Anemoni, il soffio della primavera

Marzo: si vanga, si zappa, si sarchia, si rastrella, si pota, si pianta e trapianta, si semina, si concima, si netta il giardino. Si gioisce ad ogni germoglio, si tentano le gemme turgide, si esulta all’aprirsi della prima corolla. E si impreca per le ventate di tramontana, per le ultime infide gelate, per le benefiche pioggerelle, un tempo onomastiche del mese, che tardano ad arrivare o si sono trasformate in piogge monsoniche.

Anche il bosco si rinnova. Da sé. Tra gli abiti leggeri che indossa per il risveglio ce n’è uno che par di mussola, o di seta in raffinata stampa devoré, direbbero i tessitori. Le latifoglie sonnecchiano, sognano il folto delle chiome; così, il tiepido sole giunge senza schermo alcuno al suolo, dove ancora cricchia al piede il secco dei rami e delle foglie.

 

 

È l’energia che serve agli anemoni (Anemoide nemorosa) per spuntare e drizzare i gracili steli. D’improvviso, da un giorno all’altro, il sottobosco si copre di un morbido drappo di foglie novelle e, nel gioco del chiaroscuro, si distinguono i contorni delle tre lamine al mezzo del caule, picciolate, pennate, incise, pubescenti. Su ciascuno di questi colletti verdi spicca una candida corolla di sei sepali, talora venati di violetto nella pagina esterna, ellittici, lunghi poco più di un centimetro. Al centro, intorno ai numerosi carpelli, il giallo delle antere sui bianchi stami. Le foglie basali spunteranno solo al passare della fioritura e daranno al manto una consistenza più densa. Si direbbe che son fiorellini da nulla, ma in massa danno spettacolo e, in queste giornate marzoline, commuovono: sono il primo sorriso dei boschi. Qua e là, qualche violetta o le girandole di alcune pervinche cercano di variare l’albicante distesa dei capolini; ci provano anche i bei gigliucci rosati dalle lunghe antere blu dei Dente di cane (Erytonium dens-canis) avvolti dall’inconfondibile coppia di foglie maculate. Ma l’occhio è tutto preso dagli anemoni.

 

Quest’erbacea, dal rizoma sotterraneo che viaggia in orizzontale, appartiene alla numerosa famiglia delle Ranuncolaceae e il genere comprende altre perenni selvatiche come l’azzurrato A. apennina, l’A. hortensis dallo scapo violetto, o il dorato A. palmata. Il più conosciuto è l’A. coronaria, più alto e carnoso, venduto dai fiorai come fiore da taglio per le grandi corolle striate o monocolore, bianche, rosa, rosse o blu, tutte con quel bel bottone vellutato d’inchiostro circondato da folti stami neri anch’essi. Molte le varietà coltivate in serra, ma imbattersi in una distesa di A. coronaria allo stato selvatico, nei campi e tra i coltivi, dà ben altra emozione. 

 

 

Gli Etruschi lo vedevano fiorire sui tumuli delle necropoli e lo associavano alla morte, per gli Egizi il fiore delicato evocava la fragilità della vita, la malattia. Simbolo di caducità ma anche di rinascita è legato al mito di Adone, figlio di Mirra, conteso da Afrodite e Persefone che se ne accaparrano il possesso con un patto – sei mesi sulla terra e sei mesi nell’Erebo – che replica l’analogo tra Demetra e Plutone. Ucciso da un cinghiale bizzoso, Artemide lo trasforma nell’omonimo fiore, bellissimo ed effimero. Quanto al nome, il greco ánemos chiama in causa il vento, il soffio e dunque anche l’anima. Un altro mito narra di Anemone, una delle ninfe della corte di Flora, di cui si innamorano Zefiro e Borea. Gelosa, la dea della primavera la trasforma nel fiore che sboccia accarezzato dal vento tiepido dell’uno, e subito muore sferzato dall’alito gelido dell’altro. 

Ritroviamo questo intreccio di morte e vita, di eternità e fugacità, in una poesia di Emily Dickinson tra le sue più note: 

 

Fai ch’io per te sia l’estate

quando saran fuggiti i giorni estivi!

La tua musica quando il fanello

tacerà e il pettirosso!

 

A fiorire per te saprò sfuggire alla tomba

riseminando il mio splendore!

E tu coglimi, anemone,

tuo fiore per l’eterno!

(trad. Margherita Guidacci)

 

 

Chissà quale varietà d’anemone cantava la pallida poetessa di Amherst. Per altro, vi sono anemoni dalla fioritura autunnale qual è l’A. japonica, cinese d’origine a dispetto del nome, che gli architetti del verde sposano alle graminacee: elegante ma invadente, svetta con gambi alti fin anche un metro con graziosi tondi bocci in apice e grandi corolle piatte a cinque o sei petali – ma ne esistono anche di stradoppie – dai colori tenui, bianchi o rosa. Comunque, è al precoce candido fiorellino boschivo che vanno le mie simpatie.

All’effimera ma gioiosa vita dell’anemone, che accoglie la bellezza dei cieli di marzo e dell’intero creato, Rainer Maria Rilke dedicò uno dei suoi Sonetti a Orfeo: come rimanere indifferenti all’accorata interrogazione finale!

 

Muscolo floreale che all’anemone

schiudi l’alba dei prati a poco a poco,

finché dai cieli sonori nel suo grembo

si riversa la luce polifonica,

 

 

nella quiete della corolla teso

muscolo del ricevere infinito,

talora da pienezza così vinto

che l’invito al riposo del tramonto

 

non può più richiamare indietro gli orli

della corolla già tutti riversi:

quanti mondi decide la tua forza!

 

Noi duriamo più a lungo, noi violenti.

Ma quando, in quale fra tutte le vite,

ci apriremo a ricevere anche noi finalmente?

(trad. di Giuliano Baioni)

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