Portobello, la TV di Marco Bellocchio

23 Aprile 2026

Usare la televisione per raccontare il potere della televisione: questo è uno dei temi centrali di Portobello, la miniserie ideata e diretta da Marco Bellocchio, che ha di fatto accompagnato l’arrivo della piattaforma di streaming HBO Max in Italia. La narrazione del regista piacentino prende avvio, non a caso, da una significativa simbiosi fra tubo catodico e ambiente penitenziario. Siamo nell’estate del 1977 e Giovanni Pandico, fedele “scrivano” del celebre malavitoso Raffaele Cutolo, si trova in prigione. I suoi occhi sono spalancati di fronte a un apparecchio televisivo e mostrano i segni di un interesse quasi maniacale, simile a quello di tantissimi altri italiani. In onda sulla seconda rete c’è la nuova trasmissione condotta da Enzo Tortora, tornato a lavorare per il servizio pubblico dopo nove anni di esilio. Era stata una dichiarazione rilasciata al settimanale “Oggi” a farlo entrare in rotta di collisione con i vertici di Viale Mazzini: “[La Rai è come] un jet colossale guidato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”.

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Enzo Tortora all’epoca di “Portobello”.

Durante l’allontanamento, il famoso presentatore si era avvicinato alle emittenti private, che si stavano affermando in modo veloce, grazie a toni confidenziali, radicamento territoriale e capacità di creare un legame di prossimità con il pubblico, facendolo sentire coinvolto nella macchina comunicativa. Era apparso su Telebiella, aveva fondato Antenna 3 Lombardia insieme all’editore Renzo Villa e aveva contribuito a mettere a punto – prima per Telealtomilanese e poi per la stessa Antenna 3 – Il Pomofiore, un programma ispirato alla Corrida radiofonica (nata nel gennaio del 1968), con il palcoscenico aperto ai “dilettanti allo sbaraglio”. A giudicare le esibizioni era la stessa platea, che manifestava il suo dissenso lanciando un pomodoro o il suo apprezzamento lanciando un fiore.

Approfittando dei grandi cambiamenti stimolati dalla riforma Rai del 1975 e della più generale metamorfosi del mercato televisivo, Enzo Tortora ritornò alla casa madre per condurre Portobello. Il nome della trasmissione – ideata insieme alla sorella Anna, ad Angelo Citterio e Mario Carpitella – era legato a una famosa strada londinese e alla sua fiera quotidiana (“Portobello Road”), ma la scenografia costruita nello Studio Uno di Milano mirava a evocare nei telespettatori il ricordo di un mercatino di provincia, con campanile, orologio, bancarelle e cabine telefoniche. In apertura di ciascuna puntata, i riflettori erano puntati su un pappagallo: un concorrente scelto fra il pubblico aveva a disposizione trenta secondi per indurre l’animaletto a pronunciare la parola “Portobello”.

Lo spettacolo era tuttavia fondato su un presupposto essenziale, mutuato dai successi delle nascenti reti locali: la partecipazione delle persone comuni. Queste ultime non dovevano solo rispondere alle domande in un quiz a premi (pratica ormai consolidata in Rai), ma erano chiamate a diventare protagoniste, vendendo i loro prodotti, mostrando le loro invenzioni e – importante sottolinearlo – raccontando le loro storie personali. Un ruolo importante era infatti assegnato alle rubriche: in Fiori d’arancio, gli ospiti in studio pronunciavano appelli per cercare l’anima gemella ed eventualmente convolare a nozze, mentre in Dove sei? provavano a ritrovare amici e parenti di cui avevano perso le tracce.

Lo sguardo di Marco Bellocchio si ferma proprio sul pubblico. Le inquadrature iniziali si rincorrono in maniera concitata per raccontare gli effetti di Portobello sugli italiani, spostandosi di casa in casa, di ristorante in ristorante, di bar in bar. Il mercatino della seconda rete diventa un’occasione importante per creare un contatto fra generazioni diverse, dentro e fuori dal recinto domestico: il rituale collettivo diventa tanto avvolgente da includere anche i detenuti delle carceri, che provano a combattere la noia in celle anguste e sovraffollate.

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 Il Tortora di Fabrizio Gifuni (foto di Anna Camerlingo).

L’interpretazione di Fabrizio Gifuni accentua il tratto morigerato e scettico del personaggio di Enzo Tortora: i sorrisi sono smorzati, la vocalità viaggia su toni bassi e i momenti di euforia sono seguiti da repentine virate di apprensione, quasi a voler prefigurare l’atroce destino che attende il presentatore. L’enorme successo della trasmissione – il primo episodio della miniserie si intitola “28 milioni di telespettatori” – viene interpretato come una ragione per muoversi con circospezione: si trasforma in responsabilità verso il pubblico, lasciando poco spazio a un reale senso di soddisfazione.

Il Tortora di Bellocchio si mostra riconoscente per l’affetto ricevuto dal paese (in alcune battute fa riferimento all’intera “Italia”), ma è consapevole di come i legami fra celebrità e pubblico, anche quelli più solidi, possano spezzarsi da un momento all’altro. Si rivolge con severità al suo gruppo di lavoro, nonostante i risultati raggiunti, risultando talvolta sgradevole o scostante: spiega che tutte le lettere inviate dai telespettatori meritano una risposta. A renderlo inquieto è proprio il malessere di un uomo, che protesta per essere stato ignorato dopo aver spedito dei “centrini” alla sede della Rai con l’obiettivo di venderli in trasmissione. Si tratta di Giovanni Pandico, interpretato da Lino Musella, che continua a coltivare in prigione le sue ossessioni, producendo tutti gli sforzi possibili per guadagnarsi la stima dal capo della Nuova Camorra Organizzata. Impiega il suo tempo, ad esempio, per scolpire una statuetta devozionale da donare a Cutolo, nella vana speranza di veder riconosciuto il valore artistico dell’oggetto. Vorrebbe inoltre esprimere le proprie opinioni, ma si rende conto di non essere ascoltato dai suoi stessi sodali.

Sono proprio questi dettagli a condurci nell’universo emotivo di un personaggio che possiede caratteristiche molteplici: in lui si condensano le pulsioni di malavitoso costretto a trascorrere la sua esistenza dietro le sbarre e i desideri di una persona comune, che si illude di poter conquistare il palcoscenico televisivo e di ottenere un riconoscimento. Nel racconto di Bellocchio, il Giovanni Pandico telespettatore non è diverso da tanti altri italiani stregati da Portobello, ormai convinti di poter entrare nel tubo catodico e di trovare l’attenzione che credono di meritare, mettendo in mostra i propri slanci creativi, insieme alle proprie ambizioni, ai sentimenti e alle paure più nascoste.

La vicenda di Enzo Tortora è ben nota, oltre a essere oggetto di continue rievocazioni: resta tuttavia difficile collocarla nel difficile contesto degli anni Settanta e Ottanta, segnato da cambiamenti tumultuosi e contraddizioni insanabili. Il noto presentatore viene arrestato a Roma nel mese di giugno del 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di droga. È costretto ad attendere tre anni e mezzo prima di poter mettere fine al suo incubo, grazie a un’assoluzione con formula piena. Le ragioni del clamoroso errore giudiziario cominciano a emergere solo durante il processo, quando gli osservatori più attenti – una minoranza, in verità – comprendono che l’impianto accusatorio gravita intorno a deposizioni inattendibili rilasciate da pentiti come Pandico, per il desiderio di compiacere le autorità o di dare sfogo a frustrazioni personali.

Marco Bellocchio si concentra sul ruolo del mezzo televisivo in quel delicato tornante storico, facendo emergere una lettura molto precisa: la tv è un dispositivo deformante che altera la percezione della realtà e alimenta le speranze individuali, usando i drammi della vita intima in trame da mettere in scena. Non è più uno spazio di legittimazione pubblica, ma comincia a configurarsi come strumento di sfaldamento della fiducia nelle istituzioni e nell’ordine sociale. La stessa costruzione della celebrità, in quest’ottica, si rivela effimera e ambigua, fino a diventare anticamera di un processo distruttivo che avanza in modo incontrollato, trasformando l’adorazione in invidia, acredine, smania di vendetta.

Prima di essere “pentiti”, gli accusatori di Enzo Tortora sono telespettatori. Seguono con passione Portobello e ne giudicano i meccanismi comunicativi. Decidono quindi di mettere alla gogna un innocente, con la complicità di magistrati che forse sono animati da un risentimento analogo, veicolando l’insofferenza personale contro le gerarchie create dall’intrattenimento catodico. Per quanto sia incredibile, il presentatore si trova in carcere a dover pagare il conto per il suo successo, fra compagni di cella che gli dimostrano compassione e terroristi che lo accusano di aver usato la televisione per speculare sulle speranze delle masse.

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Lino Musella nei panni di Giovanni Pandico.

I nodi sembrano venire al pettine nel corso del terzo episodio della miniserie, quando alcuni detenuti invitano Tortora a partecipare a una piccola rappresentazione teatrale e a recitare delle poesie per festeggiare l’onomastico del direttore del penitenziario. In buona sostanza, gli propongono di salire sul palco per svolgere il ruolo analogo a quello di un ospite di Portobello: il conduttore si sottrae, spiegando che una tale esibizione avrebbe tutta l’aria di “una buffonata”. A distanza di qualche scena, lo ritroviamo dietro le sbarre, immerso nei suoi pensieri o probabilmente caduto in uno stato onirico, distratto solo da una musica che viene dalla strada. Prova a capire chi si sta avvicinando alla sua finestra e riconosce i membri di una compagnia circense, che si fermano per rendergli omaggio (“Ciao Enzo, ti vogliamo bene!”, “Enzo libero, Enzo libero!”). Nell’immagine di questi artisti si realizza una perfetta collisione dei ruoli: svolgono la funzione di un pubblico in adorazione, ma sono anche protagonisti dello spettacolo.

In questi segmenti narrativi, emerge una delle priorità di Bellocchio: fermare lo sguardo sul rapporto fra società e media negli anni di Portobello. E l’argomento non è di certo nuovo nella produzione del regista. Fin troppo facile pensare al ruolo del televisore in Buongiorno, notte (2003), sempre acceso nei covi delle Brigate Rosse, impegnato a offrire un racconto della realtà molto lontano dal mondo interiore e dalle aspettative dei militanti. È tuttavia Esterno notte (miniserie del 2022) a far emergere le nuove dinamiche partecipative che attraversano il mondo della comunicazione. I centralini del Ministero degli Interni sono aperti durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro per accogliere segnalazioni utili alle autorità, ma i cittadini chiamano per altre ragioni: vogliono raccontare la propria solitudine, hanno bisogno di comunicare le proprie paure, pensano di poter ritrovare il prigioniero seguendo indicazioni ricevute in sogno. Si comportano, a tutti gli effetti, come i telespettatori del mercatino televisivo della seconda rete. Usano il telefono per prendere la parola (fin troppo facile proporre una similitudine con le dinamiche odierne stimolate dalle piattaforme social), nella speranza di trovare una platea disposta a mettersi in ascolto. Cercano di uscire dall’invisibilità per essere riconosciuti.

Bellocchio trasferisce lo stesso metodo di analisi sul processo contro Enzo Tortora, mostrando come il conflitto socio-politico si sovrapponga in maniera quasi geometrica – oltre che tragica – a quello mediatico-giudiziario. Le udienze si svolgono in un’atmosfera di squilibrio costante: la rappresentazione soggettiva afferma il suo dominio, passo dopo passo, su qualsiasi principio di realtà. Il pubblico tende a occupare la scena in tutti i tornanti decisivi, fra fischi, proteste, mugugni e applausi. L’accusa definisce Enzo Tortora un “ipnotizzatore”, facendo riferimento alle sue abilità televisive. La difesa usa lo stesso concetto per delegittimare i pentiti, evidenziando come abbiano appreso bene la stessa arte, fino ad acquisire la capacità di “ipnotizzare” gli organi giudicanti. A conti fatti, sul banco degli imputati non c’è un cittadino, né un essere umano: c’è solo il grande mattatore di Portobello.

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