Testi drogati e allucinogeni naturali

3 Maggio 2023

Ayahuasca

Perché scrivere di Ayahuasca e cura del mondo di Piero Cipriano? Si tratta di un libro, pubblicato da edizioni Politi Seganfreddo, diviso in tre parti: le prime ottanta pagine s’intitolano “I gran maestri della bevanda dei morti e i suoi misteriosi ingredienti”, seguono altri due capitoli, “L’abuela e io” e “Il rinascimento psichedelico e il farmaco più antiscientifico al mondo”. Gli autori evocati sono numerosi: Jeremy Narby, Michel Harner, Dale Pendell, Terence McKenna, Rick Strassman, Merlin Sheldrake. Tutti esperti in psichedelia e affini, alcuni di loro non li ho mai sentiti, di altri ho sentito parlare, di pochi tra questi mi sono interessato. Piero Cipriano – con cui ho avuto il piacere di conversare a più riprese – si presenta in questo modo: psichiatra anarchico di formazione basagliana. In quarta di copertina il libro presenta la cura Ayahuasca come un ponte tra misticismo e cura psichiatrica, sottolineando che la differenza tra psicofarmaci e psichedelici sia una falsa frontiera. Questa dichiarazione però non sembra trovare conferma nel libro, che è invece una dotta e interessante trattazione sulla psichedelia e su questa nuova sostanza allucinogena. 

Cura

Parte del libro di Cipriano è rivolta a Emmanuel Carrière, autore un tempo stimato, che lo ha – ci ha – deluso. Cipriano si chiede come mai – dopo avere scritto L’avversario, Limonov e Il regno – in Yoga, l’autore esalti l’elettroshock, il litio e la ketamina, che lo avrebbero salvato dal disturbo bipolare. “Salvato” da che cosa? I somministratori di questi rimedi – e le case farmaceutiche – sono “scientificamente convinti” dell’inguaribilità dei disturbi che scaturiscono dalle loro diagnosi. Sui media si possono leggere frasi del tipo: “dosi minime di ketamina, riducono i pensieri suicidari”. Come può, una sostanza chimica, alterare il pensiero – fenomeno correlato alla condizione storica, relazionale e sociale di ognuno – rimane per me un mistero. Sarebbe meraviglioso e terribile; basterebbe un farmaco per far cambiare idea a Trump, Putin e Bolsonaro, ma anche il contrario; potremmo cambiare idea io e Cipriano. Così non è – almeno non ancora – eppure questo messaggio mediatico – apparso sul New York Times – rassicura: sta a vedere che se prendo un po’ di ketamina, la mia vita diventa splendida e i pensieri migliorano. Oggi il pensiero totalitario fa egemonia. Si nasconde che la coercizione chimica sostituisce i muri e, forse, sostituirà il dissenso, come hanno profetizzato Ray Bradbury e François Truffaut, in Fahrenheit 451

Carrière scopre di essere uomo-macchina; ha venduto – come Faust – l’anima al cervello, è diventato “politicamente corretto”. Prima – in L’avversario, per esempio – aveva frequentato cattive compagnie, ora, con Yoga, viene fuori lo spirito collaborazionista che, in trent’anni di analisi, ha forse soggiornato nell’inconscio dello scrittore francese. C’è un intenso godimento nel praticare il collaborazionismo; Ernest Jones usa il termine “quislingismo”, ne ho scritto su Doppiozero qui: Quisling, leader fascista Norvegese – appoggiato dallo scrittore Knut Hamsun – regalò la Norvegia a Hitler per far fronte all’angoscia dell’invasione tedesca. Equazione dell’inconscio: se vince è buono, se perde è cattivo. Si racconta che Hamsun, al cospetto di Hitler, se la fece addosso; che sia accaduto anche a Carrère durante i trattamenti elettro-convulsivanti?

Droga

Droga ha il senso di pharmacon, così come lo intende Jacques Derrida, nel testo “La farmacia di Platone” – in La disseminazione. Derrida osserva che il termine possiede “polisemia regolata”, significa: rimedio, veleno, droga, sostanza psicotropa, anestetico, erba, fungo. Il peyote permise a Carlos Castaneda di scrivere Gli insegnamenti di Don Juan e ad Antonin Artaud di sperimentare la scrittura sotto la sua influenza – Al paese di Tarahumara e La danza del peyote. Invero sono usciti decine di contributi su droga e letteratura, mondo antico e filosofia. Cito il testo curato da Gilberto Camilla e Carl Ruck Allucinogeni nel mondo antico, mitologia ierobotanica, uscito per Nautilus.

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Anni or sono, Alberto Castoldi aveva svolto una ricerca su droga e letteratura – da cui uscì, per Einaudi, Il testo drogato – e aveva curato gli scritti sull’hashish di Walter Benjamin – sempre per Einaudi. Il testo drogato fu opera controversa; per me rimane memorabile. È noto che la droga – qualsiasi cosa sia e qualunque sia il giudizio su di lei – porta ispirazione, assume potere evocativo, come, per esempio, nella poesia di Charles Baudelaire e nella prosa di Thomas De Quincey. Ma poi, come insegna Jean-Paul Sartre – in L’idiota della famiglia –, la letteratura nasce spesso dalla confusione mentale – naturale o indotta – raramente dalla sanità. Eppure l’ayahuasca non ha ancora prodotto le opere scaturite dal laudano e dal peyote. L’ayahuasca è l’ultima di una serie di sostanze psicotrope che hanno popolato l’occidente tra Otto e Novecento: marjuana, oppio, coca, funghi, piante officinali; loro derivati: eroina, morfina, cocaina, aspirina, acido lisergico, curaro, anfetamina, metilfenidato, oppioidi. Ayahuasca giunge come droga del terzo millennio. Se l’Ayahuasca è psiche-delica, vuol dire che illumina la psiche. Un po’ come quando, fino agli anni Sessanta, le famiglie piccolo borghesi tiravano la cera sui pavimenti per renderli lucidi. Oppure quando, per metonimia, si dice, di una persona che appare in salute, che ha una buona cera. Potremmo definire l’ayahuasca come una sorta di cera per la mente, o per il cervello?

Farmaco psichedelico

Ricordo un paziente, anni fa, che, per primo, mi parlò dell’uso dell’ayahuasca come mezzo di cura psichica. 

Cura psico-logica? Chiesi, in maniera curiosa e insipiente, no, rispose: psiche-delica. Erano anni che non udivo più questa parola, dai tempi in cui, sedicenne, nel settembre del 1970, appresi la notizia della morte di Jimi Hendrix mentre ballavo in una discoteca psichedelica di Nervi: psiche – da psyche, anima – delico – da delo, luce. Come parola, “delo” deriva dalla radice proto-indo-europea *dyeu, brillare, cielo, paradiso, dio. Da cui addio, divinità, giorno, dì, Giove, Giulio, ecc., ecc. Invero Delo è, in primo luogo, un’isola antichissima, che, sotto il dominio di Atene, durante il quinto secolo, fu purificata come tempio di Apollo. Nessuno poteva nascere o morire a Delo, le donne gravide e i malati dovevano esser deportati; nessuno aveva patria laggiù, ove campeggiava il dio. 

Il paziente che faceva le cure psichedeliche mi disse che frequentava la chiesa del Santo Daime, recandosi in Perù, ma anche nelle campagne del profondo Nord, tra un’ampolla del Po e un festival dedicato ad Alberto da Giussano – duri e puri, “ampollinei”. Le nuove Delo sono qui, dove non nasce più nessuno. Allora, se psiche sta per anima, che cosa indica il suffisso -delo? Posto che lo psico-logo è un tizio che fa un discorso (logos, pharmacon) sull’anima, o sulla mente, che se ne fa uno psiche-delico dell’anima, della mente, o del cervello? Insomma: la droga, il farmaco, aiuta a deviare o a rigare diritti?

Gli antichi scrivono “pharmacon”: per loro può significare anche discorso – lo sostengono Gorgia, nell’Encomio di Elena, e Platone, nella Repubblica – e qui tornano in ballo Trump e i suoi compari. Il discorso convince, suggestiona, dissocia, ha funzione ipnotica, richiede attenzione e ogni forma dell’attenzione – come recita il titolo di un bel testo di Frank Kermode su Botticelli e Shakespeare – possiede un gradiente ipnotico. Dunque se psico-delia significa illuminazione dell’anima, psico-logia vuol dire “discorso all’anima”. Se continuiamo a immaginare il pharmacon, dopo avere letto Derrida – anche il discorso (logos) sulla psiche (anima) è, nel senso di Gorgia e Platone, un pharmacon. 

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