The Drama: lo sguardo altrove
Dove siamo se nessuno ci guarda? Chi siamo se nessuno ci guarda? Nelle relazioni (sentimentali, amicali, familiari) ci affanniamo per interrogarci e interrogare gli altri, cerchiamo dialogo, ma non solo. Cerchiamo la crepa attraverso cui guardare ed essere guardarti, attraverso cui guardare il mondo e attraverso cui esistere. Ci trasformiamo in sguardi senza corpo e in corpi senza sguardo. Ma se fuori casa non guardiamo o guardiamo poco, di sfuggita, dentro casa ci lasciamo guardare, imparando a costruirci come individui (dotati di qualità e abilità) attraverso l’approvazione o l’incoraggiamento dell’Altro. Vogliamo riconoscerci. Come se amore e approvazione fossero un binomio imprescindibile: cosa succederebbe, allora, se - poco prima di sposarci - iniziassimo a disistimare la persona che sarà la propria moglie o il proprio marito?

Kristoffer Borgli parte da questa riflessione per sviluppare il suo The Drama, in cui Zendaya e Robert Pattinson (ma anche altri personaggi secondari) si scontrano in una “gara” di segreti in cui vince chi rimane integro fino alla fine, perdendo - possibilmente - meno pezzi di sé nel corso della battaglia. Il regista norvegese sembra proseguire sulla stessa strada tracciata da Sick of Myself (2022), una sorta di critica della ragion digitale e una riflessione sulle nuove mutazioni del corpo, in cui aveva insistito sulla necessità di «esistere». Esistiamo se l’Altro ci guarda, ci stima, ci compatisce. E Signe, la protagonista del film, per «esistere» arriva persino a ritenere che la morte possa essere uno strumento di potere che le consentirebbe di essere (finalmente) notata. Serve il successo per acquisire un’identità, serve una notorietà digitale per averne una anche nella vita reale. In Sick of Myself Borgli riflette - e come vedremo lo farà anche in The Drama - su chi può ritenersi colpevole, innocente e corresponsabile. Chi è la vittima? Nell’epoca della totale assuefazione digitale, l’attenzione è diventata una merce per la quale competono tutti. E, nel competere, si perde il controllo della propria attenzione: verso cosa – e chi – è rivolta? Qual è l’obiettivo, essere in “copertina”, cioè sotto i riflettori? Se fosse questo, bisognerebbe fare i conti con il fatto che quella copertina – poche ore dopo – possa essere sostituita da altro. Da fatti più notiziabili o malattie più gravi. Allora cosa rimane, forse la morte? Ecco che, allora, Borgli ha già dimostrato la capacità di mettere in scena i rapporti malati dei nostri tempi, quelli in cui Solo gli amanti sopravvivono (come direbbe Jarmusch) o preferiscono morire pur di dimostrare di essere esistiti.
Il più grande segreto di The Drama – e attenzione, non è uno spoiler – è che non si tratta di una storia d’amore. Si tratta di due persone che avrebbero voluto avere un primo incontro da raccontare agli amici e ai figli e pur di averlo lo costruiscono tale nella propria mente, nel modo che più consente loro di star bene. Ma è lì la prima vera grande bugia: nei primi istanti di un incontro. La pellicola, infatti, parte proprio da lì, dal primo momento. E se possiamo immaginare che “sbirciare” cosa l’altro sta leggendo in un bar per potersi avvicinare e presentarsi sia in qualche modo tenero e persino romantico, non lo è, invece, far finta di non vedere che in quei primi attimi c’è (già) una frattura. C’è nelle parole confuse che sono confuse non perché dettate dall’emozione ma perché si correggono, si ripetono come a voler verificare che l’Altro le stia comprendendo. E mentre l’Altro non le comprende, si procede per tentativi, improvvisando, senza consapevolezza. Si va avanti, si costruisce un’intimità, si inizia a convivere, si pensa al matrimonio come una direzione possibile, giusta, felice.
Borgli ci fa credere che sia proprio il matrimonio a rompere l’equilibrio, ma l’equilibrio mancava in partenza. Forse era solo più facile spostare l’attenzione e lo sguardo altrove. Era più comodo, comportava semplicemente meno sforzo. E Zendaya e Robert Pattinson sembrano voler fare il minore sforzo possibile, al punto tale che se uno ha sbirciato il libro dell’altra per “attaccare bottone” poi non ci si prende nemmeno la briga di capire cosa ci sia scritto in quel libro. O cosa abbia caratterizzato una persona nella propria infanzia, cosa abbia rafforzato e potenziato la propria identità. Si guarda altrove, distrattamente, improvvisando (ancora) una complicità che, nei fatti, non c’è. Iniziare a guardarsi davvero implicherebbe uno sforzo diverso, quello di guardare oltre quello che si crede di conoscere già o quello che è stato ritenuto vero prima ancora di essere verificato.

Emergono i segreti, allora, perché si è sempre stati in una sorta di zona grigia, in cui se è vero che non ci sono stati tradimenti (che sono gli unici reali motivi che “apparentemente” possono rompere gli equilibri), non c’è stata mai autenticità. In quella zona grigia ci si viveva ma era anche quella fuori campo, ignorata sin dal principio. I segreti stanno tutti lì, nell’inadeguatezza, nel non conoscersi davvero, nelle spiegazioni che arrivano troppo tardi, nelle risposte non coerenti con le domande, negli sguardi stanchi e distratti che durano poco, non si soffermano, non mettono mai a fuoco. O semmai giudicano, fanno sentire l’altro mortificato. Non c’è, allora, il segreto, c’è la (pacifica, da un certo punto di vista) presa di coscienza che non siamo l’immagine che un’altra persona ha costruito per noi e a cui dobbiamo aderire per poter essere stimati, amati, e persino sposati. C’è che al principio non sono stati messi dei limiti, gli unici (forse) invalicabili all’interno di un rapporto (matrimoniale e non): i propri valori. Se quelli dell’uno/a s’incontrano e s’incastrano con quelli dell’altro/a, allora non c’è segreto (per altro imbarazzante, soprattutto per come viene svelato e per come viene “usato” nel corso dello sviluppo della narrazione) che tenga. Che tenga, per intenderci, distanti; che faccia, cioè, sentire di avere di fronte una persona mai vista prima, alla quale forse è più opportuno presentarsi per la prima volta.
Pensiamo invece a come Bergman abbia raccontato il matrimonio. Il regista fu premiato per il suo Scene da un matrimonio (1973) dall’associazione dei critici americani come miglior film, e Liv Ullman ebbe il premio come migliore attrice. L’origine dell’opera è un soggetto scritto da Bergman nel 1972; inizialmente pensava di voler realizzare un’opera teatrale su uno uomo che torna a casa dalla moglie e le dice di voler rompere il loro (relativamente buono) matrimonio per unirsi con un’altra donna. Poi Bergman si domandò come fossero andate le cose prima e se veramente i loro rapporti erano stati così buoni, come entrambi sostenevano. Così scrisse sei dialoghi distinti sull’amore, sul matrimonio e su tante altre cose. Bergman riflette sui desideri di divorzio che diventano malumori passeggeri: spazzatura da nascondere sotto il tappeto. Insiste sull’analfabetismo dal punto di vista sentimentale, che porta solo a rinfacciare gli errori, ad insultarsi, a fare esplodere l’odio. Scene da un matrimonio è un interminabile dialogo a due voci, una meticolosa radiografia di una coppia analizzata fin nei minimi particolari per cercare la risposta ad una domanda: perché tanti matrimoni falliscono? Come in tutti gli altri film di Bergman la risposta non c’è, ma c’è una miriade di spunti di riflessione sull’amore, sull’egoismo, sulla vita.
Borgli ne offre senz’altro molti meno, ma prova a mettere sotto accusa il matrimonio come istituzione, e ragiona sulla possibilità di trovare al di là di tutto questo un vero rapporto d’amore, che non è soltanto sesso, ma anche tenerezza, sentimento e forse anche qualcosa di più impalpabile, irrinunciabile, che si ripropone e si ripresenta continuamente anche dopo l’esplosione dei rancori e dei contrasti. In The Drama è evidente come il regista si diverta a smantellare sadicamente tutti i punti (instabili) sui quali si regge la vita dei due protagonisti. I personaggi sono due, ma gli altri non sono solo di contorno o presenti solo indirettamente attraverso le parole dei due principali. I mezzi espressivi sono ridotti al minimo. Tutto si svolge in interni, e le sfumature psicologiche più raffinate (il movimento degli occhi, i tagli della bocca, i cenni) dei personaggi sono spesso assenti, incapaci di raffigurare la mutevolezza degli stati d’animo, soprattutto legati alla complessità delle situazioni in cui i protagonisti si vengono a trovare.

«Penetrare in sé stessi e per ore non incontrare nessuno – questo si deve raggiungere. Essere soli come s’era soli da bambini», scrive Rilke in Lettere ad un giovane poeta. Per ridiventare umani, per non sviare più, per conoscersi. La vera sfida - più che quella del segreto peggiore - è, allora, quella di sapere lavorare su sé stessi, così che l’incontro con l’altro non diventi il momento in cui ci si sente fissati, cristallizzati in alcune precise caratteristiche e ridotti, poi, a quelle soltanto.
La disperazione si mescola alla rabbia e le ferite sanguinano sempre di più. Il più grande segreto, allora, è l’ignoranza su noi stessi e sull’altro: non conoscere una sola parola sul proprio io e su quello dell’altro. Scoprire di essere estranei, di non avere le parole (non solo quelle da pronunciare durante il discorso al matrimonio) per riuscire a far sentire l’altro accolto, compreso, non giudicato. Questo, forse, è il più grande errore. Borgli sceglie un segreto che farebbe inorridire chiunque (e lo possiamo dire senza fare spoiler), ma lo fa per mettere i due protagonisti - e anche il pubblico - faccia a faccia con tutto quello che c’è stato prima. Prima che ci fossero le crepe, prima dell’egoismo, prima della vergogna. Prima che si arrivasse a rovinare tutto completamente, a ri-analizzare tutto il rapporto sotto un altro punto di vista, applicando un filtro di violenza e crudeltà. E prima che arrivasse il desiderio di vendetta (verso le proprie aspettative più che verso l’altro) capace di trasformare tutto in un vero e proprio delirio. Per fortuna, in quel prima c’è ancora speranza. Soprattutto per chi ancora crede nel matrimonio!