Andare a testa bassa nella notte

20 Febbraio 2014

Non possiamo andare a testa bassa nella notte, dice l’altro Dylan. Anche se è una notte buona e mite, la testa deve stare alta, gli occhi aperti, la fronte liscia e senza rughe. Entro in questa casa piena di polvere, e tutto è odioso e così fastidioso per me che sto lavorando e oggi non vorrei. Vuole una Perrier?, dice la signora che ha già approntato i sottobicchieri e i centrini di pizzo lavorati a mano. Oh, no, grazie, posso guardare in quello scaffale?, dico io. Mi aggiro come un fantasma in questa casa, come uno spettro, mentre lei continua a parlare.

 

Noi che siamo laureati in filosofia, dice. Io, abbassandomi verso una fila di quasi due metri di Nuova Universale Einaudi mi lascio scappare una imprecazione, che la signora non sente. Questi mi interessano, dico. Posso portarli sul tavolo così li guardo meglio? Lei mi guarda con gli occhi dei pesci, uno da una parte, uno dall’altra e dice che sì, che posso. Veblen è tutto sottolineato, Lautreamont pure, ai Minima Moralia manca la prefazione di Solmi, che è stata strappata e non so perché. Mi siedo con Novalis, in due volumi, sulle cosce. Lo apro e riapro ma anche questo è pieno di segni e di appunti, li ha fatti lei?, chiedo alla signora.

 

 

No, in questa casa i libri sono sacri, sono come una preghiera a Nostro Signore, nessuno li rovinerebbe mai. Ma allora? Perché tutti questi segni? Io sono stanco, sono svogliato, sono disgustato, sono così inorridito che vorrei lanciarli tutti contro il muro, questi libri. Novalis, mi dico, sarebbe contento di finire contro il muro, distrutto, sfasciato, con la vecchia colla che vola via e si rompe in mille pezzi e diventa polvere contro le pareti di questa bella casa, di questo bel palazzo. O Adorno, che bel volo da kamikaze farebbe! Contro quella lampada, o quel tavolino. Rotolerebbe per metri, con un sorriso. Tutti loro si divertirebbero come bambini, a saltare, a sfasciare, a far scoppiare mobili, a spaventare sedie, a pizzicare il culo dei divani. Li avranno fatti i miei figli tutti quei segni a matita, dice la signora. Sa, quando erano piccoli io gli mettevo in mano Leopardi e Max Weber, mica le cose per bambini!

 

Mi alzo, perché ho anche mal di testa e qui fa molto caldo. Mettiamo tutto a posto. Quando la luce sta morendo, è lì che bisogna arrabbiarsi, mi dico. Arrabbiarsi. Arrabbiarsi. Arrabbiarsi, continuo a dirmi. Ma no, non prendiamo niente, grazie comunque, signora. In un secondo ci mette alla porta, quasi senza salutare, spostando il suo contegno borghese da sono colta a non avevo bisogno dei vostri soldi, o forse amalgamando bene il tutto il modo da essere comunque signorile. Il gioco è finito, penso. Das Spiel ist aus, dice Raffaella con un sorriso, giocando sul titolo di una poesia che abbiamo letto insieme ieri per migliorare il mio tedesco sempre più noioso ed elementare.

 

Siamo sul pianerottolo e una giovane coppia ci supera scendendo. Hanno un piccolo bambino che ride di una cosa che il padre gli sta raccontando. Ridiamo anche noi pur senza capire la lingua in cui padre e figlio stanno scherzando. La mamma ci guarda e si toglie gli occhiali da sole. Poi guarda me, direttamente negli occhi, e dice: siete andati dalla signora con i libri? Sì, dico io, in attesa. Che stronza, eh? dice poi lei con un sorriso, guardando tutti e due. C’è troppo buio là dentro, dice, non riesco mai a fare bene le pulizie. Arrabbiati con lei se c’è poca luce, le dico, arrabbiati e forse accenderà una luce per te.

TAGGED: Racconto , Costume , Relazioni
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