Vuoi tornare un'altra volta?

Le favole cominciano con “c’era una volta”. Nel film c’è una colonna sonora a carillon, un calesse trainato da cavalli bianchi, una specie di paradiso godereccio e kitsch, cibi abbondanti, donne vestite da uova di pasqua, bambini grassi e vocianti. A volte finiscono bene, le favole: quella di Luciano, il pescivendolo che sognava la tv, finisce con una risata enigmatica. Ma di chi si fa beffe quando, compromessa la vita reale, venduta la pescheria e abbandonata la moglie per seguire la sua ossessione, aggirate le telecamere di sorveglianza e l’occhiuta trafila di accesso, riesce finalmente a entrare nel sogno, sia pur da ombra o fantasma? Quando Reality di Garrone uscì pochi mesi fa, si disse che era un film fuori tempo massimo: il suo corrispettivo tivù era in declino, la nuova frontiera dell’apparire essendo ormai divenuta la connessione, lo sharing. Mentre la spettatrice seduta accanto a me commentava ad alta voce “che poi a Napoli così vivono, dieci persone per stanza”, pensavo che forse davvero Reality non affondava nel rapporto tra aspettative individuali e realizzazione materiale, nella ferita aperta tra i traguardi possibili e quelli di plastica. Un paio di giorni dopo la visione del film, ecco l’imprevedibile.  

 

 

Ho i miei jeans autunnali e siedo al mio solito posto nella mia solita sala in Biblioteca. Sto cercando di scrivere l’ennesimo articolo gratis per una rivista con trecento lettori, quando mi arriva una telefonata: “numero privato”, leggo. «Sono M***, l’ assistente di V***, lo conosce?». (Buio). «Il Produttore di C*** Z***, ha presente?». Ho. «Volevamo, se possibile, incontrarla per proporle di partecipare a un programma televisivo: un reality». Ovviamente in casi del genere uno che non sia il pescivendolo Luciano pensa immediatamente a uno scherzo. Ma no, M*** mi fornisce un indirizzo, un orario, e dunque potrò sapere se è uno scherzo oppure no entro un raggio di tempo circoscritto, senza sconfinare a mia volta nella paranoia. Anche nel mio caso, però, l’impatto è quello con un mondo totalmente altro: le donne che incontro sul pianerottolo sono alte almeno mezzo metro più di me (quando accavallano le gambe si scopre che la dismisura è in parte prodotta da tacchi non inferiori ai dodici centimetri), hanno tailleur con gonne inguinali, i capelli piastrati un minuto prima, o il minuto dopo. «La scala a chiocciola, prima porta  a sinistra», verrò annunciata altre due volte, prima di poter accedere alla Stanza.

 

Dunque: fino a un paio d’ore prima ero l’anonima utente di una sala studio dove il massimo del lusso tecnologico è averci la chiavetta o no o poter scroccare un qualche wifi nei pressi (la Biblioteca, ovviamente, ne è sprovvista). Al tuo posto, come decreta l’imperscrutabile Regolamento, puoi usare solo i libri richiesti al bancone, e mai in numero superiore a tre. Il Produttore ha viceversa davanti a sé pile e pile di libri, tutti rigorosamente intonsi. E poi mucchi di curriculum, con foto di donne in posa “guardami”. Infine almeno tre o quattro  strumenti di cui non saprei individuare la funzione (meno che mai dire il nome) che utilizza in simultanea mentre parla con me  e con una serie di altri interlocutori che apostrofa via via come stronzi, rottinculo, cretini. Penso si tratti di uno di quei test cui sottopongono i candidati a un qualsivoglia ruolo aziendale e dopo un po’ glielo chiedo anche: «Ma è una prova?». Non sembra aver compreso il senso della domanda, anzi sembra non mi abbia nemmeno sentita, occupato com’è a insultare, ma allora perché non mi manda via. No, non lo fa. La sua attenzione continua a essere monopolizzata da segretari, assistenti, programmisti, montatori, cameraman, videocamere, telefoni ai quali urla contro (o dentro, se oggetti) sempre con gli stessi disfemismi, per dirla elegante: cazzo, fanculo, merda. Ma non potrebbe delegare queste sporche faccende a un manutengolo qualunque e occuparsi d’altro, ad esempio di me? Evito. Ecco che mi fissa di nuovo, sorride, è un bell’uomo tra i cinquanta e i sessanta, troppo vecchio per me ma piuttosto giovane (o giovanile) per dirlo mio padre. Chiedo di poter aprire la finestra, ostentando una disinvoltura che mi viene dal sentirmi totalmente fuori posto e a disagio. «Vogliamo fare un provino?». «Un provino come?». «Improvvisa una lezione agli studenti». Improvvisa: in teoria sarebbe il mio lavoro, o uno dei tanti nella vita di chi ha a che fare con Le Lettere. D’accordo, improvviso. Parlo della tragedia antica, di Eschilo. Mi sento, mentre parlo, una studentessa all’esame, più che la docente che cercano per il learning-reality. Lui difatti si alza e sbotta che gli studenti vanno motivati, che devo spiegargli non la muffa dei libri ma soprattutto perché è ancora utile studiare delle lingue morte come il greco e il latino (e lo dice come se, appunto, utile non lo fosse affatto, dunque cosa mai mi dovrei inventare), che ci vogliono i collegamenti con l’oggi, con le loro vite. «Vuoi tornare un’altra volta?». L’avevo detto che era un esame. No, la voglio affrontare fino in fondo quest’esperienza tra il Cepu e l’Attimo fuggente: sono i miei quasi quindici minuti di fama, li vivrò senza risparmiarmi. Ecco che arringo, nello studio del Produttore, i miei studenti fittizi, che spiego loro chi è l’eroe tragico, l’innocente sfortunato della Poetica di Aristotele. «Meglio senza Aristotele». Vado avanti un buon quarto d’ora con lui che intervalla ascolto e chiamate, a volte interrompe e sbraita, a volte no. Poi chiude tutte le sue operazioni multitasking, prende in mano, incredibilmente, un telefono quasi normale e dice: «Ce l’ho, è qui davanti a me». Rido anch’io, a quel punto, come Luciano, e penso al momento in cui sono uscita di casa, la mattina, per andare a studiare in Biblioteca, coi jeans vecchi e senza trucco. Ed è lì che voglio tornare. «Vado?». «Andiamo». Andiamo sul set, nella Casa del learning-reality. Durante il tragitto in macchina il segretario e l’attrice (di fiction tivù, ça va sans dire) che presenterà la striscia quotidiana del programma mi guardano come una marziana. «Lei è una poetessa». «Ah. Recitaci qualcosa, Gina». «Gilda». «Sì». Se sa sedurti soltanto un sonetto/archetipo d’amaro amore assente/nasconderò…. è un acrostico in cui ogni verso si compone… sì, va be’, ma a chi lo dico? Siamo arrivati, vedo la Casa, vedo un sacco di gente cui vengo presentata come l’Ultima (in ordine di ingaggio), mi assegnano un orario di lavoro, una scaletta. «Non abbiamo però parlato del compenso». «3mila, forse 3500». «Ma è un impegno di quattro giorni a settimana e poi sono ore di Greco e Latino, c’è la grammatica, insomma, devo prepararmi». «Ok, 4 mila, non un euro di più». «Allora ci penso». «Fino a domattina».

 

 

La notte dell’Innominato fu al confronto un sollazzo. Il Luciano che era in me non stava nella pelle e non vedeva l’ora di spiegare la grammatica alle scimmie (si sarebbero chiamati così, gli studenti, chissà poi perché non i somari, i muli, i ciuchi, che faceva anche un po’ Pinocchio, e nobilitava). Una notte di perifrastica passiva e aoristi in epsilon, se esistono. La parte di me che aveva lasciato i libri in deposito da due giorni si diceva che era arrivato il momento di finirla lì, di riderci sopra (già) e poi chissà, per una porta che si era aperta senza alcuna aspettativa, qualche altra cui invece andavo bussando cv alla mano senza esito da anni non mi sarebbe più stata preclusa. «Scordati, se vai in tv, di entrare all’Università». Scusi, eh, ma io vivo con 500 euro al mese. «Sai bene che è una fase». «Ma gli altri, gli altri perché possono farlo, senza perderci la faccia?». «Perché l’hanno già persa».

 

Il Produttore mi concede un altro giorno ancora, e un’altra notte, in cui penso a  Luciano che s’infilava negli scarichi dei cessi per farsi raccomandare. Me, mi chiama direttamente il Produttore. E anzi quando gli dico che mi sono tutti contro, anche la mia famiglia, si fa dare qualche numero per rassicurarli. L’indomani è però l’assistente («Gina?»), non lui, a presentarsi all’appuntamento telefonico. Il momento è fatale, dalla mia risposta dipende il mio futuro, se tornerò ad ammuffire in Biblioteca, dove il massimo che mi possa capitare nella giornata è incontrare nei corridoi uno che mi parla di mediane e di concorsi. Oppure cambiare vita, rischiarmela, o almeno cambiare presente, con 4000 al mese in tasca.

 

La mia risposta è No. Non diventerò una scimmia fra le scimmie, ma è solo perché sono già una scimmia fra le scimmie. Le scimmie della supposta serietà che ha bisogno di travestirsi da ostinazione e gonne alla caviglia. Non si può essere studiosi e altro insieme. Non siamo ancora pronti per questo, noi primi della classe, noi primati.

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28 Maggio 2013