Portobello: una tragicommedia italiana

16 Aprile 2026

È invitante fare un film in costume oppure un instant movie. Più raro è lasciarsi ispirare da eventi di dieci, venti, o trent’anni fa: il pubblico ha la distanza giusta per non mitizzare, è più informato e scettico, e perde la proverbiale bocca buona. Produttore e regista si prendono dei bei rischi. Tra molti colpi andati a vuoto, hanno fatto centro 1992 e Esterno notte, quest’ultimo di Marco Bellocchio, che adesso ci riprova con Portobello, miniserie in sei puntate su Hbo dedicata a uno dei momenti più sgradevoli della storia repubblicana. Dopo la notte del 17 giugno 1983, quando Enzo Tortora fu arrestato in un albergo romano con l’accusa di essere un camorrista, si scatenò di tutto: si disse che aveva intascato la beneficenza destinata ai terremotati dell’Irpinia, che possedeva uno yacht nei porti del Sud e un conto cifrato in Svizzera, che era cocainomane, che frequentava uomini dalla sessualità ambigua, che i carabinieri lo avevano sorpreso a letto con due donne, di cui una nera. Fanciulloni stanchi e pieni di noia quali siamo, il linciaggio è una tentazione a cui pochi sanno resistere. Se poi abbiamo la certezza di stare dalla parte giusta, perdiamo ogni freno e, pur di scacciare il malumore, nessuna crudeltà o panzana è di troppo.

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L’arresto di Enzo Tortora, 1983.

 

L’abolizione della tortura non ci ha resi agnellini. Prima o poi sentiamo il bisogno di fare a pezzi, almeno moralmente, chi nella vita ha avuto fortuna o talento, trascinarlo nella polvere mentre si credeva al sicuro sul piedistallo. Tortora si prestava fin troppo a questo ruolo: popolare ma fondamentalmente snob, aveva un lessico più sorvegliato dei colleghi presentatori, con quegl’improvvisi rallentando che gli facevano strascicare un poco le parole – retaggio da cronista sportivo che aggiusta la frase mentre l’evento gli cambia sotto gli occhi – e che Fabrizio Gifuni sa riprodurre senza diventare Gigi Sabani. Non andava incontro al pubblico con braccia spalancate e labbra cuoriformi ma con un certo ritegno ligure e la fronte leggermente corrugata. In un’Italia dove bisognava stare con i preti oppure con i preti rossi, era un miscredente, e questo poteva avere delle conseguenze. Le ebbe.

Tra i più scatenati nel rilanciare le veline della Procura di Napoli, che per mesi paralizzarono ogni possibilità di replica, c’era il giornale fondato da Antonio Gramsci, che salutò l’arresto di Tortora con il più assertivo dei titoli: “Ci sono prove certe”, alimentando la leggenda di un poker d’assi in mano ai magistrati. Invece non avevano nulla. Solo le dichiarazioni di quattro delinquenti i quali, tranne uno, non erano nemmeno camorristi, ma ladruncoli, papponi, calunniatori seriali, casi clinici conclamati, la schiuma delle patrie galere, desiderosi di telecamere e pronti a sfruttare le nuove norme sui “pentiti” per ottenere sconti di pena. Allestirono una macchinazione tanto ingenua quanto ambiziosa, nei cui ingranaggi la Procura si gettò a capofitto lasciandosene stritolare con convincimento. Ma Tortora non fu l’unico: sui quasi mille mandati di cattura di quella notte del 1983, centinaia colpirono persone che non c’entravano niente. Si fecero mesi, anni di carcere senza uno straccio di prova, senza un indizio, solo perché avevano un conto in sospeso coi lestofanti di cui sopra oppure perché omonimi dei veri ricercati. Se la magistratura italiana ha avuto il suo otto settembre, fu quello.

Portobello cerca di essere fedele agli eventi e, soprattutto all’inizio, usa la coralità come una chiave per comprenderli. La trasmissione viene mostrata per cerchi che si allargano: lo studio tv con gli ospiti, poi le tribune del pubblico, l’ufficio delle riunioni, i magazzini stracolmi di oggetti da vendere, fino agli spettatori a casa o al bar, i proletari, i borghesi, i carcerati di mezzo Paese, tutti sintonizzati sulla Rai. Le cose sembrano andare a gonfie vele, gli ascolti crescono vertiginosamente, ma ci sono alcuni dettagli che stonano. In un caffè napoletano arriva un killer in motoretta che spara a un avventore ammazzandolo. Tra i “fenomeni” della trasmissione c’è una ragazza che piange a comando e il primo piano degli occhi arrossati sembra un oscuro presentimento. Il famoso pappagallo è scappato dagli studi per rifugiarsi in una chiesa. Tra chi segue Tortora con curiosità eccessiva, c’è Giovanni Pandico (Lino Musella), detto o’ Pazzo, delinquente di mezza tacca con velleità di artista, zimbello di carcerati e secondini che non gli risparmiano nessuna umiliazione, di cui Raffaele Cutolo si serve per farsi battere a macchina le lettere. Pandico è devotissimo del boss e ossessionato dal presentatore, con il quale dice di comunicare telepaticamente. Ma il primo, trasferito in un altro carcere, non risponde alle sue missive imploranti; il secondo dimentica di mettere all’asta in tv alcuni centrini confezionati dai galeotti.

Pandico è un uomo del sottosuolo, il cui cibo è il veleno del risentimento. Pungolato dai magistrati ai quali è riuscito a vendersi come un pezzo grosso della criminalità organizzata, inserisce Tortora in un elenco di camorristi – fatto in gran parte coi nomi di quelli che lo avevano angariato – che la Procura utilizzerà come canovaccio per la maxiretata. Pandico, che prima faceva lo scrivano per gli altri carcerati, come “pentito” può dettare la confessione a un poliziotto che batte diligentemente ogni sua parola. Gli uomini con la toga non hanno il tempo, o forse la voglia, di verificare i racconti fatti da o’ Pazzo, e i mandati di cattura fioccano.

Il momento più drammatico dell’arresto di Tortora non è il walk of shame con le manette, in mezzo a una folla inferocita, con fotografi e cameramen schierati come un plotone d’esecuzione, ma lo sguardo interrogativo con cui in caserma fissa un ritratto di Pertini, bonario nonno della nazione, il presidente più amato dagli italiani, alla testa di uno stato che quella volta agì in modo criminale.

Tortora (Fabrizio Gifuni) durante il processo (foto di Anna Camerlingo).

Sul banco dei testimoni sfileranno i personaggi più grotteschi: Pandico; il killer delle carceri Pasquale Barra (nel film Massimiliano Rossi); Margutti (Gianluca Gobbi), un imbrattatele già condannato per calunnia, che dice di aver visto Tortora vendere droga durante le pause di una trasmissione per l’Unicef; Gianni Melluso (Giovanni Muselli), in arte Cha-cha-cha, cioè “fanfarone”: piccolo rapinatore e prosseneta, sosteneva di conoscere Tortora dai tempi in cui, prima di passare alla camorra, spacciava cocaina per Francis Turatello, il boss della mala milanese. Bellocchio è particolarmente impietoso nella descrizione dei magistrati pronti a bersi qualunque cosa. Senza malanimo, li presenta per quello che erano: non Torquemada ma bestie da soma con i paraocchi, schiacciasassi che avanzano in linea retta fregandosene delle curve, funzionari che vogliono farsi carico di una palingenesi collettiva. Lo si capì al processo, quando i giudici, oltre a definire Tortora “un cinico mercante di morte”, dissero che in una Napoli ubriaca di criminalità e Maradona, il potere giudiziario aveva il compito di avviare una riscossa morale e civile. Da allora sappiamo che il sogno di trasformare la giustizia in una crociata genera mostri e distrugge vite. O almeno dovremmo saperlo.

La serie parte con il botto. La prima puntata è fenomenale, inserisce la storia di Tortora in quella del suo pubblico e dell’Italia. Poi, a mano a mano che ci avviciniamo al processo, si sfilaccia. Il racconto va a sbattere contro la realtà e, se non naufraga, imbarca molta acqua. Non riuscendo a trasfigurare i fatti, li aggira, o li scorcia. Chi ha ascoltato la registrazione delle udienze, disponibile su YouTube, capisce la difficoltà di rendere cinematograficamente quel bailamme di vernacolismo partenopeo, prevaricazioni, dilettantismo, scorrettezze: una commedia sinistra alla quale non c’è nulla da aggiungere tranne la costernazione. Certi momenti del processo erano dei medaglioni di antropologia comparata, quasi impossibili da riprodurre. Il confronto in aula tra Vallanzasca e Melluso diede al primo l’occasione di impartire una lezione di diritto alla corte, scagionando Tortora da metà delle accuse. Fu la collisione di due mondi, la criminalità autentica di Vallanzasca e quella fasulla di Melluso, ma anche la circostanza in cui un ergastolano risultò più onesto di quelli che lo avevano condannato. Nella serie questo aspetto non c’è.

L’episodio sull’avventura politica del protagonista è poco più che didascalico. Eletto al Parlamento Europeo nelle liste del Partito Radicale nel 1984 – mentre attendeva il processo – Tortora divenne il simbolo vivente di una battaglia che Pannella conduceva da anni: indire un referendum per riconoscere la responsabilità civile dei magistrati. Quando uno sbaglia e manda in carcere un innocente senza prove, deve pagare. L’8 novembre 1987 i sì furono oltre 20 milioni, l’80% dei votanti. Tortora, alla radio, disse: “Stanotte, per la prima volta, potrò dormire tranquillo, sapendo che le mie manette non sono state inutili”. In un’Italia dove il tatticismo di partito non aveva colonizzato ogni questione pubblica, dove la partigianeria e il settarismo non avevano ancora inquinato a tal punto il dibattito sulla giustizia, un risultato del genere era possibile.

Peccato che il Parlamento svuotò subito la riforma: con una legge dell’aprile 1988, decise che prima di citare un magistrato in giudizio, il cittadino dovesse passare davanti alla Corte d’appello (composta di altri magistrati) che quasi sempre archivia la richiesta come “manifestamente infondata”. Su centinaia di ricorsi, le condanne si contano sulle dita di una mano. Tortora morì cinque settimane dopo l’approvazione di quella legge, a cinquantanove anni. Fece in tempo a vedere il tradimento consumarsi, non a combatterlo. La serie accenna a questo periodo senza approfondirlo, e forse è meglio così: ci sono cose che il cinema non riuscirebbe a raccontare senza rompersi, e Bellocchio è abbastanza onesto da saperlo.

In copertina: Marco Bellocchio sul set (foto di Anna Camerlingo).

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