Laura Samani, un anno di scuola
Trieste, 2007, l’inizio di un settembre pieno di sole. Fred si è appena trasferita dalla Svezia e sta sostenendo gli esami d’accesso al quinto anno del locale Istituto Tecnico Industriale. Fuori dalla porta i suoi futuri compagni di classe, tutti maschi, si assiepano a spiare dalla serratura, ed è tutto un fiorire di scherzi e battute sessiste, che nelle ore e nei giorni successivi non potrà che aggravarsi, in reazione all’apparente noncuranza della ragazza. D’altra parte, lo scherzo volgare sembra l’unica forma di relazione che questi giovani hanno con le coetanee: al mare, per strada, nello spogliatoio della palestra, le molestie fisiche e verbali sono la normalità, accettata dalle ragazze con un sospiro di impazienza o poco più.
Il film di Laura Samani, Un anno di scuola, riadatta alla Trieste d’inizio millennio un omonimo racconto di Giani Stuparich (recentemente riproposto da Quodlibet a cura di Giuseppe Sandrini) ambientato nella stessa città, ma cent’anni prima. In Stuparich la giovane protagonista si chiama Edda Marty, e proviene da Vienna (“Vienna, dove le donne possono fumare, andare al caffè, rincasare la sera tardi, trattare alla pari con i maschi e discutere con loro”) e proprio come la protagonista del film rimane scottata dalle abitudini di quel “grande porto di commercio, in realtà una piccola città di provincia”, dove sente soffocare il suo “estro vitale”.

Un anno di scuola è sostenuto da un valido cast di giovani interpreti: Giacomo Covi, nel ruolo di Antero, ha ricevuto il premio Orizzonti come Miglior Interprete Maschile, ma nemmeno gli altri due coprotagonisti uomini sfigurano: Pietro Giustolisi è Pasini, il temperamento più tragico dei tre, mentre Samuel Volturno interpreta Mitis, in apparenza il più brutale e rozzo del gruppo, ma comunque capace di grandi dimostrazioni di affetto. Quanto alla protagonista, Stella Wendick ha saputo dare al suo personaggio la forza e la leggerezza che erano già di Edda Marty, e se in certe situazioni lo sviluppo del personaggio non risulta del tutto credibile, ciò dipende probabilmente più da errori di scrittura che da limiti nell’interpretazione.
All’inizio del film, la giovane Fred sembra avere spalle abbastanza larghe per resistere al cambiamento d’ambiente e di mentalità (“Viene da un Paese civile, cerchiamo di non farla pentire di essersi trasferita” – è l’inutile raccomandazione della professoressa agli studenti) sopportando supplizi ben oltre il limite della verosimiglianza, come quando – dopo l’ora di educazione fisica – le vengono rubati vestiti e scarpe mentre si fa la doccia, ed è costretta a ritornare a casa scalza, coperta solo da un asciugamano, sotto gli occhi divertiti di decine di studenti, ma senza che nessun adulto in servizio nella scuola si accorga di nulla. Situazione improbabile, perché nelle scuole italiane mancavano (e mancano) sì le docce, ma non la sorveglianza quasi poliziesca degli studenti. E abbastanza improbabile sembra anche che dopo questo episodio traumatico Fred non solo torni a scuola quasi indenne, ma sia addirittura disponibile ad accettare l’invito a uscire rivoltole da qualcuno dei suoi “carnefici”. C’è un limite anche allo stoicismo delle ragazze svedesi.
“Uscire” in quel contesto significa sostanzialmente “bere”, e grazie a questa competenza Fred si guadagna non solo il rispetto, ma anche l’amicizia dei tre compagni di classe, Mitis, Pasini e Antero, che un poco alla volta la metteranno a parte dei loro segreti e dei loro spazi, compresa la “tana” dove nessuna ragazza ha mai messo piede. La libertà di Fred li spiazza e li affascina: per loro la compagna è “come un maschio”, perché come un maschio beve, non ha il “coprifuoco”, come un maschio può e vuole vivere.
Non è difficile immaginare quali effetti questa giovane libera sia destinata a provocare nell’animo dei tre amici, con il classico contorno di rivalità, segreti, gelosie quasi mortali. Fino al punto di rottura, che porta alla luce tutte le tensioni accumulate, isolando Fred dagli amici e da tutto il contesto scolastico (anche qui, con qualche cedimento all’inverosimile: davvero la stessa ragazza che aveva camminato seminuda davanti a tutta la scuola, ora si lascia spezzare da una scritta sul muro?)
“Non m’avete capita. Io volli esser semplicemente un vostro compagno, e voi m’avete sempre ricacciato nel mio sesso, mi avete costretto a restar donna perché vi facessi del male” affermava Edda Marty sul finire del racconto di Stuparich, e la storia di Fred ricalca bene questa amara conclusione: sembra ancora impossibile, per una giovane, essere semplicemente amica dei maschi.

Fin qui le somiglianze tra libro e film, ma forse sono più interessanti le differenze.
Antero, Mitis e Pasini, nel racconto, sono studenti dell’ultimo anno di ginnasio (il nostro liceo classico) e oltre a studiare duramente “tutti e tre erano giovani che non limitavano la loro vita intellettuale dentro la scuola. Si trovavano fuori di scuola in lunghe e libere discussioni letterarie. S’erano divisi i tre poeti dell’epoca: Mitis era un infocato carducciano, Antero, appassionato del Leopardi, era pascoliano, e Pasini poneva D’Annunzio sopra gli altri due.” Ma, dentro e oltre la letteratura, gli interessi dei tre giovani andavano alla politica “perché più in alto di ogni criterio estetico stava per loro il sentimento della patria; la rivendicazione di Trieste all’Italia era lo scopo delle loro vite”.
Nulla di più lontano dai loro corrispettivi d’inizio millennio: oltre a scansare il più possibile gli impegni scolastici, questi giovani appaiono del tutto alieni dalla dimensione politica, con l’eccezione solo parziale di Antero, che quasi scusandosi ama la letteratura e timidamente si veste da alternativo. Per passare il tempo libero, questi ragazzi fondamentalmente bevono, e buona parte del film si snoda lungo l’itinerario dei loro festini, in cui si cerca, in maniera quasi programmatica, la caduta dei freni inibitori e un antidoto alla noia esistenziale.
C’è un aspetto che il film coglie bene: la leggerezza, solo apparente, dell’essere giovani nei primi anni duemila. Le prime crepe della globalizzazione, il godimento dei beni offerti dalla società dei consumi, il totale disimpegno politico: è all’interno di questa cornice che i giovani ritratti da Samani devono trovare, faticosamente, un senso alle loro esistenze. Una delle scene meglio riuscite del film è il passaggio in Slovenia in occasione della storica apertura della frontiera (oggi richiusa) nel 2007. Anche se in ritardo rispetto al trattato di Schengen, un altro confine si spalanca su un mondo che si prevede (se non pacifico) almeno fervido di promesse. Mitis, Antero, Pasini e Fred celebrano la novità partendo in macchina da Trieste per raggiungere la Slovenia, questa volta senza timore di essere perquisiti al ritorno per una stecca di sigarette, un secchio di frutti di mare o una bottiglia di alcolici.
Ma il divertimento dura poco: il tempo di fare benzina alla macchina e gli amici sono già di ritorno: non c’è molto altro che li interessi al di là del confine. Mitis invita Antero a raccontare a Fred la “storia della Yugo”, ma giustamente i due giovani hanno preferito approfittare del momento di solitudine per scambiarsi muti baci attraverso il vetro del gabbiotto della dogana ormai deserta.
Nonostante l’affetto reciproco, alla fine dell’anno di scuola ciascuno non potrà fare altro che coltivare le proprie personali ambizioni. Per Fred, la partenza è una scelta d’indipendenza, ma anche d’individualismo. Ce lo rivela la lunga camminata con cui, proprio sul finale, si lascia alle spalle la scuola, ritmata dalle note e dalle parole di Più niente dei Prozac+ (reincisa per l’occasione con un contributo di Elisa): Sei così cinica, oramai / Che neanche ti ricordi / Non ti dimenticheremo mai / Le confidenze tra di noi / Forse son state niente / E non c'è niente più tra noi / Non c'è niente tra noi. Ma ora Fred sorride di nuovo e, come Edda Marty, “cammina leggera nel mondo”.