raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Profumo di lago

Il mese di settembre del ’39 a Lugano, per chi non se lo ricordasse, era mite, assolato e però un po’ triste, ma non più di quanto non accada a tutti i laghi del mondo agli inizi di ogni autunno del mondo.

Ma come non dire subito dell’odore di lago, anzi del profumo sottile che porta dentro di sé l’umido e le vite che ci stanno dentro. Uno strano, dolce, profumo, di quelli che non si smette di avvertire mai, anzi di sentire fin dentro i polmoni, vicino all’anima, perché non è un aroma mummificato da boccetta, ma esala da condizioni che mutano in continuazione: il mattino, la pioggia, il sole, il vento, la notte, un branco di pesciolini, le foglie morte che si sparpagliano sull’acqua, le alghe subito sotto il lungolago…

Immerse in quell’effluvio, si parano dinnanzi alla distesa delle acque le case, la lunga fila di case, erte e strette per non perdere spazio, con le facciate assolate dello stesso colore del lago. Ci sono ogni tanto dei vicoli che spezzano la parata di palazzi, vicoli bui, che forse si addentrano nella città vecchia – ah!, tutto molto italiano, molto abituale, come a Como, come sul Garda o sul Lago Maggiore… Ma la città vecchia non sembra esserci più, sembra che ci sia solo il buio che la comincia, e non è nemmeno detto che quel nero lì sia un residuo del reale o non piuttosto il luogo dove il profumo della memoria è ormai svanito, là, vicino al confine del deficit, dove inizia il nulla del dimenticato. Dentro il cervello resta la palazzata ottocentesca piena di sole e l’azzurro spento del lago.

 

 

Dalla stazione ferroviaria, un po’ buia, forse perché anch’essa si situa al margine dei ricordi, scende verso il lago un ripido declivio, non lungo ma ripido, con alberi e palazzi, anche loro… oscuri. Luce da proiettori cinematografici invece sulla funicolare ad acqua, con due vagoncini rossofiamma per 20, 30 persone, piccoli tramvai di quelli di una volta, col balconcino davanti e dietro. Sul balconcino c’è il conducente, uno per ogni tram. In quell’epoca lontana, molto lontana dalle attuali meraviglie dell’elettronica, ci si doveva contentare degli splendori manuali dell’idraulica. Funzionava così: il vagoncino che stava in alto si abbeverava d’acqua, vicino alla stazione, finché pesava tanto da trascinare il suo fratellino rosso che stava in basso sul lungolago: mentre uno scendeva, l’altro saliva, perché quello giù aveva intanto fatto contemporaneamente la pipì, il conducente aveva cioè aperto il rubinetto, tutta l’acqua se ne era andata, ed era diventato sufficientemente leggero per essere tirato su dal vagoncino pieno d’acqua avvinto alla sua stessa fune con carrucole varie.

 

Il papà e la mamma ci fecero fare, a noi due fratellini, più viaggi, credo, e il papà ci spiegò con la dovuta compunzione quel capolavoro gravitazionale al servizio del progresso per andare gratis dal lago alla stazione e dalla stazione al lago senza fare le scale coi bagagli.

 

Al lago c’era un pescatore svizzero, immobile con la sua lenza sotto gli alberi, qualcuno con le foglie già un po’ gialline, seduto sui margini del lastricato con i piedi che quasi toccavano l’acqua diafana e luminescente del mattino.

Sono costretto a lasciarlo per un attimo in questo atteggiamento, del resto poco attivo, anzi da fannullone, per dire subito che eravamo passati da Lugano con una grande speranza nel cuore. La speranza era che non riuscisse ad arrivare il violista polacco, ebreo come noi, che aveva vinto il concorso di Lugano per insegnante del Conservatorio.

Speravamo che a causa delle ben note contingenze belliche – dieci giorni prima, il 2 settembre, era, come ognun sa, cominciata la Seconda Guerra Mondiale – fosse impossibilitato a raggiungere il posto di lavoro che gli spettava in quella disperata corsa di musicisti ebrei in fuga verso il sicuro rifugio dei Conservatori svizzeri: aerei Stukas in bianco e nero che abbattono palazzi in bianco e nero, ghigno in bianco e nero della soldataglia tedesca che avanza… Come faceva, quello là, da Varsavia, ad arrivare in Svizzera?

 

E invece il mio papà era già lì, nei dolci colori dorati dell’autunno di Lugano, pronto a presentarsi nella sua qualità di extrema ratio – la fortuna inaspettata per cominciare l’anno scolastico, per quanto si riferiva al Conservatorio. E non tornare mai più in Italia per quanto invece attinente al mio papà e alla sua famiglia – la sua famiglia che eravamo noi, che intanto che si completavano le pratiche, ci godevamo una inaspettata vacanza: tutti al lago.

 

L’importante, per il pescatore che abbiamo lasciato lì, è descriverne lo schietto aspetto elvetico, anzi, ticinese. Si trattava di un uomo magro, già un po’ in là con gli anni, con i capelli grigi, non tanto grigi, che, impomatati dalla brillantina, non riuscivano a nascondere le bozze geodetiche, o, più precisamente, backmullerfulleriane, del tipico cranio luganese ma anche varesotto, piccolo, che reggeva una faccia piccola, ossuta, forse con la couperose, con gli occhi minuscoli, assonnati. Che stavano per esprimere, ma ancora non lo facevano, una ferocia inaudita anticipata dall’incredibile numero di ami infilati nel giubbotto come le medaglie di un generale sovietico, e dal coltello elvetico con la croce, a mille lame, che teneva lì a portata di mano. In sintesi, proprio quello che a Torino si definisce “un tipo svizzero”, per distinguerlo dal suo esatto opposto, chiamato “elemento da sbarco”.

 

Aspettava, come tutti i pescatori delle barzellette, ma non si immaginava quel che gli sarebbe successo, e come poteva, visto che di immaginazione era completamente sprovvisto? Di lì a pochi istanti invece, il mondo cambiò: sentì scrollare la lenza così tirannicamente che sparì il galleggiante.

Cominciò ad armeggiare in modo disunito e assai poco professionale col mulinello, tirandosi su in piedi miracolosamente senza cascare nel lago. Poi girava il mulinello e anche gli occhi, perché si capiva che chiedeva aiuto a qualcuno perché temeva di non farcela. Disgrazia, accanto a lui c’era solo un signore sorridente con sottobraccio una signora seria e due bambini con l’aria provvisoriamente demente, perché infatti non comprendevano nulla di quel che stava accadendo. Che era questo in sostanza: dal lago stava uscendo, senza alcun motivo plausibile, un pesce color rosa che sarà stato lungo mezzo metro? Un metro? Non so. Ma di quelli che le due braccia spalancate e gli occhi sgranati non riescono a descrivere agli scettici e annoiati ascoltatori. Quel bestione, quel povero bestione dai riflessi dorati e argentati, era invece lì, davanti a noi, ostentando la sua immensità.

 

Lo sbatté a fatica sul pavimento del lungolago, e il pescione, che invece che dall’acqua lacustre era uscito da un racconto di Ernst Hemingway, si dibatteva in preda alla soffocazione, mentre il ticinese lo inseguiva fin quasi dove passavano le auto per acciuffarlo e togliergli l’amo. Ma quasi non poteva perché lo doveva tenere con tutt’e due le mani, e allora se lo mise sotto un’ascella. Io vedevo la coda che si dibatteva mentre lui con la mano destra gli toglieva l’amo dalla boccuccia dentata, poverino. Per fortuna non ho visto il faccino di quella povera bestiola, perché quel signore di Lugano ci stava dando la schiena: lui, l’agonia della sua preda se la voleva godere da solo. E mentre il papà per cortesia e innato senso di universalismo esplodeva in congratulazioni ammirate, lui lo scansava sgarbato col suo gigantesco pesce sotto il braccio, ancora vivo probabilmente, tanto che lo doveva abbracciare come fosse una persona mentre con la mano destra impugnava anche la lenza, senza essersi ricordato di riavvolgere del tutto il filo. E correva verso casa il predatore, chiuso nel suo delirio di furore gioioso, e dimenticava sul marciapiede il cestino di vimini, di quelli con gli sportelli, destinato, in partenza, a contenere quei due o tre pescetti che ci si poteva logicamente aspettare. E invece allo sfaccendato era arrivato un pesce da fiaba, il pesce della sua vita, quello al quale nessuno avrebbe creduto mai, se non noi quattro che avevamo visto. Ma chi ci dice che quello lì fosse uno di quelli che vanno poi in giro a raccontare le avventure di pesca? Quella è un’attività caratteristica degli “elementi da sbarco”.

 

Sparito il pescatore, sul quale va anche detto che, per faccia e temperamento, altro non era, per stirpe, che un personaggio minore dei Promessi Sposi, di quelli che, nell’assai vicina Milano, assaltavano le panetterie; scomparso il fortunato, ecco di nuovo dispiegarsi le meraviglie della modernità.

 

 

Più vado avanti, più mi rendo conto, con la geografia del nero che copre il memento, mi rendo conto che a Lugano non ho un lettino, faccio pranzo e non colazione, merenda e non cena. Questi particolari apparentemente secondari dovrebbero invece far dedurre qualcosa di abbastanza angoscioso, che scopro adesso per la prima volta, perché scrivere è come far di conto: a Lugano potremmo essere rimasti in definitiva un solo giorno, dalla mattina alla sera, un solo colorato ultimo giorno svizzero. Milano e Torino stavano lì vicino, acquattate, pronte dunque a far di noi un sol boccone.

 

Ma il papà, che era già consumista negli anni Trenta, e non era ancora stato corretto in questo vizio per aver perso di brutto il posto di Prima Viola all’Orchestra Sinfonica di Torino nel vicino giugno del 1939 per le solite inique leggi razziali, si mise in testa di comprarsi un paio di scarpe svizzere meravigliose, caratterizzate dal fatto di essere a punta, ma con la punta quadrata che scivolava giù come il cofano di un’automobile di allora, con marcati spigoli ai due lati. Scarpe nere che non ne ho mai più viste di uguali, alle quali mancavano solo i fari antinebbia.

 

C’era una grande calzoleria, e non importa se io ricordo tutto di estremo lusso, sfavillante, un palazzo reale, perché tutto sembrava così, visto dalla misera Torino chiusa nel se stesso dell’autarchia. Sparse qua e là nell’immenso emporio di scarpe irreali, si ergevano delle torrette misteriose, con un binocolo in cima, un gradino e uno sportello per infilarci il piede con la scarpa nuova, appena indossata. Saranno state di legno di mogano, quelle torrette, ma funzionavano a raggi X, perché, quando si saliva sul gradino e si infilava il piede nello sportello, nel binocolo si vedeva il contorno della scarpa nuova con dentro lo scheletro del piede, mentre il commesso sussurrava: “Prova, bambino, a muover le dita del piede. Se gli ossicini si muovono bene, ciò vuol dire che la scarpa è giusta”.

In quel negozio meraviglioso vendevano scarpe e cancri, perché ancora non si sapeva, in quella modernità troppo precoce, il gran male che fanno i raggi X, che allora si chiamavano Roentgen. Adesso, quando vai dal dentista, ti cacciano la lastrina in bocca e poi l’odontoiatra e la sua assistente scappano come lepri sul prato, correndo a fare la foto della carie dal punto più discosto del corridoio. Ma nei lontani anni Cinquanta ci fu un’epidemia, oggi dimenticata, di radiologi: “È morto il professor… che fu per molti anni primario radiologo all’Ospedale Mauriziano. Contrasse l’inesorabile malattia che doveva condurlo alla tomba per l’eroismo con il quale esercitò la sua professione…”.

Macché eroismo: i raggi X erano invisibili e facevano divertire come matti. Io a Lugano, il piede nella macchinetta ce l’ho tenuto per almeno mezz’ora. E non mi sono beccato nulla, almeno fino adesso. Comunque scommetterei che sono morti da eroi tutti i commessi della calzoleria.

 

 

Non sono ancora sicuro, e quindi mi vedo costretto a rattoppare il ricordo con invenzioni di fortuna, non sono affatto sicuro di quando il povero musicista in bianco e nero, del quale per tutta la mattinata avevamo, ma non tanto, pianto la triste sorte nella lontana Polonia, non sono affatto sicuro se prima di pranzo non fosse già piombato al Conservatorio, arrivato chissà come, ma arrivato. Prima di passare alle reazioni di mio padre, sarà però opportuno precisare, a scanso di equivoci, che nonostante l’angosciosa incertezza di quel settembre, nessuno poteva allora rappresentarsi “oggetti” come Maidanek, Treblinka, Birkenau, che oggi ingombrano le nostre menti, ma che allora non erano ancora stati inventati. Cosicché risultava, seppur per poco tempo, ancora legittimo il manifesto disappunto di mio padre perché quello sconosciuto musicista di Varsavia, schivando la sorte, era arrivato mangiandosi la pedina.

 

Ma il papà, durante il pranzo, e anche la mamma, non sembrano, guardandoli bene, affatto di cattivo umore, e anzi, per via di un altro prodigio che c’era nel bagno del ristorante, si affannano a spiegarci, a me a e Roberto, le future meraviglie della modernità. C’eravamo appena ripresi dall’entusiasmo per le macchine a raggi X che facevano vedere gli scheletri dei piedi, anzi io a Roberto gli ho visto anche il teschio, perché gli ho fatto infilare il faccino nel buco, e lui, che doveva muovere la mandibola, invece di parlarmi normalmente, mi riempiva di improperi, e forse, lo sciocco, mi faceva le linguacce, che ovviamente non potevo vedere perché la lingua non ha gli ossi… C’eravamo appena ripresi da quello stupore, che scoprimmo i getti ad aria calda per asciugarsi le mani dopo essersele lavate. “Senza bisogno degli asciugamani, pensate, bambini, che miglioramento dell’igiene!” esclamò la mamma, orgogliosa dei tempi in cui vivevamo.

 

“Beh, oggi andiamo in collina a trovarlo” diceva tranquillo il papà “e vedrete che saprà trovare una soluzione, al Conservatorio o dove dirà lui. Comunque, questo è sicuro, in Italia non ci torniamo”. La frase finale comporta tutta una serie di considerazioni, che a noi allora risultavano chiarissime, ma possono sfuggire al lettore di oggi, così lontano da quei tempi. Noi non volevamo tornare in Italia, in primis per le oggi arcinote leggi razziali, che, per quanto sicuramente transitorie, erano già un bello schifo per chi, come mio padre, aveva perso il posto. Ma c’era anche il miserevole contorno del fascismo in sé e per sé, con i suoi manifesti di Boccasile e altri fetentoni, con due mani nodose, per esempio, che spezzavano una pagnottona con scritto sotto “SPEZZA IL PANE CON LE MANI”. Già, perché chi lo tagliava col coltello, che cos’era? Un cupiu? (pedofilo in piemontese, Torino ne era già gremita in quegli anni, parola di bambino). Poi c’era l’autarchia, con i coni dei gelati di tutti i colori, fatti con la chiara d’uovo montata, che di quello sapevano, di chiara d’uovo alla saccarina, qualunque fosse il colore, dalla non cioccolata alla non fragola… Insomma, l’Italia era proprio un Paese che faceva pietà oltre che spavento ed era pure noioso, a parte tutto e a parte anche noi. E allora, mentre adesso non si sa dove scappare, il mondo era pieno di posti meravigliosi come la Svizzera, dove si aveva un gran voglia di vivere invece che in compagnia di quelli dei GUF. “Tranquilli, tanto in Italia non ci torniamo. So da chi andare.”

 

Scopro adesso, nel corso del pranzo ricordato, che il profumo di Lugano non era solo l’odore multiforme e acquatico del lago, ma anche quello della fondue à la bourguignonne che esalava dai lindi ristoranti. Mentre mi aspettava l’autarchia, le leggi razziali, le scarpe di cartone, le facce di culo, e chissà cos’altro ancora, ho mangiato la prima fondue à la bourguignonne della mia vita, tanto più contento perché non sapevo quanti anni sarebbero trascorsi prima del secondo assaggio…

 

Nel ristorante però successe una cosa orribile, che, sulle prime ci fece allegria, ma invece avrebbe dovuto allarmarci e spaventarci. Ma eravamo di buon umore, sicuri di noi, e quindi la prendemmo con serenità come l’altra stranezza da poco accaduta, quella del pesce del mattino. Con serenità, ma non del tutto.

Accadde che il papà si alzò per andare non so se a provare di nuovo in segreto l’aria calda per le mani o non piuttosto per fare una telefonata per quell’ignoto appuntamento del pomeriggio. Comunque si alzò e sparì, e quando tornò si andò a sedere tutto contento a un tavolo lì vicino, pieno di sconosciuti. Gente che solo lui conosceva? Ma allora perché non ci faceva nemmeno un qualche cenno? Magari che aspettassimo un momentino? E invece, senza neppure guardare dalla nostra parte, si sedette di schiena, e cominciò tranquillamente a mangiare.

Mentre stavamo tutti e tre in uno stato sospeso fra l’essere e il non essere, il credere e il non credere, il vedere e il non vedere, il pensare e il non pensare, il sentire e il non sentire, mio padre riapparve un’altra volta, si sedette al nostro tavolo, si rimise il tovagliolo al colletto, ci guardò e disse, con aria soddisfatta, e nel contempo, interrogativa: “Perché intanto voi mi fate quella faccia lì, da cretini, direi?”.

 

La mamma si piegò verso di lui per sussurrargli che, lì accanto, nel tavolo vicino, c’era un suo sosia, un sosia perfetto. Tra l’altro, mio padre non aveva un aspetto qualsiasi, e quindi il fatto di trovarsi in presenza di un sosia, era, per così dire, statisticamente emozionante. “Identico, ti dico, Mario, con lo stesso vestito, perfino lo stesso modo di fare. Lo abbiamo scambiato tutti e tre per te. Qualcosa di incredibile. Cosa vorrà dire?” “Niente vuol dire, tranquillizzati, il caso è il caso!” E non si avvide che in quella Lugano lì, i casi si andavano accumulando, e, quando i casi si accumulano, poi dopo tutto torna normale, sì, ma in mezzo c’è quel qualcosa che talvolta si definisce catastrofe, talaltra tragedia. Troppi, troppi casi, ma noi non ce ne eravamo accorti, o non del tutto, e io e Roberto facevamo giri turistici nel locale per vedere in faccia il papà finto che, per fortuna, continuava a mangiare senza essersi accorto di costituire un fenomeno da baraccone. Che meraviglia!

 

Il papà vero, che non era affatto inorgoglito dell’esistenza di un suo sosia, cercò di parlar d’altro: “Davvero mi somiglia tanto? Beh, ho appena telefonato a Bruno Walter, gli ho detto che il miracoloso arrivo del polacco mi ha sottratto, ahimè, la speranza di quel posto. E lui, come mi aspettavo, mi ha invitato ad andarlo a trovare oggi pomeriggio”. “Con i bambini?” “Non gliene ho parlato, ma sono sicuro che li vedrà volentieri.” “Che khuzpah1, con i bambini, da uno dei massimi musicisti del nostro tempo!” “Ma lo sa, lo sa, che siamo qui tutti e quattro tra il lusco e il brusco. E poi mica staremo su tutto il pomeriggio.”

 

A me di andarci importava assai poco, perché quella visita a un musicista sconosciuto, mi impediva di imbattermi in qualche nuova meraviglia di Lugano. Ma tant’è, i bambini di sei anni sono come cagnolini rassegnati ad andare dove vanno i padroni, cioè, nel mio caso, i miei genitori. Insomma, siamo una specie abituata a tener dietro al branco.

 

Nel taxi che ci portava in collina, il papà continuava a ragionare del presente, del futuro, delle opportunità, e di tante altre cose che aveva in testa lui, che la mamma già sapeva, e anche io, perché era oramai da un anno che, a casa mia, si parlava sempre ed esclusivamente di come, dove, quando, con chi scappare. “Che belle colline! Comunque Toscanini mi ha già detto di no, per la Filarmonica di New York, che, dice lui, è piena zeppa , e nelle parti di fila ci sono solisti di prim’ordine. Adesso qui, a Basilea, mi è andata male, mah… Huberman mi hanno detto che ha fondato un’orchestra, in Palestina, pensa tu. Credo che, se gli chiedessi del lavoro, mi risponderebbe più o meno come Toscanini. Ma tanto non glielo chiedo perché, secondo me, la Palestina è un posto perfino più pericoloso dell’Italia. E poi, a me questi movimenti di massa, queste ideologie di rinascita, di redenzione, mi fanno girare …” “ Mario, i bambini!”

 

La villa dove stava Bruno Walter sembrava – sembra adesso a me mentre che ci penso – il Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti. Circondata dal verde ancora fresco e dal sole di quelle colline che vedevamo così poco lombarde nonostante la vicinanza di Varese.

 

Una volta sommariamente ricomposti dal breve viaggio, abbiamo salito i gradini che ci separavano da un porticato con una porta a vetri martellati, una porta di legno pregiato, molto grande, socchiusa, e purtroppo l’abbiamo aperta e malauguratamente siamo entrati.

 

Ci siamo trovati dentro una specie di salone, un grande ingresso con davanti a noi una scalea di lusso, di quelle che si vedono nei vecchi film. Pensare, per restare in tema, alla scala di Gloria Swanson nella villa piena di lutto, di dolore e di follia de “Il viale del tramonto”, Billy Wilder, 1950.

 

 

Ma se la scala era minacciosa, come anche il misterioso dolore che in forma di atroce penombra riempiva tutta l’aria, era da una porta a sinistra che sarebbe apparso in un istante ciò per cui noi quattro non dovevamo essere lì, ma altrove, il più lontano possibile, data l’invisibilità che avevamo acquisito, senza saperlo, in virtù di qualcosa di orribile che era accaduto, e noi ne eravamo del tutto ignari. Ancora per poco.

 

C’era un grande silenzio, denso come la penombra, e noi stavamo in mezzo a quel crocicchio di terribilità tutti e quattro in fila, senza parlare, senza guardarci, senza nemmeno la forza di girarci per scappare fuori nel mondo normale del dolce autunno del ‘39.

 

Pochi istanti, forse frazioni di secondo, e la porta di sinistra si aprì, rompendo col suo rumore il silenzio che ci avvolgeva. Due uomini giovani, eleganti e pallidi, sorreggevano, senza guardarci, una terza persona, che era Bruno Walter. Con il volto terreo, gli occhi chiusi, la testa piegata su una spalla, il torso piegato sull’anca, l’anca sulle gambe, in uno zigzag reso possibile solo perché gli uomini sorreggevano quella contorsione di dolore con molta forza. Era molto elegante anche lui, elegante come mio padre, anche se non aveva le scarpe con la punta quadrata. Benché sorretto, un po’ le gambe le muoveva, quasi cadendo con tutto il corpo da un piede all’altro. Lungo il breve tragitto di fronte a noi quattro, paralitici invece che paralizzati, lungo il breve tragitto che separava il trio barcollante da un’altra porta sulla destra, nulla accadde, nessuno ci guardò. La porta però si aprì all’improvviso, fece entrare il trio del dolore, e immediatamente si richiuse. Ma poi subito si riaprì per far uscire verso di noi di fretta un altro sconosciuto magro che doveva averci notati mentre apriva la porta al lutto. Era in doppio petto, con un fazzoletto nel taschino, di quelli tenuti mezzi fuori per farli cascare giù (usanze di una volta). Si avvicinò a noi quattro facendoci cenni di no col capo e sussurrando solo queste parole gridate: “Andate via subito, uscite, uscite per carità! Non sappiamo cosa fare per il Maestro che ha saputo solo adesso di quell’orrore. Solo adesso!”.

 

Non so però se quel che era successo ce lo disse poi lui subito accompagnandoci sul marciapiede di fretta, per essere sicuro che fossimo ben fuori dal Tempio della disgrazia. Non lo so, e forse è invece più probabile che lo abbiamo saputo più tardi da qualche giornale della sera del Ticino, prima di prendere il nostro treno per l’Italia, quel treno che – inesorabile – stava in agguato per noi fin dal mattino.

 

Bruno Walter, che all’ora di pranzo aveva risposto così gentilmente alla telefonata del papà, aveva appreso, minuti prima del nostro arrivo, gli avevano detto – mentre noi viaggiavamo fantasticando a bordo del taxi che saliva in collina – che il genero, sposato da una settimana con sua figlia, aveva sparato nella testa della giovane moglie, e poi si era ucciso a sua volta con un colpo in bocca. Il perché non lo dicevano i giornali, e non penso neppure che si sia mai saputo.

 

Un mistero, dunque. Il quarto di quella giornata, dopo la pesca miracolosa, l’arrivo inaspettato del polacco, l’apparizione del sosia del papà. Ma c’è un quinto enigma: come possono essere accadute tutte queste cose dalla mattina alla sera del 12 settembre 1939 ?

 

“Premonizioni”, come credevano gli antichi nella loro superstizione giunta fino a noi. E gli aruspici frugavano nel fegato degli uccelli per vedere il futuro. “Una giornata strana e basta” scrollavano le spalle ottuse dei positivisti. La neuroscienza del XXI secolo ha invece provato che il nostro cervello entra in allarme non appena riesce ad anticipare un pericolo che nella realtà non si è ancora presentato. Generazione dopo generazione, il comandamento del sopravvivere nel cieco evolversi delle specie ha evitato la morte solo di quei pochi individui (i nostri antenati) che conoscevano, non si sa perché, il terrore di un destino non manifesto.

 

Non è a me personalmente che si rivolge quindi il monito strano del mio ricordo: dietro l’inganno del profumo del lago si nasconde l’ombra barbuta e ben poco benevola di Charles Darwin che si rivolge anche a te, mio caro lettore.

 

 

 

Questo racconto è tratto dall'omonimo ebook di doppiozero, che si può acquistare qui:

http://www.doppiozero.com/libro/profumo-di-lago.

 

 

 

1   Ebraico. Deuit in piemontese, o anche facia d’ tola, faccia di latta. In italiano, faccia tosta, faccia di bronzo. Anche, più semplicemente, impudenza, però coniugata con il coraggio.

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27 Gennaio 2015