolo è La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale; a distanza di pochi anni enorme successo ha poi riscosso Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (Bollati Boringhieri 2019) di Francesco Filippi, così come i suoi volumi successivi, mentre dall’anno seguente prendeva piede l’operazione (a cura mia) “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti” di Editori Laterza, il cui saggio più discusso è stato probabilmente E allora le foibe? di Eric Gobetti (2021), che in un anno e mezzo non ha mai smesso di ristampare al pari di quello di Filippi.

Anche l’editore Viella nell’estate del 2020 ha inaugurato una collana, nominata “l’antidoto”, nata da un’idea dello storico Fulvio Cammarano, la quale intende «decostruire e confutare interpretazioni e narrazioni prive di credibilità scientifica, ma che ormai fanno parte dell’immaginario pubblico e storiografico», pubblicando volumi «agili ma rigorosi» che forniscano appunto «un antidoto a invenzioni, approssimazioni, mitografie che spesso, più del falso conclamato, diffondono forme di autentica “fake history”».

Ed è in questa cornice editoriale e culturale che è pubblicato Mussolini e il fascismo di Corner, opera che certifica ulteriormente il montante bisogno di intervenire in maniera diretta nel discorso pubblico, una volta accertata l’urgenza del presente. Il nostro tempo, infatti, è ormai affollato, complice anche la mediasfera, di falsità vere e proprie e di “tesi” interpretative costruite, nella migliore delle ipotesi, su minuscoli frammenti estrapolati dal loro contesto. Rivendicando l'importanza della funzione di un sapere scientifico documentato, che non sia un insieme raffazzonato di presunte “contro-verità” da agitare come clave per finalità per lo più identitarie, con saggi come questo si cerca di restituire il lavorio incessante della storiografia e di rifuggire le semplificazioni. 

Tutte queste operazioni editoriali rispondono infatti a una necessità di ribattere colpo su colpo a un uso pubblico della storia ad alto tasso di tossicità ideologica che inquina il dibattito contemporaneo, ed è interessante – e al contempo desolante – rilevare come a farla da padrone, tra gli oggetti di studio, ci sia ancora il fascismo, o meglio la sua versione edulcorata e immaginaria che, dai “libri-panettone” à la Bruno Vespa fino alle esternazioni più imbarazzanti dei politici gode di un’ampia diffusione. Il pensiero va in primis a Silvio Berlusconi, come rileva impietosamente Corner mostrando l’apice novecentesco della riabilitazione del fascismo italiano:

Negli anni Novanta, quando i presunti post-fascisti di Gianfranco Fini sono entrati al governo e, poco dopo, Silvio Berlusconi ha affermato che «Mussolini non ha mai ucciso nessuno» e ha definito il leader fascista uno dei più grandi statisti del XX secolo (un giudizio poi misericordiosamente rivisto da Fini), è apparso evidente come questo processo fosse pienamente in corso. Nei fatti, più l’attenzione si concentrava sul leader fascista, meno la gente ricordava altri aspetti del regime, sposando il “mito” che il fascismo si era auto creato quando era ancora al potere. 

Viene da ipotizzare, però, una notevole discontinuità in questa straordinaria vague. Citandone la testa, il cuore e la momentanea coda, e cioè autori come Bidussa, Del Boca, Filippi e Gobetti, va rilevato come questi saggi fossero in precedenza firmati quasi esclusivamente da non accademici: il debunking storico in Italia, che ha ormai una sua storia pluridecennale, nella notevole impennata recente vede la “discesa in campo” (mi si perdoni il calco) di una parte dell’accademia, come il libro di Corner sta a certificare e come già Focardi aveva preconizzato.

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Andando così a rafforzare il capitale reputazionale di una controffensiva che oggi può già contare sulle oltre 140.000 copie vendute da Mussolini ha fatto anche cose buone di Filippi, volume che peraltro già «confuta in maniera accurata l’argomento delle “tante cose buone”» secondo lo stesso Corner. A suo parere la matrice di questo giudizio positivo, quando non entusiastico, assai diffuso nell’opinione pubblica italiana degli ultimi decenni è sintetizzabile anzitutto nel «culto del duce», sopravvissuto quasi indenne a piazzale Loreto, e in una costante quanto irritante contabilità del male, come argomenta lo storico nelle pagine conclusive del suo volume: «sostenere la tesi del “male minore” – Mussolini non era Hitler né Stalin – favor[isce] una veloce deriva verso una sua riabilitazione o financo una sua rivalutazione. Da “non così cattivo come” a “ha fatto molte cose buone” il passo era breve. Come rapido fu il passaggio dal giudizio sull’uomo a quello, per associazione, sul regime». 

Complice l’«antifascismo senza fascismo» che per decenni si è concentrato su una visione celebrativa dell’opposizione al regime e, soprattutto, sugli ultimi “venti mesi” resistenziali, come ricostruisce Corner il ventennio è rimasto a lungo ostaggio di una narrazione semplificata che ha visto gli italiani prima autorappresentarsi come vittime tout court, dimenticando il sostegno che milioni di loro avevano calorosamente dato o malvolentieri concesso al regime, e poi, quando nel discorso pubblico è emerso con eccessivo vigore il tema del “consenso” («è difficile valutare le opinioni sotto regimi che sopprimono l’espressione delle opinioni stesse», rileva opportunamente Corner), modificare drasticamente la lettura di quel medesimo periodo, ribaltandola. Anticipata il mese scorso su “The Economist”, questa tesi assai convincente espressa in maniera cristallina da Corner merita, a mio avviso, di essere discussa diffusamente: per uno strano processo psicologico, gli italiani rimasero convinti della loro innocenza. Come?

Sostanzialmente invertendo il segno negativo che connotava il fascismo. Un’operazione resa possibile ricorrendo a uno stereotipo popolare – quello degli “italiani brava gente” – cioè l’idea che, a differenza dei malvagi tedeschi, gli italiani sono costituzionalmente incapaci di odiare, si sono comportati bene nei territori che avevano occupato durante la guerra perché, in quanto italiani, non avrebbero potuto agire diversamente. Unita alla tesi del consenso di massa per il fascismo, l’idea di “italiani brava gente” suggeriva che, se gli italiani – brava gente – erano stati a favore del fascismo, se c’era stato un consenso di massa per il regime, allora, a rigore di logica, il fascismo non poteva essere stato poi così male.

La ricostruzione mi pare impeccabile; anche se, si sa, non c’è argomentazione che possa convincere chi è in mala fede. D’altra parte, come rileva ancora l’autore, la mitologia dura a morire non tiene conto di schiaccianti e acclarate evidenze, per esempio – tralasciando temi come la previdenza sociale, le bonifiche, la legalità e altre bufale già polverizzate da Filippi – il fatto che «nel periodo 1920-1939 l’Italia fu l’unico paese europeo in cui il livello salariale decrebbe costantemente», oppure che il fascismo fu un «regime di classe» che sosteneva le categorie sociali che gli garantivano una «spina dorsale» di consenso, o ancora che gli studi sulla presunta “modernizzazione” ci portano a chiederci se, in un’epoca in cui questa era generalizzata, il fascismo non l’abbia piuttosto ostacolata, anziché favorirla.

Resta un’ambizione di lavori come questo, al pari di quelli citati in precedenza e di quelli che mi vedono coinvolto in prima persona in veste di curatore, l’arrivare massicciamente a chi, a patto che sia in buona fede, può ora avere a portata di mano strumenti di autodifesa culturale che permettano di sfrondare se non altro le questioni più macroscopiche di questa grossolana mitologia assolutoria. Non è così difficile smontare le balle di un regime, a tre quarti di secolo di distanza.

Altro caso, credo, è quello delle persecuzioni e della violenza, peraltro mai negate dal fascismo stesso, cartina di tornasole che permette di sgombrare il campo, suddividendolo tra il nazionalismo più o meno inconsapevole di chi celebra o riabilita il regime nonostante questa sua caratteristica fondante – come se si possa valutare il presunto “buon” costruttore senza tenere conto del suo rivendicato carattere genocidario – e l’approccio critico e radicale che sarebbe necessario per “fare i conti” con il fascismo proprio a partire dal suo aver glorificato la prevaricazione, la violenza e la guerra fin dai suoi esordi. Il fascismo senza ferocia esiste solo nella mente di chi così lo immagina. 

Scontato il riferimento alla questione, cruciale, dei due intramontabili presunti “errori” del fascismo, cioè le leggi razziste del 1938 e l’entrata nel secondo conflitto mondiale del 1940 (non a caso presenti già nell’involucro dell’ultimo prodotto di casa Vespa), agilmente confutabili: la discriminazione e la persecuzione degli ebrei rientravano perfettamente nello «spirito totalitario» ed escludente del fascismo, tant’è che la normativa antisemita fu scritta sul modello di quella vigente in colonia; e nell’essenza del movimento e del regime la guerra era «connaturata»: «espansionista fin dall’inizio», il fascismo sacralizzò una violenza «sistematica e aggressiva, perché centrale all’ideologia fascista», così sempre Corner, e inanellò una serie di conflitti in maniera pressoché ininterrotta, con picchi di atrocità ancora troppo poco conosciuti nonostante il pregevole lavoro di studiosi come Del Boca, che fu apripista.

Il secondo conflitto mondiale fu l’esito prevedibile e “naturale” di un percorso ventennale; d’altra parte Italia fascista e Germania nazista combattevano fianco a fianco già da anni, in seguito all’intervento armato nella guerra di Spagna: con buona pace degli “unici errori”. Quello che sorprende è la diffusione così in apparenza inarginabile della narrative neofascista, che dalla RSI all’MSI ai suoi più o meno mal mascherati eredi ha dilagato ben oltre il cerchio magico della memoria nera, creando un perfetto cortocircuito narrativo che da un lato rivendica, dall’altro banalizza e sminuisce:

L’estrema destra ha bisogno dei suoi eroi e dei suoi martiri per darsi una sorta di legittimazione spuria. Perciò non stupisce che gli attivisti neofascisti mettano ancora Mussolini su un piedistallo; il vanto fascista “molti nemici, molto onore” è uno slogan che si adatta perfettamente alla mentalità di un’esigua (ma purtroppo in crescita) minoranza. Più difficile da spiegare è il modo in cui, nella società odierna, in quella che potrebbe essere definita una memoria popolare generalizzata il regime fascista ha cessato di essere visto in termini totalmente negativi. Sono riconosciute le sue macchie, naturalmente, e l’alleanza con Hitler è di solito indicata come un “errore” di Mussolini, ma il concetto stesso di “un errore” implica che il resto di ciò che il fascismo realizzò non era sbagliato, era accettabile.

Le conclusioni a cui giunge Corner sono le medesime di quelle contenute nel saggio di Filippi, ed è una convergenza che può essere letta, con cautela, come un segnale confortante: se da un lato – ed è forse l’aspetto più sconcertante – è «la stessa autorappresentazione del fascismo che costituisce l’essenza del [suo] mito», dall’altro «un’illusione sul passato offre conforto nel presente e speranza per il futuro».

Come lo storico scrive fin dalla sua introduzione è necessario tornare a un’immagine di Mussolini e del fascismo capaci di affrancarsi «dal mito auto-generato», di colmare questo «divario tra mito e realtà». Perché “fare storia” è innanzitutto una questione di metodo: significa ragionare costantemente sulle tracce che ci consentono di ricostruirla e di narrarla, sul “come” ce la raccontiamo e su chi ci legge; in estrema sintesi, sulla sua “utilità” in una democrazia fragile, in un tempo incerto, nel momento in cui questi cento anni paiono trascorsi invano. 

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