Una zebra al Salone del Mobile

Quando da via Conte Rosso ho svoltato per via Ventura, ho sentito la voce di Simonetta che mi chiamava. Mi sono avvicinato e mi ha detto: “Guarda che cosa ho comprato”. Era una custodia per Iphone zebrata. È stato il primo oggetto con cui sono entrato in contatto al Salone del Mobile. Poi ho visto una specie di grande cabina armadio, fatta come una specie di grande vagina color amarena.

 


In quanto profano, cieco, intellettualmente inerme di fronte a ciò che genericamente chiamo design, devo ricorrere a perifrasi vaghe e unappealing: "una specie di cabina armadio". Del resto io non so niente. Non sono titolare di nessun sapere specifico. Semplicemente da fantasma passo attraverso l'informazione. Come tutti o quasi tutti. La conoscenza si muove da un punto all'altro come polline nel mondo on line e off line del dopo Gutenberg. Senza sosta. E ci attraversa. E allo stesso modo io mi sposto per Milano, flâneur da un quartiere all'altro della Design Week. Cammino fra cloud umane di visitatori – con le loro grandi barbe hipster disegnate a carboncino, le scarpe forellate, le labbra tinte di rossetto sotto gli occhiali fumé – che sembrano intonare un bergamasco, ma in realtà parlano l'accento sordo di un dialetto dell'Est Europa.

La grande vagina amarena sembrava un grande pezzo di granito lavorato, ma in realtà era fatta di un materiale soffice e senza peso. Una specie di spuma che scricchiola sotto la pressione lieve di un dito. Poi, nello spazio del Royal College of Art in via Oslavia, sopra un bancone ho visto un papillon.

 

papillon

 

E appesi al muro altre decine di papillon. Quattro ragazze in camice bianco immergevano delle piccole siringhe dentro fiale ed ampolle. Applicavano materia organica ai papillon. Dei capelli umani. Cucendoli e infilzandoli nel tessuto. Così quei papillon grondavano di riccioli. E sembravano vedove nere. Creature di un olio di Salvador Dalì. Mostri nei sogni di un paziente di Sigmund Freud. Ho visto impilati dei tessuti – foulard? pashmine? – ciascuno stampato dalla tomografia di una formazione tumorale.

 

Mi è sembrato toccante. Ho visto delle reti fatte di cera d'api, che ho immaginato sopra il corpo nudo di una donna. Forse perché da bambino vidi una foto di Laura Antonelli, nuda, vestita soltanto di una rete da pesca. Nell'aria un profumo remoto ma dolcissimo di miele. E poi ho visto delle piccole teiere di creta grezza, gibbose, 'made by someone in China'. Ho visto cristalli di sale sbocciati sopra a una fila di piastrelle. Ho toccato e manipolato un grande foglio color ambra, alto un centimetro, di un materiale ottenuto mediante la coltivazione di batteri. Sotto le dita si offriva liscio, ma appiccicoso, di una flessibilità indecisa che i miei polpastrelli non hanno mai provato. Ho visto delle sculture che raffiguravano un capriolo, un cerbiatto, un maiale.

 

Erano come stropicciate, grinzose, senza equilibrio. Ho domandato e mi è stato detto che le sculture erano state originariamente realizzate con un materiale molto morbido. Quindi era stato chiesto a degli esseri umani di abbracciare il capriolo, il cerbiatto, il maiale, fino ad imprimere una forma sul corpo dell'animale.

Quindi il capriolo, il cerbiatto, il maiale erano stati riempiti di cemento per conservare l'impronta dell'abbraccio.

 

salone del mobile

 

Il giorno dopo sono andato dall'altra parte della città, in via Tortona. E poi in via Savona. Sono entrato dentro l'allestimento della ditta di arredi Moooi, accanto al palazzo di Ermenegildo Zegna. Ero molto stanco. Mi sono seduto su un divano rosso. Poi mi sono abbandonato contro lo schienale. Chi dovrò ringraziare per essermi sentito così comodo e rilassato? Di fronte al divano c'era una zebra impagliata. Bambini, anziani della città di Milano, ricchi indiani, adolescenti giapponesi col cappellino da pescatore, uomini e donne da ogni parte del mondo, si avvicinavano alla zebra. Proprio di fronte a me. Scattavano fotografie mettendosi in posa accanto alla zebra. Gli accarezzavano il muso, la sommità della schiena e le pareti del ventre. Gli giravano intorno. Facevano scorrere le dita sul pelo.

 

Pelo e contropelo lungo il filo della spina dorsale. Io scattavo fotografie a queste persone mentre queste persone si facevano fotografare. Ho notato che tutti desideravano e cercavano la dolcezza, la bontà della zebra. Erano attratti naturalmente dalla zebra. Così sembrava dentro il mio obbiettivo. E a quel punto, per me, non c'era più nient'altro da sapere né da capire.    

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