Traslocare Umberto Eco

23 Agosto 2026

Quanti traslochi abbiamo affrontato nella vita, dalle case d’infanzia alle stanze da studenti? Quali libri abbiamo preso con noi e come li abbiamo sistemati nelle scatole? La scelta di quanti volumi portare e il loro destino segnava la nostra intenzione di permanenza, e mentre svuotavamo le casse e rimontavamo gli scaffali ancora una volta decidevamo chi eravamo stati e chi saremmo diventati, chiedendo ai libri di parlare di noi.

Trasferire una biblioteca impone riflessioni legate alla memoria, all’identità e alle architetture del pensiero. Lo sapeva bene Walter Benjamin che nell’estate del 1931, travolto dal divorzio, si ritrovava in un modesto appartamento in affitto a scrivere uno dei suoi testi più toccanti, Tolgo la mia biblioteca dalle casse. Benjamin ci invitava a entrare con lui «nel disordine di casse schiodate, nell’aria pervasa di polvere di legno, sul pavimento ricoperto di carte stracciate, tra mucchi di volumi riportati alla luce». Quei libri non erano un semplice accumulo di oggetti ma una costellazione storica capace di riattivare il passato e rifondare il futuro. A mano a mano che riemergevano, i volumi si stagliavano come pezzi di una «enciclopedia magica», un sistema segreto in cui ogni libro ricomponeva il disegno del destino del suo collezionista.

Ma cosa accade se la raccolta da spostare non è la nostra, bensì la “Biblioteca moderna di lavoro” di un uomo che aveva trascorso tutta la vita tra libri, collezioni ed enciclopedie? Cosa succede se quel patrimonio porta il nome di Umberto Eco?

Coordinare e gestire il viaggio di questa immensa collezione è stato un incarico – un privilegio vero – condiviso da me e da Riccardo Fedriga, che di Eco era allievo e amico. A disorientare non era solo la sua sconfinata vastità – oltre 32.500 volumi dall’appartamento di Piazza Castello a Milano, a cui si aggiungeranno gli 11.500 dalla casa di campagna di Monte Cerignone. Più che i numeri, a sopraffare era l’estensione dei mondi abitati dal suo creatore, la complessità degli intrecci e delle rifrazioni, la ricchezza della sua eredità, fatta di rigore, curiosità, ironia, passione, conoscenza. Come non perdere la rotta?

Eppure, nel momento in cui il trasferimento di quella biblioteca è divenuto realtà, ci siamo subito resi conto che proprio nell’inarrivabile statura di chi questa raccolta l’aveva creata si nascondeva la bussola per non smarrirsi: l’impossibilità di misurarvisi restituiva all’istante lo sguardo umile e curioso dell’apprendista e permetteva di accostarsi ai volumi e alla loro storia con sguardo furtivo. Ne risultava una familiarità improvvisa capace di svelare, di quel patrimonio, la dimensione più autentica: l’odore caldo delle legature e delle carte, il silenzio che si riempiva del respiro dei libri, il dialogo che ciascun volume intrecciava con gli altri. Un invito all’ascolto, per ricostruire il gesto dell’occhio, della mano e della mente dietro a tutto questo.

La vera difficoltà non era logistica. Il nodo concettuale stava nel tradurre in uno spazio fisico un sistema cognitivo complesso nel quale l’ordine, la disposizione e le relazioni tra i volumi erano parte integrante del contenuto. Dopo aver individuato percorsi e linee di sviluppo, era necessario trovare una mediazione tra teoria e prassi, nel delicato passaggio da privato a pubblico. Come preservare intatta quella fitta trama di rimandi? Come donare un po’ di quella vertigine a chi non aveva potuto percepirla nella casa studio di Milano? Come mantenere viva la forza creatrice di quel lascito che la generosità della famiglia aveva messo a disposizione della collettività? Queste le domande principali con, fermissimi, alcuni propositi: mantenere il senso profondo della collezione e conservarne la memoria senza chiuderla in un monumento immobile, nella consapevolezza di dover negoziare un compromesso in cui si era disposti a perdere qualcosa pur di salvare l’essenza del tutto.

k

Sorprendentemente, pur avendo Eco molto scritto di libri, biblioteche ed enciclopedie, le basi teoriche più utili non erano tanto in opere affini per tema (De bibliotheca, La memoria vegetale, Non sperate di liberarvi dei libri, pure fondamentali al punto che l’ultimo capitolo di questo volume si intitola proprio “Cosa fare della propria biblioteca quando si muore?”). Piuttosto, il sostegno concettuale maggiore si nascondeva in testi che un approccio strettamente biblioteconomico non avrebbe preso in considerazione: Dell’impossibilità di costruire la carta dell’impero 1 a 1, Opera aperta, Lector in fabula, Dall’albero al labirinto e, soprattutto, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione. Perché in fondo di questo si stava parlando: di tradurre un’idea di enciclopedia da uno spazio a un altro preservandone il senso. Non si trattava di traslare meccanicamente la collezione verso un luogo identico all’originale, come era avvenuto per le biblioteche di Italo Calvino o di Paolo Fabbri che erano state spostate insieme agli scaffali originali, offrendo la rassicurazione di una perfetta “carta dell’impero 1 a 1”. Nel caso di Eco, la traiettoria era diversa. I libri dovevano migrare in un contesto rinnovato sia negli arredi che nei luoghi: spazi lineari e continui nella casa di Milano (con il lungo corridoio immortalato da Davide Ferrario nel documentario Umberto Eco. La biblioteca del mondo); ambienti paratattici e spezzati nella sede di Bologna (con stanze poligonali dalle direttrici labirintiche). Il problema non era tanto l’impossibilità di produrre una ricostruzione perfetta di un originale perduto, quanto il fatto che la destinazione e l’uso fossero profondamente differenti. La scomparsa del suo autore nel 2016, il dono della raccolta da parte della famiglia allo Stato italiano e la sua concessione in comodato all’Università di Bologna nel 2020 avevano inevitabilmente cristallizzato un organismo che Eco aveva invece concepito come dinamico. Nata con la stessa intenzionalità di un’opera d’arte, dopo il 2016 la biblioteca aveva smesso di assecondare le esigenze del suo creatore. Il passaggio da privato a pubblico, da una fruizione personale a una collettiva, dall’uso alla conservazione aveva poi comportato trasformazioni profonde che rischiavano di mettere in discussione l’esistenza viva di quel patrimonio. Si trattava, allora, di accompagnare la biblioteca verso una nuova configurazione: una metamorfosi capace di mantenere, nell’uso, la possibilità di continuare a produrre conoscenza inedita.

Per questa ragione, prima di procedere è stata studiata l’organizzazione originaria della raccolta con verifiche a scaffale, controlli, confronti su rilievi fotografici, disegni, mappe, inventari topologici e di consistenza.

Innanzitutto, occorreva preservare la disposizione originale dei volumi nella loro articolazione spaziale: sistemati secondo assi orizzontali collocati ad altezza di occhio e di braccio, i libri accompagnavano lo studioso tra gli scaffali come in una sorta di teatro della memoria domestico: «se la biblioteca è memoria, allora muoversi in essa, tra i libri, vuol dire fare uso di mnemotecniche», ha scritto Fedriga (L’idea della biblioteca, 2022). Come nelle biblioteche civiche e nelle nostre case, i volumi erano perlopiù allineati in verticale, di costa, con i titoli leggibili. Ma, a differenza delle collezioni pubbliche, altri volumi si erano negli anni ammassati in pile, stratificati dall’uso. Molti erano esposti con la copertina visibile come sugli scaffali di una libreria commerciale, al fine di dare immediatamente un titolo al ripiano, quasi imagines agentes di quella grande enciclopedia mnemonica e spaziale che era la raccolta di Milano.

Era poi fondamentale salvaguardare la relazione tra i volumi in un’applicazione cristallina della nota “legge del buon vicino” teorizzata da Aby Warburg e che Eco aveva descritto nel De bibliotheca: «uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. […] La funzione ideale di una biblioteca è di essere un po’ come la bancarella del bouquiniste, qualcosa in cui si fanno delle trouvailles».

Infine, l’obiettivo era mantenere viva la biblioteca anche in assenza di nuove acquisizioni attraverso pratiche di cooperazione interpretativa. Se un testo, per Eco, è una macchina “pigra” che vive dell’aggiunta di senso introdotto dal lettore, la biblioteca si offriva – e doveva continuare a offrirsi – come il dispositivo che consentiva di attualizzarne le intenzioni profonde. Essa diventava simultaneamente una “opera aperta” e un’istituzione della memoria, un ambiente che invitava il lettore a entrare e a partecipare di quella libertà associativa. Questo comportava che i volumi mantenessero la stessa posizione che avevano avuto in origine, ma anche che le loro proprietà relazionali fossero preservate intatte.

E così, a Bologna, sono cambiati i gesti della consultazione e il modo in cui i libri vengono raggiunti e attraversati. Ma è stato chiaro fin da subito che la continuità di questa raccolta non risiedeva nell’immobilità delle sue forme, bensì nella sua capacità di continuare a generare percorsi. I nuovi luoghi hanno assunto la forma spaziale del bivio, della biforcazione, del prisma. Il progetto architettonico ha scelto, invece di forzare gli spazi, di esaltare la variazione, trasformando la passeggiata lineare di Milano in un labirinto, certamente ispirandosi alla produzione teorica e narrativa di Eco. La nuova struttura invita ora il lettore a perdersi nella pianta caleidoscopica per ritrovare, attraverso i libri, una traccia da seguire nel proprio personale percorso di fruizione. L’apparente tradimento architettonico ha salvato lo spirito originario.

Il viaggio è dunque iniziato, con quello stato d’animo, scriveva Benjamin, «piuttosto teso» che i libri talvolta risvegliano in noi. Decine e decine di “roll-container” su ruote riportavano l’indirizzo di provenienza e destinazione, guidati da un inflessibile sistema cartesiano di ascisse e ordinate, tra mensole, librerie e stanze. Centinaia e centinaia di ripiani mobili, posizionati all’interno dei roll, custodivano i volumi e l’ordine originario. Migliaia di vedette inserite all’inizio e al termine di ogni scaffale consentivano di percorrere a ritroso il tragitto di ogni volume. A fare da rete di sicurezza c’era un complesso intreccio di piante, prospetti, alzati, metri lineari, ingombri, numero di volumi, scaffali. Un lavoro scandito da sequenze di prelievo e ricollocazione, continuità e interruzioni, princìpi e fini. A renderlo possibile c’erano professionisti della logistica e della conservazione, esperti bibliotecari e archivisti. Un’impresa titanica sostenuta della famiglia Eco, dall’Università di Bologna, dalla Fondazione Umberto Eco, dalle istituzioni e dalle soprintendenze.

Tra i 32.500 volumi di una delle più vertiginose biblioteche d’autore del Novecento e le due scatole di una piccola stanza da studenti, il brivido dell’istante in cui il libro esce dalla cassa e viene collocato sul nuovo scaffale racchiude la medesima magia: il palpito di un nuovo inizio.

Leggi anche:
Enciclopedia Eco

In copertina, Oliver Mark - Umberto Eco, Milan 2011 - Wikimedia Commons.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Umberto Eco