The Reverse Grand Tour

19 Aprile 2013

Être singulier pluriel. Così Jean-Luc Nancy intitolava nel 1996 la sua riflessione sul rapporto tra le identità dei singoli e il sistema di relazioni che le eccede, sull’“essere singolare plurale” appunto. Secondo il filosofo, ognuno, all’interno di un regime di differenze e condivisione, può realizzare il proprio essere solo all’interno di una comune cornice di coesistenza, di una comunità.

 

Secondo quest’ottica, ogni differente singolarità è dunque indissociabile dalle altre, e su questa linea, assumendo l’arte come processo d’analisi e conoscenza reciproca, Valerio Rocco Orlando indaga e racconta storie diverse, estratte da contesti comuni e quotidiani, ricomponendole come i tasselli di un mosaico all’interno di un’immagine d’insieme, declinata nelle diverse forme del video, dell’intervista, della composizione fotografica, della scultura luminosa, del gesto, ed elegge a suoi protagonisti individui, nella parte di loro stessi, scelti dalle cerchie d’amici, da luoghi generici o connotati, come scuole e accademie, esemplificativi di identità collettive e osservati al tempo stesso nella loro soggettività.

 

Nel suo lavoro, spazio e tempo della narrazione si giocano sul crinale tra dimensione soggettiva e oggettiva, in un continuo passaggio tra la memoria e l’identificazione, moltiplicandone le esistenze nello stesso modo in cui si sovrappongono le differenti espressioni di un singolo progetto: una fotografia di gruppo, un’azione di volantinaggio, la scrittura di un ragazzo che ripete uno slogan e diventa scultura al neon.

 

Ho incontrato Valerio Rocco Orlando in occasione della sua mostra The Reverse Grand Tour alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove ha presentato il risultato di un anno trascorso come residente nelle accademie straniere di Roma, da quella spagnola e tedesca all’Istituto Svizzero e al Circolo Scandinavo, fino alla partecipazione alla mostra Re-generation al MACRO. Una serie di interviste agli artisti incontrati (in un video di 50’) si affiancano alle fotografie delle finestre dei loro studi, recuperando e ribaltando la prospettiva del Grand Tour e della camera con vista, dal punto di vista esteriore a quello interiore, in un singolare ritratto collettivo.

 

Promenades, 2012, ph. Giorgio Benni

 

Qual è stata la tua formazione?
Una formazione atipica direi. Ho studiato drammaturgia teatrale e regia, sia teatrale che cinematografica. Poi ho subito iniziato a girare video e film, raccontando persone comuni e storie di vita quotidiana. The sentimental Glance (2002-2007) è la mia prima serie: ritratti, direi, di donne a me molto vicine. Attraverso di loro volevo mettere a fuoco alcune parti di me.

 

Rispetto alle prime opere, in quelle più recenti si avverte il passaggio ad una dimensione sociale, più apertamente pubblica. Sei passato dalle amicizie a gruppi identitari come studenti, artisti...
Esatto, dai singoli mi apro progressivamente a soggetti sociali, se vogliamo, come gli innamorati di Lover’s discourse (dal 2010), gli studenti di Quale educazione per Marte? (dal 2011), gli artisti di The reverse grand tour (2012) e via dicendo, ma cerco sempre di stabilire un rapporto individuale e intimo con chi incontro. I singoli scelgono di partecipare. È da qui che nascono le storie: dall’esigenza di essere ascoltati, anche da noi stessi. Si potrebbe dire che l’opera genera un dispositivo di condivisione, a partire dal fatto che tu abbia qualcosa da dire e che scelga di dirlo proprio a me.

 

E come scegli i tuoi soggetti o i tuoi argomenti?
Cerco la Bellezza nella quotidianità, non le situazioni eccezionali, ma quelle possibili, vicine alla mia vita. Non mi interessano gli emarginati, o le categorie minoritarie in quanto tali, ma ciò che riguarda la collettività: ciò che è pubblico se vuoi. È proprio questo limite, questa soglia che desidero cogliere e a cui cerco di dare forma.

 

Vedute, 2012

 

Come una finestra...
È vero. La finestra per me è una metafora della convergenza tra la prospettiva intima e confidenziale e quella pubblica e sociale che cerco di mantenere in tutti i miei lavori. In una delle mie prime opere, Eva (2004), riprendevo una donna affacciata a una finestra, come un continuo passaggio dal suo mondo interiore a quello esteriore. La finestra è nodale anche in The Reverse Grand Tour (2012), il progetto incentrato sulle storie degli artisti residenti nelle accademie straniere di Roma e realizzato durante i lunghi mesi della mia residenza itinerante in città. Facevo delle fotografie negli studi di questi artisti e fotografavo le loro finestre, con la loro vista. Un rovesciamento del concetto di camera con vista tipico del Grand Tour. Anziché mostrare le classiche vedute sulla città, le finestre sono come spalancate sugli interni e sugli studi che si intravedono e le incorniciano. Un momento per riflettere sull’incrocio tra le identità nazionali, la ricerca personale dei singoli artisti e la tradizione delle residenze nella capitale.

 

Tornando a quelle che potremmo chiamre interviste. Non c’è il rischio che la videocamera possa dare origine a un’esibizione del sé, a un’interpretazione di ruoli da parte dei tuoi protagonisti e dunque a una perdita di spontaneità?
Ho riflettuto molto su questo. In effetti, il mio intervento è ambivalente: da una parte si pone come un occhio esterno che osserva, dall’altra si immedesima nel contesto specifico per esserne accolto. Non potrei mai piazzare una videocamera e fare le interviste. Instaurare un rapporto di fiducia è fondamentale per ottenere che le persone si aprano, e ogni volta è diverso. Ad esempio con gli studenti del Liceo artistico Giorgio De Chirico di Roma (Quale Educazione per Marte?) non è stato così semplice. Andavo a scuola ogni giorno, mi sedevo al banco, ascoltavo. Chiedere proprio ai ragazzi di provare a immaginare una scuola migliore pareva ai loro occhi la richiesta di un alieno. Gli stessi professori mi percepivano come un corpo estraneo, fosse stato anche solo per il modo in cui parlo, per il fatto che sono di Milano. Diversamente a Cuba, dove in occasione della Biennale ho avuto la possibilità di continuare questo stesso progetto con gli studenti dell’ISA (Instituto Superior de Arte), la situazione di embargo in qualche modo genera una grande curiosità e un sincero interesse di ciò che viene dall’esterno. Così la mia presenza è stata accolta con grande entusiasmo, al punto da ribaltare i ruoli. Pensa che io ero lì per ascoltare loro e mi sono trovato nella situazione opposta, in cui erano loro a voler comprendere perché li volessi ascoltare.

 

The Reverse Grand Tour, 2012, GNAM, ph. Sebastiano Luciano

 

Sembra esserci una soglia molto sottile tra il sistema teatrale, la narrazione e la messa in scena di certe confidenze, ma come avviene il passaggio dalla dimensione individuale a quella comunitaria?
Quando lo scambio di confidenze avviene con successo si apre uno spiraglio: uno spazio per la verità; qualcosa che spesso ha a che vedere con la relazione tra il soggetto e la comunità. Ti faccio un esempio. Durante Lover’s Discourse – un progetto dedicato all’analisi del rapporto di una coppia come tale e dei singoli che la compongono rispetto a una comunità specifica, alla società, ai familiari, agli amici – una ragazza di Reykjavík molto giovane, arrivata al momento dell’intervista davanti alla videocamera, ha raccontato, anche emozionandosi, le difficoltà con cui avevano superato un aborto, sia a livello di coppia, sia all’interno della comunità. Oltre alle difficoltà che si possono immaginare, per loro ricorrere all’aborto era stata una scelta molto sofferta che ha messo in crisi anche il rapporto personale con la comunità perchè, ha raccontato, in Islanda non è assolutamente tollerato. In situazioni come questa io sono assolutamente esterno, però – se vuoi anche solo per un istante  – ho l’opportunità di entrare davvero nell’intimità degli individui che incontro e raccogliere queste porzioni di realtà, elaborarle con il mio sguardo attraverso il montaggio, è un’occasione per mettere a confronto storie diverse, e far emergere tematiche tanto personali quanto universali.

 

Vedute, 2012, GNAM, ph. Sebastiano Luciano

 

Al mezzo video, che come hai detto è la cifra stilistica che ti accompagna sin dagli esordi, hai poi aggiunto altre espressioni formalmente distinte, nelle quali fai confluire la tua ricerca: la fotografia, il libro d’artista e l’uso del neon come scrittura.
Le fotografie, così come i libri, fanno sempre parte di installazioni complesse in cui attraverso l’associazione di momenti e capitoli distinti, proprio come per le immagini in movimento, emerge una nuova visione della realtà. Le sculture di neon invece, dove mi piace pensare che una materia fredda diventa “umana”, sono una chiave di lettura della tematica esplorata di volta in volta. I testi sono degli statement spesso presi dal passato, ad esempio Coexistence, per Lover’s Discourse, oppure Un mundo mejor es posible (2012) per Quale Educazione per Marte? Scelta una frase la faccio scrivere a mano a una delle persone che hanno partecipato al progetto e così ne faccio realizzare la scritta con il neon. Sono parole che ho letto, che fanno parte della mia formazione e che in ogni caso cerco di attualizzare e personalizzare rispetto all’esperienza diretta. Me ne riapproprio, al di là del loro portato preesistente, la lego al progetto, di cui sintetizzano, mi auguro, l’esperienza.

 

Vedute, 2012

 

Attribuisci una valenza politica al tuo lavoro?
Il mio lavoro non è dichiaratamente politico, e forse non è adatta neanche la parola “sociale”, ma ha una componente etica molto forte. Non mi interessano il disagio esistenziale né la denuncia di un sistema in crisi. Guardo al senso della quotidianità. È necessario far emergere la bellezza di questa quotidianità, e questa operazione va di pari passo con l’etica. Credo molto nella relazione, nella costruzione del lavoro a più mani. Provenendo dal teatro per me l’opera è sempre un lavoro di squadra, e anche quando è già terminata, continua a vivere e ad assumere le scelte di chi la possiede. Ciò che si porta dietro sono la personalità, l’umanità della mia ricerca, attraverso il volto, la voce o la grafia dei partecipanti. D’altra parte nella mia visione l’artista ha una precisa responsabilità di creare una connessione con il mondo reale, non solo in quello che racconta, ma nella pratica. Non sto parlando della corrispondenza tra arte e vita, ma di un radicale valore educativo dell’arte, come lo intendeva Rancière. Ad esempio a Cuba, il sistema educativo è fondato sull’insegnamento di José Martí, sull’unione del trabajo manual y trabajo intelectual: opera e teoria. Questo mi interessa: che non ci sia una separazione tra il luogo della formazione e il luogo della produzione culturale. A confrontare le due esperienze, quella romana e quella cubana, la differenza più grande era nel rapporto con i docenti, mentre gli studenti italiani reclamavano la necessità di un confronto più profondo con i propri insegnanti, denunciando per esempio il distacco generazionale come causa di impossibilità di dialogo; quelli cubani mostravano come la qualità della relazione con i propri insegnanti fosse il loro punto di forza, grazie al rapporto di fiducia e alla stretta conoscenza reciproca.

 

Tutto questo definisce un’architettura complessa, impostata su più momenti, tra i quali anche una tensione all’autocoscienza, oltre che alla conoscenza reciproca...
Vedi, l’esperienza di Cuba con gli studenti, quella romana, il confronto con gli altri artisti, fare agli altri domande che faccio a me stesso, chiedere: «Perché lo stai facendo?», «Perché questa scuola?», «Perché questa residenza?», rimette tutto in discussione, anche le mie scelte, la pratica della residenza, il sistema delle accademie, delle istituzioni, la reale necessità per un artista di lavorare in un contesto piuttosto che in un altro… E le risposte, anche i silenzi, o le cattive risposte, se esistono cattive risposte, le risposte lontane dal mio pensiero, mi hanno portato a comprendere meglio perchè sto facendo quello che sto facendo, il senso e la sua reale necessità. Lavorando così, per tasselli, l’opera complessiva racchiude tutte le storie, i ritratti, tutti filtrati attraverso il mio sguardo. E questo include una parte di me nelle mie opere, che viste nel loro insieme saranno quasi un grande autoritratto e un ritratto collettivo del presente, dei mondi che ho attraversato per dare voce a punti di vista diversi, del fortissimo desiderio di riconnettersi agli altri.



Valerio Rocco Orlando, The Reverse Grand Tour

a cura di Ludovico Pratesi, Angelandreina Rorro
Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, fino al 28 aprile 2013

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