Yuval Noah Harari. Evoluzione o estinzione del sapiens?

«Siamo passati dalle canoe alle galee, dai battelli a vapore alle navette spaziali, ma nessuno sa dove stiamo andando. Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto, gli umani sembrano più irresponsabili che mai. Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo rendere conto a nessuno … Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?» 

 

Con questa domanda termina il saggio dello storico israeliano Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi, pubblicato in Israele nel 2011, tradotto in trenta lingue, uscito in italiano per i tipi di Bompiani nel 2014 e in edizione riveduta nel 2017, che ha venduto nel mondo più di cinque milioni di copie. Harari – nato a Haifa nel 1976, Ph.D. ad Oxford, esperto di storia medievale e militare, attualmente insegna world history all'Università ebraica di Gerusalemme – vi racconta il cammino della nostra specie a partire da settantamila anni fa, epoca in cui sembra si sia verificata la rivoluzione cognitiva che ha trasformato l'uomo, creatura debole e poco significativa rispetto a molte altre, nel dominatore di un ecosistema da lui stesso reso globale. Oggi siamo l'unico essere vivente in grado di modificare l'ecologia planetaria, un potere che ci rende simili agli dèi delle mitologie antiche. Cosa ne conseguirà? Ci trasformeremo in un nuovo tipo di sapiens ancora più evoluto e potente? Oppure muteremo al punto che il concetto stesso di essere umano sparirà, perché sarà scomparsa la realtà che quel concetto esprimeva? 

 

Il nuovo saggio dello storico israeliano, Homo deus. Breve storia del futuro (Bompiani 2017), è l'ideale continuazione di Sapiens e propone delle risposte a queste domande. L'interesse suscitato a livello internazionale da questo libro è attestato dal gran numero di conferenze, interviste e articoli che gli sono stati dedicati. Alcune testate, come "The Guardian", l'"Evening Standard" e il "Times Literary Supplement" hanno dichiarato Homo deus libro dell'anno e in rete è possibile ascoltare il suo autore in un corso di storia seguitissimo, Brief History of Humankind. Nonostante le sue cinquecento pagine, il libro è molto piacevole grazie alle doti narrative dell'autore e al suo humor brillante, che riesce spesso a strappare il sorriso nonostante – ed è uno dei suoi obiettivi – susciti non pochi motivi di preoccupazione riguardo al futuro. 

 

 

Harari è interessato a sviluppare una riflessione d'ampio respiro sulla storia, come spetterebbe alla filosofia della storia, disciplina affascinante e difficile, sempre più trascurata a favore di interessi storici nuovi (storia materiale e settoriale) e del tutto diversi. In Sapiens e Homo deus egli pone, a se stesso e al lettore, moltissime domande, alle quali non necessariamente vuole dare una risposta, perché il suo scopo evidente è quello di stimolare il pensiero critico di chi legge, mostrandogli le possibili conseguenze delle premesse date. In ogni buona ricerca, d'altra parte, gli interrogativi sono sempre più importanti delle risposte, perché queste conseguono da quelli. Il telaio della riflessione di Harari è formato dai tre quesiti di sempre, quelli che hanno dato il via al pensiero filosofico: chi siamo, da dove veniamo e, soprattutto, dove andiamo. E la sua tesi è che «la storia iniziò quando gli uomini inventarono le divinità e finirà quando gli uomini diventeranno divinità» (cfr. www.ynharari.com/it). 

 

Con Homo deus Yuval Harari si colloca nella scia di quegli storici che, come Guizot, de Tocqueville, de Coulange, Burckardt, Braudel, Spengler, Toynbee, hanno studiato la storia profonda dell'umanità per individuarne dinamiche e direzione. In questa prospettiva, considerando l'umanità come un'unica entità che condivide la stessa origine e lo stesso destino, egli ripercorre le macro-vicende dei secoli passati senza entrare nei dettagli, ricorrendo a tutte le discipline necessarie: scienza, filosofia, antropologia. Tra gli storici appena citati, una sintonia particolare mi pare ci sia con l'autore di La democrazia in America, Alexis de Tocqueville il quale, come Harari, scandagliava il passato con lo sguardo rivolto all'avvenire per capire il presente e prepararsi al futuro. Tocqueville si preoccupava di come fosse possibile salvaguardare la libertà individuale, cardine della società aristocratica, nella nuova società democratica che ne stava prendendo il posto e nella quale il valore fondamentale era l'uguaglianza, anche a discapito della libertà del singolo. Il suo intento non era esprimere un giudizio su quel cambiamento epocale, ma avvertire i contemporanei dei pericoli che incombevano sulla libertà, affinché, volendolo, potessero evitarli. Harari è mosso da una preoccupazione simile, ma paventa una minaccia diversa: egli teme che il sopravvento delle tecnologie possa far soccombere l'umanesimo e con esso i valori che per secoli hanno forgiato la civiltà. L'inquietudine che faceva dire a Tocqueville: «Quando il passato non rischiara l'avvenire, lo sguardo avanza nelle tenebre», è la stessa con cui anche lo sguardo di Harari, non senza una certa ironia, s'avventura nelle stesse tenebre. 

 

Lo sguardo rivolto al futuro ha fatto sì che entrambi si siano trovati addosso l'ambigua etichetta di profeta. Un epiteto che Harari non apprezza per nulla. In più occasioni, infatti, ha dichiarato che Homo deus non è una profezia, ma piuttosto «un contributo per la discussione delle scelte cui siamo chiamati», nella speranza che la consapevolezza favorisca opzioni che rendano la sua predizione sbagliata: «Qual è infatti lo scopo di provare a immaginarsi il futuro se non deviarne la traiettoria almeno un po’?», ha dichiarato.

 

E a chi trova esagerate o estreme le sue previsioni risponde: «Tutte le predizioni che aggiungono un po’ di pepe nelle argomentazioni di questo volume non sono altro che il tentativo di porre in discussione i dilemmi della contemporaneità, e un invito al cambiamento per il futuro.»

 

Cosa vogliamo raggiungere nel XXI secolo? Quali obiettivi porremo in cima ai nostri programmi? È di vitale importanza, spiega Harari, sapere cosa vogliamo e cosa non vogliamo, perché i desideri sono i motori delle nostre azioni, individuali e collettive. Per secoli l'umanità ha desiderato con tutte le forze liberarsi dalle carestie, dalle pestilenze e dalla guerra; il desiderio ha indirizzato le nostre azioni così che oggi l'incidenza di quei flagelli è incredibilmente ridotta rispetto al passato (Harari documenta con molti dati le sue affermazioni). Dal punto di vista tecnico, probabilmente potremmo già debellarle completamente; se ciò non accade, spiega, la responsabilità va ricercata in ragioni e volontà politiche. Ma quando questi problemi saranno del tutto alle nostre spalle, si domanda, «che cosa ne prenderà il posto in cima ai programmi dell’umanità? Alla stregua di pompieri in un mondo senza incendi, così il genere umano nel XXI secolo ha bisogno di porsi una domanda inaudita: che cosa vogliamo fare di noi stessi? In un mondo privo di malattie, economicamente prospero e in pace, su cosa si eserciteranno la nostra attenzione e il nostro ingegno? Questa domanda diventa doppiamente urgente a causa degli immensi nuovi poteri che le biotecnologie e le tecnologie informatiche sono in grado di mettere a nostra disposizione. Come utilizzeremo questo potere?»

 

Il nostro futuro dipende da quale risposta daremo a questa domanda. Il suo timore, come abbiamo detto, è che gli ideali dell'umanesimo si dilegueranno e, poco alla volta, passo dopo passo, mescolandosi con robot e computer che lo miglioreranno sempre più, alla fine scomparirà anche sapiens, per lasciare il posto a una sua versione aggiornata, del tutto diversa. Allora, quando i nostri discendenti si guarderanno indietro «si accorgeranno che non sono più quel genere di animale che ha scritto la Bibbia, costruito la Grande Muraglia cinese e riso della comicità di Charlie Chaplin. Questo non accadrà in un giorno, o in un anno. In realtà, si sta già verificando proprio adesso, attraverso un’innumerevole quantità di azioni abituali».

 

Gli obiettivi dell'umanità del XXI secolo saranno l'immortalità, la felicità e la divinità, osserva Harari. Possono sembrare assurde chimere, ma in realtà non rappresentano altro che i sogni e i desideri dell'antropocentrismo umanista portati alle estreme conseguenze. Se l'uomo è il centro di tutto, se niente si può frapporre tra lui e ciò che ritiene il suo massimo bene, perché non tentare di sconfiggere la morte, pretendere d'essere sempre felici e volere acquisire un dominio totale sulla natura, compresa la nostra stessa biologia? Come il sogno potrebbe, verosimilmente, trasformarsi in un incubo e portarci all'estinzione anziché al paradiso terrestre, è uno dei temi centrali del libro. 

 

Stiamo già cercando di superare i limiti impostici dalla biologia ed è sempre più probabile che, grazie alla biotecnologia, ci riusciremo. Anche se ancora per molto tempo la maggior parte degli uomini sarà impegnata nelle battaglie consuete, l'umanità come collettività – la sua sezione ricerca e sviluppo, diciamo – avanza spedita su quella strada. Tra le molte conseguenze, come effetto collaterale non piccolo, questo processo favorirà il formarsi di un’élite composta da chi ha le conoscenze tecnologiche, i mezzi per realizzare gli apparecchi e la facoltà di decidere chi se ne può avvantaggiare. Ogni questione presenterà sempre importanti risvolti politici ed etici, ma la complessità sarà sempre maggiore, cosicché sempre meno persone avranno le competenze necessarie per prendere decisioni politiche avvedute, consapevoli, giuste e attente al bene comune. In fondo, a dispetto delle sue intenzioni, quella di Harari può essere definita una profezia, intesa però nel senso biblico di avvertimento contro un comportamento sbagliato e di messa in guardia dalle conseguenze, se si proseguirà su una determinata strada.

 

Ciascuna delle tre parti in cui è suddiviso Homo Deus è introdotta da alcune domande che compendiano i temi in essa trattati. Nella prima parte si inizia col confronto tra Homo sapiens e gli altri animali, per capire cosa renda singolare la nostra specie (l'immaginazione, la narrazione, la cooperazione flessibile). E il motivo di questo confronto, spiega l'autore, è che «la relazione tra umani e animali è il miglior modello che abbiamo per le future relazioni tra superuomini e (semplici) uomini.»

 La domanda finale è: «Homo sapiens è una forma di vita effettivamente superiore o soltanto il bulletto del quartiere?» Nella seconda parte, al centro è l'umanesimo, inteso come l'ordine immaginario costituito che, a partire dalla rivoluzione scientifica, ha dato forma al mondo negli ultimi trecento anni fino a oggi. L'autore si domanda quali siano le implicazioni economiche, sociali e politiche di questo credo e come siamo arrivati a convincerci di essere noi a dare un senso al mondo.

 

Per rispondere, esamina «il bizzarro mondo che Homo sapiens ha creato negli ultimi millenni e il percorso che ci ha portati al nostro attuale bivio». Nella terza parte, infine, la questione centrale è se gli umani saranno in grado di continuare a governare il mondo e a dargli un senso. Harari spiega in che modo la biotecnologia e l’intelligenza artificiale possono costituire una minaccia per l’umanesimo, e si chiede chi potrebbe raccogliere la nostra eredità e quale nuovo ordine di valori potrebbe prendere il posto dell’umanesimo. E propone alcune ipotesi decisamente inquietanti, che forse possono sembrare troppo estreme, ma certo raggiungono l'obiettivo di fare riflettere e scuotere le coscienze. È probabile, auspica l'autore – e noi con lui – che l'attenzione che porremo nei prossimi anni alla bioingegneria, all'intelligenza artificiale, alla tecnologia e alla salvaguardia dell'ecosistema facciano deviare il futuro qui descritto verso una direzione diversa, in cui ancora la nostra presenza abbia senso e valore. 

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