Governati da ricchi che negano la morte

Tamar Pitch. Contro il decoro

Storicamente, quando si decide che il welfare deve saltare, una strategia di governo può essere insistere sulla paura del crimine, anche contro i fatti, e generare allarme sociale. È avvenuto negli Usa fin dalla fine dei sessanta, con un significativo picco nelle politiche securitarie post-11 settembre. È avvenuto in Italia negli ultimi vent'anni. Si tratta di un tratto che avvicina il neoliberismo e le destre, trovando significative sponde in quelle parti del centrosinistra che tendono a assumere tratti specifici della cultura di destra, e come tale merita una speciale attenzione.

È questo in estrema sintesi il nucleo teorico del libro di Tamar Pitch, Contro il decoro, 2013, che ripercorre alcune significative tappe di questa dinamica in Italia, a partire da una prospettiva di filosofia e sociologia del diritto e sguardo di genere, il femminismo giuridico, che condensa diverse linee di tensione di ordine biopolitico.

 

Stiamo parlando dell'Italia di oggi. «Gli ultimi trent'anni hanno contrapposto libertà ed eguaglianza, facendo dell'eguaglianza l'ostacolo all'affermazione individuale, il freno alla crescita, il simbolo dell'invadenza statale e del primato del pubblico, la parola d'ordine dei fannulloni, dei senza merito e degli invidiosi, l'obiettivo e la giustificazione della barbarie comunista». La libertà è stata intesa come il privilegio di chi ha status socioeconomico elevato, i ricchi e potenti, una classe dirigente smaccatamente priva di etica e senza vergogna, che però è riuscita ad imporre l'appello al decoro per chi non si può permettere quel tipo di libertà. Il decoro, che ha sempre accompagnato storicamente l'ethos borghese, è anche una metafora primaria del controllo laddove «l'ordine e la pulizia della casa rimandano al desiderio di controllare il proprio mondo e sé».

 

 

Non stiamo parlando del desiderio, condiviso e condivisibile di vivere in luoghi di sociabilità belli e armoniosi (raccolta rifiuti, acque pulite, territori preservati, edilizia curata, strade sicure, mezzi pubblici funzionali, scuole accoglienti), ma del concetto di “decoro pubblico” per cui «miseria e marginalità non si vedono, dove germi e batteri portatori di contagio si identificano nei rom, nei mendicanti, nei venditori abusivi, di strada, nelle prostitute, nel proliferare di negozi di cibo 'etnico'». Pitch scrive che nell'impossibilità di applicare la tolleranza zero, tanto ammirata nell'America puritana, ultrasecuritaria, igienista e armata, in Italia il tema del decoro è stata la strada che i policy makers dell'amministrazione hanno trovato per «canalizzare disagi e insicurezze» su temi e problemi di facile effetto mediatico.

 

E si potrebbe aggiungere che il discorso funziona perfettamente per generazioni che nel dopoguerra hanno voluto dimenticare e rimuovere il più in fretta possibile le condizioni di disagio da cui veniva un'Italia sconfitta dalla miseria, un paese di migranti, di operai, di contadini e di madri casalinghe per le quali la pulizia, estremizzando, era innanzitutto una struttura psichica, almeno quanto non lo è (o lo è ma di segno inverso) per tutti i contestatari, dai capelloni ai punkabbestia. 

 

Pitch indaga il discorso all'interno dei codici dell'amministrazione pubblica e delle retoriche politiche. «Il desiderio di protagonismo dei sindaci si esercita nel produrre un ordine analogo a quello che si immagina esista o debba esistere in una casa perbene, dove la casalinga della pubblicità caccia fuori lo sporco (spesso non a caso raffigurato come un mostro)». Lo sporco «ha a che vedere con tutto ciò che eccede, tutto ciò che è percepito come contaminante e impuro».

 

I «patti per la sicurezza» tra poteri locali e centrali si sono moltiplicati dagli anni Novanta, indipendentemente dall'orientamento politico degli amministratori. Direi che non si discute sull'aperto razzismo delle iniziative leghiste che nel Nordest tolgono le panchine dai centri cittadini 'perché altrimenti immigrati e barboni si siedono', ma anche le migliori intenzioni delle amministrazioni di centrosinistra che hanno cercato di parlare di sicurezza sociale sono state scavalcate da pratiche sostanzialmente di destra, ovvero «escludenti, repressive, fondate e legittimate sulla paura».

 

Il che dipende strettamente dal fatto che le politiche neoliberali fondono insieme il politico e l'economico e non prevedono sostanzialmente interventi pubblici a favore delle classi economicamente deprivate, a differenza di quanto il liberalismo classico nelle sue versioni progressiste prevedeva.

La percezione della sicurezza è stata orientata in senso paranoico e si è legiferato a partire dalla 'sicurezza percepita', alla faccia dei dati statistici che mostravano (e mostrano) il calo della criminalità effettiva e l'aumento vertiginoso della rappresentazione del crimine.

 

Colpisce come esemplare nel settore sia stata l'ordinanza firmata da Matteo Renzi a Firenze nel 2009, il sindaco divenuto segretario del Pd e ora Presidente del consiglio, che descrive l'accattonaggio molesto come «mendicità invasiva attuata con insistenza, reiterazione e con l'utilizzo di strumenti di distrazione dell'attenzione da soggetti vestiti con tunica e copricapo bianchi e con volto travisato da cera bianca che rende impossibile la individuazione precisa dei tratti somatici e inquietante l'aspetto emotivo (…); mendicità realizzata mediante l'utilizzo di animali anche di grossa taglia (…) simulando la necessità di ottenere denaro per assicurare il mantenimento degli animali e provando stati di immotivato sentimento di pietà con progressiva perdita di decoro urbano e delle percezione del senso di sicurezza individuale; (…) mendicità realizzata in modo invasivo da soggetti che evidenziano malformazioni agli arti e/o con simulazioni di gravi difficoltà di deambulazione». L'ordinanza Renzi è diventata famosa perché colpisce «tutti quei comportamenti in cui la richiesta di denaro non è fatta palese con il semplice atto della mano tesa», con multe dagli 80 ai 480 euro.

 

Al di là della prosa surreale, che ricorda il linguaggio da verbale dei Carabinieri e una certa burocrazia anni trenta, da un punto di vista psichico il documento è esemplare: chi chiede è molesto perché la povertà non deve guastare la serenità del turista. Ogni comunicazione, anche nel senso di un rifiuto, magari gentile, è stata già esclusa dalla scenarizzazione di un richiedente simulatore, losco, infido, invadente, violento (nello stesso immaginario post-borghese di Oriana Fallaci che agli inizi del millennio popolava Firenze di legioni di arabi che urinano sul Battistero, o ricordo male?). Che un individuo possa entrare in contatto con una persona, quale che sia la sua condizione, non è neanche pensabile.

Lo scenario razziale è chiaro nel momento in cui migranti e rom sono i primi soggetti ad essere colpiti dai provvedimenti e a 'sparire' dalla circolazione, come avvenne a Torino nei giorni delle Olimpiadi del 2006. O in circostanze diverse e ancora più drammatiche a Rosarno nel 2009, dove la prima manifestazione dei raccoglitori di arance di origine africana contro lo schiavismo e contro le violenze della 'ndrangheta, con denunce pubbliche mai viste prima in loco, diede luogo a una vera e propria deportazione di molti lavoratori, sulla sola base delle pelle nera, in località del Centronord, e all'internamento di clandestini negli appositi centri di permanenza, per motivi di «ordine pubblico».

 

Il discorso di Pitch può essere ampliato e prende in considerazione altre categorie che incarnano modelli di devianza rispetto al canone della cittadinanza 'perbene', coinvolgendo così di volta in volta ultrà, tossici, prostitute, giovinastri che schiamazzano. E per ognuno ci sarebbero molte cose da dire rispetto alla tendenziale ipocrisia che abita la morale selettiva delle classi dirigenti/potenti e che informa le leggi. Ma qui ci interessa la ratio della distinzione, mobile, tra “perbene” e “permale” in nome della quale si è governato al fine di «ottenere consenso nel contesto di una situazione in cui il ceto medio vede minate alle radici le sue basi economiche e culturali».

Decoro, merito, disciplina, ieri quando è nata la middle class come oggi che sta scomparendo, sono declinazioni e precipitati di un ordine, che si sovrappone a volte in modo più o meno inconsapevole all'Identità, alla Nazione, all'Occidente, e si circonda ovviamente di Famiglia e Proprietà, semplificandosi poi, per venire incontro alle esigenze intellettuali del nuovo cittadino in uno scontro tra buoni e cattivi per le strade, sugli autobus, negli uffici postale e nei mercati, ambiti in cui il discorso giuridico e quello moralistico si fondono. Complicando ogni possibile soluzione a problemi reali.

 

A tutti sarà venuto in mente l'ossessione di Berlusconi, simbolo del ventennio che ha inaugurato, per l'igiene personale e la cura di sé, la moda cafonal-eleganteggiante e l'immaginario di bellezza strappona che le 'sue' donne dovrebbero incarnare, con i correlati di fastidio del contagio per gli altri umani e le accuse di essere maleodoranti/malvestiti agli esponenti della sinistra. L'edonismo è di fatto un tratto di molta cultura di destra, che in questo riprende i valori dell'aristocrazia e dell'alta borghesia storiche, associando salute/benessere/ricchezza e facendo dell'immagine la conferma del successo. È già stato detto quanto questo si associ a una vera paura di invecchiare e, una negazione del morire e della propria morte. «Il corpo tende a sparire nella sua complessità di intreccio inestricabile di biologia e storia, natura e cultura […], ridotto a pura materia plasmabile a piacere, interamente dominabile dalla 'mente' e dalla volontà, e infine dissolvibile nella virtualità della rete elettronica». Si tratta di una «decorporeizzazione» che vede il corpo come «qualcosa che si ha e non come qualcosa che si è»: qui il corpo diventa involucro infido e potenzialmente pericoloso con l'implicita colpevolizzazione di chi, in un modo neoliberistico, atomizzato e privatizzato non ha le risorse economiche o la cultura per prendersi cura di sé – parliamo di salute – o di apparire secondo i dettami della moda condivisa dai più.

 

La crisi che attanaglia l'Europa e l'Italia induce a pensare su quanto sia mobile la distinzione del decoro basata su dati essenzialmente economici e mostra sempre più la contraddizioni insite in un sistema, sistematicamente indotto, accettato e promosso, tale da impoverire le persone e renderle sempre più ignoranti. Incominciare a riconoscersi vittime, più o meno consapevoli, di questa rete discorsiva e rifiutare la vergogna interiorizzata in decenni di falsità è qualcosa che bisognerà insegnare.

Mimmo Paladino

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