Lettera aperta a Alberto Angela

Caro Alberto Angela,

le riferisco uno strano fenomeno mentale suscitato da due delle sue ammirevoli trasmissioni: quella sulla fine di Pompei ed Ercolano, e l’altra sul genocidio degli ebrei e la razzia nel Ghetto di Roma. Succede che il ricordo dei due eventi si sovrappone nella mia mente, tanto che ormai delle due trasmissioni ne faccio una sola.

La notte di Pompei non è la notte dell’Europa, ma, pensi lei!, sento il canto con i gorgheggi tremendi della Regina della Notte di Wolfgang Amadeus Mozart anche nei vicoli bui del Ghetto di Roma prima dell’alba del 16 ottobre 1943.

 

I segni premonitori dell’eruzione che sterminò la città felice si accostano a quelli della strage che distrusse la civiltà di noi europei: l’Affair Dreyfus, il pogrom di Kishinev, due milioni di ebrei russi fuggiaschi verso l’America durante la Belle Époque, e… la taglia criminale dell’oro imposta dai nazisti agli ebrei di Roma… Le sottovalutate avvisaglie dell’eruzione del 79, il terremoto di prima, la siccità che faceva ingiallire i boschi e fuggire la selvaggina, quando “Il formidabil Monte, lo Sterminator Vesevo” partoriva se stesso dagli abissi terrestri, mi fanno pensare ai tanti che ancor oggi deplorano: “Perché non sono fuggiti? Perché non si sono difesi? Possibile che non se ne fossero accorti?”. In molte narrazioni della eruzione, prima del suo memorabile racconto televisivo, si diceva a sproposito della ignavia di quegli Antichi Romani, seppelliti da metri di ceneri mentre dormivano dopo allegri banchetti o lussuriosi passaggi nei postriboli o vergavano sui muri propaganda elettorale. Ma “Gli ultimi giorni di Pompei” restano incisi nella mente di tutti. La commozione mi ha sopraffatto quando lei, di fronte agli scheletri contorti di quei poverini ha mostrato i gioielli che indossavano quando morirono soffocati, dai gas, nel porto di Ercolano. Lo sconvolgimento quando, con umano pudore, ha dovuto far vedere le montagne di cadaveri degli assassinati, dai gas, dei campi di sterminio degli orribili anni ‘40 del XX secolo.

 

A Pompei i turisti, svanita la meraviglia, si trasformano in pellegrini aggirandosi in quelle strade morte eppure ancor vive della città annientata così tanti secoli fa. È lo stesso raccoglimento di chi visita il Ghetto della bella Cracovia, intatto ma deserto di esseri umani, e poi, a pochi chilometri da lì, la macchina infernale di Auschwitz che ha coperto di cenere le menti di noi europei. 

Le città sepolte del Golfo giacquero dimenticate per duemila anni ma il mondo sussultò alla loro riscoperta. Anche il ricordo della Shoah arse, quasi trascurato, per meno di due decenni della nostra vita. Gli ebrei reduci dai campi scrissero le loro memorie, i sopravvissuti testimoniarono, spesso invano, ai processi giudiziari. Poi storici e scienziati scopersero al mondo l’immensità di quell’evento, furono scritti romanzi e commedie, prodotti film e documentari, ma, mentre il Giudaismo non volle, e con ragione, inscrivere la strage nell’eternità delle preghiere, si fece avanti il mito potente della Memoria. Per questo noi ebrei sostituimmo la parola Olocausto con quella di Shoah, che significa Catastrofe in ebraico, e gli zingari Porajmos, Devastazione in lingua Romanì.

 

Plinio il Vecchio morì asfissiato a Ercolano nel cercar di capire e soccorrere, e Plinio il Giovane raccontò dell’eroismo dello zio scienziato che si era immolato nella Catastrofe dell’eruzione.

Adesso sono passati 80 anni dalla Notte dei Cristalli, 80 dalle Leggi Razziali e oramai il ricordo vacilla perché sta avanzando l’avversario più temibile che è l’oblio. 

Ma adesso si presentano anche quelli che, come lei, sono in grado con la loro arte televisiva di generare l’unico avversario che l’oblio teme, il racconto popolare, quello dei cantastorie siciliani.

La Guerra stellare di Troia fu narrata nelle città della Grecia, anzi cantata, poi si crearono i poemi omerici, poi le tragedie dei reduci, quelle che innovarono l’etica del mondo antico, e perciò la nostra. Si sapeva della sciagura, ma la si credeva un mito fino a quando non vennero scoperte le rovine di Ilio, la città dell’assedio: caddero le quinte e i sipari e si fece avanti la realtà. 

 

Grazie di cuore, mio buon aedo e mi auguro che nel frattempo storici, filosofi e scienziati continuino il loro lavoro di disvelamento delle cause profonde del genocidio europeo, con la stessa incrollabile minuzia degli archeologi che sperano un giorno di decrittare i papiri e le pergamene della biblioteca bruciata di Ercolano per riempire il mondo di antichissime, nuove poesie, documenti e belle favole.

Grazie per chi non c’è più, e un brindisi “Le haim” ai vivi di oggi e di domani. 

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