Uomini che uccidono le donne

Il caso Pistorius arriva proprio al momento giusto, l’eccitazione aiuta a nascondere i dati ufficiali che dicono che in Italia sono in aumento gli omicidi di uomini verso le donne. Il fenomeno italiano, benché inferiore percentualmente ad altri paesi, è un dato che segna incremento. Omicidio, suicidio, violenza domestica sono fenomeni che ancora gli italiani non vogliono vedere. Si preferisce darne un’interpretazione psicologica: se era matto, allora si capisce. La follia rimane un fenomeno privato, che può accadere a chiunque, ma non a me, sempre all’altro.

 

Quanto ai clerici, come Julien Benda (1867-1956) amava chiamare gli intellettuali, nessuno si occupa più della follia sociale dai tempi in cui Gustave Le Bon (1841-1931) scrisse la Psicologia delle folle,  nel 1895, Sigmund Freud (1856-1939) Psicologia delle masse e analisi dell’Io, nel 1921, George Bataille (1897-1962) La parte maledetta, nel 1949, o David Riesman (1909-2002) La folla solitaria, nel 1950.

 

Queste riflessioni sembrano abbandonate in nome di una sorta di razionalismo neo-illuminista. Così il fenomeno maschile viene silenziosamente tralasciato insieme al suo irrefrenabile desiderio di protagonismo narcisista. Tutto è spiegato, come ai vecchi tempi di György Lukacs (1875-1971) con La distruzione della ragione (1954).

 

E se dicessimo: il gesto di Pistorius, come quello di migliaia di maschi che uccidono la loro compagna, a botte, col veleno, con il gas, con l’arma da fuoco, ecc., è un atto di guerra. Guerra contro chi? Contro il genere.

 

 

Genere, parola che ha una molteplicità significante che ci inchioda. Genere come parte dell’albero genealogico, il che significa, uccidere una persona è uccidere una generazione del futuro, genere come parte della concettualizzazione aristotelica schematizzata da Porfirio - genere, specie, differenza, proprio, accidente - che pretende razionalmente l’eliminazione di tutto ciò che sta fuori dal canone.

 

Poi un altro insieme di significati, ma genere traduce anche la parola inglese gender, che sul piano etimologico sembra derivare dal latino genus, e che in inglese può significare inventario, magazzini, titolo azionario, razza, famiglia, tipo, rango, ordine, specie e anche sesso (come variabile dummy, maschio o femmina). Così nel secolo venti, tra gli scritti femministi, si riferisce agli attributi sociali molto più che alle qualità biologiche. Da qui il termine gender-bender coniato da David Bowie (1947) e ripreso dalle teorie filosofiche Queer di Judith Butler (1956).

 

Gender-bender, genere che si piega, assume una piega. Considerando un vecchio termine che era usato anche in italiano: invertito, e che in inglese suonava con bent, piegato. Era la parola dominante che si usava da ragazzini per indicare un omosessuale, e aveva certo una connotazione spregiativa, benché educata, che il movimento queer ha ripiegato, a sua volta, trasformandola da definizione in azione, gesto di liberazione. Questa liberazione del genere ha prodotto due reazioni totalmente diverse tra la maggioranza degli uomini e la maggioranza delle donne. Tra gli uomini è cresciuta l’inquietudine omofoba, il senso della minaccia di un genere ottusamente legato alle ideologie eroiche della guerra. Tra le donne un senso di accoglienza per non essere più sole nella quotidiana battaglia per il riconoscimento.

 

Se partiamo da quest’orizzonte forse riusciamo a capire che Pistorius ha compiuto uno dei tanti gesti di guerra tipicamente maschile, che ciò non ha niente a che fare con il bisogno di razionalità che invece, e qui sarò maledettamente cinico, concerne le protesi che da sempre l’umanità maschile eterosessuale ha usato per vincere. Che tanto hanno di razionale, tanto di controllante nei confronti di un mondo da soggiogare a rischio della nostra stessa distruzione di massa.

 

Alla richiesta di competere con i normodotati si rispose che le sue protesi potevano favorirlo, avrebbe vinto. Di fronte alla finitezza, alla ferita narcisista il maschio risponde: voglio una compensazione che mi renda ancor più potente, io devo essere più potente. Robocop il prototipo maschile di combattimento contro il genere, la generazione, il femminile, la piega, l’invertito. Tutto ciò che rappresenta vulnerabilità, richiesta affettiva, comprensione, amore.

 

Quando la finiremo noi maschi di avere paura e di sparare contro qualsiasi cosa ci muova?

 

 

Il quadro di Pistorius è quello di una reazione oltre la soglia di un’ideologia. Quando Catharine MacKinnon scrisse Only Words (Solo parole) nel 1993, segnalava, da avvocato che difendeva casi di donne stuprate, il paradosso della raccolta delle prove: le fotografie mostrano il fatto, ma quale fatto? Inchiodano chi? Così l’autrice mostra come, in un quadro ideologico del tutto clemente nei confronti della violenza fisica, come quello della cultura moderna, razionalista, occidentale, l’ideologia sia la stessa. Tra un tribunale e un maschio omicida di una donna c’è una connivenza costitutiva, la donna muore, ma se rimane viva non le rimane che la sua propria parola. Persino il suo modo di vestirsi può essere una giustificazione per il criminale. Così in molti paesi, come nel nostro, l’abolizione del reato di adulterio femminile è cosa recente o ancora inesistente.

 

Dunque una cosa è assodata, in questi casi l’incubo consiste nel fatto che Pistorius, questo bravo ragazzo, ha esagerato, ovvero: ha travalicato la forma, non la sostanza.

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