Sarah Sze. Sovrapposizioni e opposti

Ogni intervento di Sarah Sze (Boston, 1969) si colloca costantemente su una linea di confine, in perfetto equilibrio tra opposti. Anche nei lavori apparentemente più statici (come Blueprint for a Landscape, 2017, l’installazione realizzata nella stazione metropolitana 96th Street & 2nd Avenue di New York, dove sono presenti interventi anche di Vik Muniz, Chuck Close e Jaen Shin), simmetricamente coesistono le dicotomie interno-esterno, fragile-solido, effimero-permanente, leggerezza-consistenza. Nel 2003, Carolyn Christov-Bakargiev, per la collettiva “I Moderni” (Castello di Rivoli), individuò un gruppo di artisti delle ultime generazioni, tra cui Sarah Sze, perché accumunati dalla rimarcata sperimentazione formale, nonché dalla condivisione di quello stesso slancio che animò i Modernisti nella realizzazione di un’opera totale, e da uno sguardo rivolto sempre verso il futuro, per superare la disillusione del post-modernismo.

 

Sarah Sze.


Nel ricorrente tentativo di rispondere alle intime domande: “che cos’è una scultura? che cos’è un dipinto?”, le sue opere si collocano equamente tra scultura, pittura e architettura. L’artista costruisce le sue complicate installazioni, fondendo semplici elementi prelevati dalla vita quotidiana con oggetti industriali e urbani, attraverso la ponderata combinazione di diversi media. Costruzioni intricate, di cui ha dato titanica prova con Triple Point nel Padiglione Stati Uniti della 55^ Biennale di Venezia (2013), che ha occupato ogni ambiente, ogni angolo, travalicando i confini strutturali dell’architettura stessa, invadendo perfino lo spazio antistante il Padiglione. Un’apparente e ingannevole casualità camuffava il chirurgico rigore nella disposizione di oggetti diversi tra loro, quali libri, bottiglie, cartoline, foglie, sgabelli, decostruendo lo spazio per organizzare un ordinato microcosmo. Come lei stessa ha raccontato, nel corso di una conferenza, si è spesso domandata: “quale valore rimettiamo negli oggetti? Come possono questi accumulare valore? Come li valutiamo nelle nostre vite?”. Così, agli inizi della sua attività artistica, ha realizzato “cose” di uso comune con un rotolo di carta igienica: ciò ha definitivamente segnato il suo passaggio dall’architettura alla scultura. Perfino quando si confronta con la bidimensionalità di un quadro, per Sarah Sze esso non è mai una semplice stesura di colore, bensì un’attenta stratificazione di materiali e piani. Pratica adeguatamente replicata nei lavori presentati nella personale da Gagosian Gallery Roma. Composta da due distinte sezioni, tuttavia interdipendenti e l’una propedeutica all’altra. La prima con quadri, inondati di luce; l’altra con una grandiosa installazione, avvolta nel buio. Entrambe riferiscono non solo della ricerca d Sarah Sze, ma anche della sua attività artistica, nonché della sua consueta metodologia creativa. 

 

Opera di Sarah Sze.


Come abitudine della galleria, già all’ingresso è posto un lavoro Ghost Print (Half-life) che offre da subito le coordinate dell’intera esposizione. Un eccezionale “quadro” - le virgolette sono d’obbligo perché la stratificazione, anzi la concrezione di materiali (olio, acrilico, carta d’archivio, stabilizzatori UV, adesivo, nastro adesivo, inchiostro e polimeri acrilici, gommalacca, vernice ad acqua su legno), costruiscono una scultura a parete, che supera il collage tout court. Attraverso la giustapposizione di queste eterogenee materie, l’artista sembra attuare un procedimento simile e vicino ai Divisionisti e contrario agli Spazialisti. Solo una visione arretrata consente di vedere l’immagine completa, mentre, quella ravvicinata, fa cogliere solamente il singolo tratto, il singolo elemento; anziché scavare nella tela, per suggerire lo spazio che ingloba, compone uno spessore e una profondità che conquista lo spazio antistante. Un’intricata costruzione di cui è difficile identificare la successione, ma solo intuirne il passaggio temporale, seppure nella fissità di un’immagine astratta suggerita, cristallizzata, evocativa. Come per una scultura, anche per le sue sculture a parete, è necessaria l’osservazione pressoché circolare: la disposizione di più piani, invita a una visione non solo frontale, affinché si possano comprendere lo spessore e gli elementi aggettanti, per rintracciare e individuare i differenti strati e le varie modulazioni. Tecnica che si ripete anche negli altri quadri (White Light-Half life; First Time- Half life; Half Light- Half life; Pot of Fire- Half life e Dews Drews-Half life) allestiti negli ambienti del primo piano che precedono l’ampia sala ovale. È proprio questa forma che ha profondamente influenzato Flash Point (Timekeeper), l’estesa installazione immersiva che riempie completamente il vasto ambiente. Più che una lanterna magica, Sarah Sze crea un articolato daguerriano diorama, con il quale, come un suonatore di flauto, incanta e trattiene il visitatore.

 

Opera di Sarah Sze.


Delle tracce di vernice bianca gocciolata sul pavimento, fanno da cerniera tra i due spazi e segnano il passaggio tra le due dimensioni. Attraverso la sua forma, la larga sala immediatamente richiama alla mente dell’artista la struttura del Colosseo, organismo che per lei sorprendente perché presenta, nello stesso momento, sia l’interno che l’esterno. Al suo interno una delicatissima macchina crea un mondo fantastico, realizzato attraverso la somma di diversi piccoli microcosmi, una fantasmagoria di materiali e suggestioni. Una sapiente e raffinata meticolosità caratterizza le minuscole costruzioni che ricordano delicate sculture giapponesi, in parte illuminate da luci. Sono per l’appunto dei cenni, dei frammenti che costruiscono l’insieme, un insieme composto da elementi attinti dall’esterno fusi con quelli prelevati dalla sua vita privata, per un racconto generale e personale. Una macchina, simile a una giostra, gira su sé stessa illuminando di volta in volta particolari diversi, alcuni dei quali riflettono la propria sagoma sulle pareti, intrecciandosi con le immagini in movimento (come la superficie dell’acqua increspata o un volo di uccello), anche loro ruotanti sulle pareti. Quell’apparente caos è anche qui ordinato con estremo rigore, in cui ogni gerarchia è annullata con la creazione di diversi punti focali.

 

Opera di Sarah Sze.


Una relazione si instaura tra il visitatore e l’installazione, come parti di un ingranaggio, entrambi compiono una rotazione, o all’unisono o nel senso opposto: l’installazione, che ha definitivamente abbandonato la sua natura statica, avvicinandosi alle macchin’azioni tinguelyane, per compiere il suo giro temporale; il visitatore che, come un satellite, ruota per mirare la miriade di dettagli, offerti dai più disparati materiali (legno, acciaio, stampe a pigmento, ceramica, nastro adesivo) che, assemblati, danno vita a inediti marchingegni, in un apparente precario equilibrio che sfida costantemente la gravità, nel continuo tentativo di rendere eterno un istante. Almeno nel ricordo e nelle emozioni. Intento rintracciabile anche in Split Stone (7:34), l’opera esposta nella Crypta Balbi (fino al 27 gennaio 2019) dove, sulle superfici di un blocco di granito diviso a metà, simulando materialmente la fitta rete dei pixel, gli stessi che compongono la foto scattata col suo cellulare. Attraverso la sovrapposizione di strati di pigmenti, ha trasposto e fissato i colori di un tramonto, rendendo perenne un momento fuggevole.

 

La mostra di Sarah Sze resterà aperta fino al 12 gennaio 2019 presso la galleria Gagosian, Via Francesco Crispi, 16, Roma.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO