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Antropocene

(10 risultati)

Intervista con Maria Stavrinaki / La preistoria, un enigma moderno

Préhistoire, un énigme moderne è il titolo della mostra curata da Cécile Debray, Rémi Labrusse e Maria Stavrinaki al Centre Georges Pompidou di Parigi fino al 16 settembre. Non si tratta dell’ennesima mostra sulla preistoria ma di una traversata originale e appassionante, piena di colpi di scena, incentrata sul fascino esercitato dalla preistoria sugli artisti lungo il XX secolo. Un fascino che ha avuto conseguenze sulle loro idee artistiche e antropologiche così come sulla loro percezione del mondo e dell’umanità. Con la consapevolezza che ogni quête dell’origine rende allo stesso tempo pensabile il futuro. Tante sono le questioni sollevate da Préhistoire, un énigme moderne attraverso la selezione parallela di opere d’arte contemporanea e di manufatti preistorici visibili, questi ultimi, nelle migliori condizioni immaginabili. Ad aiutarci a pensare i legami, spesso sotterranei, tra preistoria e modernità ci pensa un catalogo di oltre 300 pp. che ripercorre le otto sezioni della mostra – Lo spessore del tempo; La terra senza gli uomini; La nascita dell’idea di preistoria; Uomini e bestie; Gesti e strumenti; La caverna; Neolitici; Presenti preistorici –, arricchito dai testi dei...

Schisi. Una nuova collana di ebook / Secondo Natura

Nella creazione del programma culturale di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, ampia attenzione è stata data alla relazione tra l’Arte e la Scienza con l’individuazione di un tema specifico. Il tema Futuro Remoto rappresenta una riflessione sul rapporto millenario con lo spazio e le stelle; un rapporto che, ripercorrendo anche i passi di Pitagora, uno dei residenti più illustri della Regione Basilicata, esplora l’antica bellezza universale della Scienza. Si mettono a confronto pratiche antichissime con modelli di vita fruibili, capaci di influenzare le idee di cultura e di sviluppo dei prossimi decenni provando a rispondere all’annosa domanda: C’è una schisi tra Arte e Scienza, una separazione e una distanza tra le due? Le dimensioni principali del fitto rapporto tra Arte e Scienza di cui ci occupiamo sono: l’Arte e la Scienza come prodotti dell’evoluzione biologica e culturale; l’Arte e la Scienza come fonte reciproca di ispirazione; l’Arte come canale significativo della comunicazione della Scienza.   Matera 2019 Capitale Europea della Cultura e Doppiozero hanno creato, a sostegno dei progetti del programma culturale, una piccola collana di cinque e-book denominata...

Siamo tutti sulla stessa barca / Il rompicapo dell'antropocene

La prua di una grande nave mercantile fende i ghiacci, parzialmente sciolti, di quello che possiamo immaginare essere il mitico passaggio a nord-ovest, che collega Atlantico e Pacifico nei periodi più caldi. Questa immagine, fortemente simbolica, ritorna come un leitmotiv nel film-documentario di Rudy Gnutti In the same boat, in cui diversi esperti – Zygmund Bauman, Tony Atkinson, Serge Latouche, Mariana Mazzucato, Mauro Gallegati, Erik Brynjolffson e l'ex presidente dell'Uruguay Jose Mujica – discutono di globalizzazione e progresso tecnologico. La questione centrale affrontata nel film è la situazione paradossale creata dal sistema attuale in cui, mentre diminuisce la sperequazione economica tra le nazioni, aumenta sempre più quella tra le classi sociali all'interno dei singoli paesi; di conseguenza dappertutto si constata una progressiva riduzione della classe media, da sempre elemento basilare di stabilità politica e giustizia sociale. Ne conseguono ricadute importanti sul lavoro, come la crescita della disoccupazione e, allo stesso tempo, l'insostenibilità dei ritmi lavorativi per chi, invece, ha un'occupazione. Tutto ciò mentre la crescita continua della ricchezza prodotta e...

Arte come rinaturazione alla Galleria Nazionale di Roma / Non è la fine del mondo

«Un po’ di possibile, sennò soffoco», invocava Gilles Deleuze nell’Immagine-tempo (dieci anni prima di trarre le conseguenze, di quell’esaurimento). E se la premessa è che «abbiamo bisogno di ragioni per credere a questo mondo», uno dei pochi gesti intellettuali che nel nostro tempo provino a trovarle, queste ragioni, è Il mondoinfine: vivere tra le rovine, la mostra-concetto (come si dice concept-album) ideata da Ilaria Bussoni (e a cura sua e di Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio, fino al 23 gennaio alla Galleria Nazionale di Roma).    Chiara Bettazzi, Il mondo infine.   Bussoni è una giovane filosofa che dopo una formazione parigina ha messo al lavoro il pensiero nella forma dell’immaginazione editoriale, dando vita fra l’altro presso DeriveApprodi una collana, Habitus, che ha superato i venticinque titoli (densissimo, infatti, il catalogo-manifesto della mostra). A inaugurarla un testo imprevedibile di Gilles Clément, l’Elogio delle vagabonde: «erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo», in una rinaturazione (o rinselvatichimento) del paesaggio dopo la fine del cosmo ordinato che è stato il sogno, e l’incubo, dell’Homo sapiens...

Siamo tutti terrestri / Latour: Tracciare la rotta

Che cos’è la denegazione? O, se preferite, in che cosa consiste la freudiana Verneinung? Sarebbe facile dire che si tratta di una negazione menzognera, del negare ciò che si dovrebbe affermare – del tipo: “non mi piace il gelato” significa che ne vado pazzo; o, più tecnicamente, “non conosco l’Edipo” vuol dire che sono mostruosamente geloso del posto di papà nel lettone. Per gli psicanalisi seri non basta dire che disconoscere è il miglior modo di confermare, che è in sé una banalità, ma che i soggetti, in analisi, tendono a respingere a parole ciò che vogliono nei fatti tenere nascosto, per rimuovere, per ostinatamente conservare nei meandri di un inconscio che non conosce contraddizioni i propri intollerabili segretucci infantili. La denegazione è insomma un meccanismo strategico, una strenua forma di difesa contro chi vorrebbe rigirarci come un calzino facendo cader fuori, poco a poco, i nostri desideri più depressi e repressi. Di modo che arriva sempre un momento in cui la lotta fra mascheramenti e svelamenti si fa più aspra, e la denegazione finisce per divenire una specie di segreto di Pulcinella. Additare il rimosso, in fin dei conti, è il miglior modo per combatterne l’...

La buona novella di Michel Serres / “È cominciata l’era dolce dell’umanità!”

Qualche anno fa, in un breve e amichevole scambio a distanza con Michel Serres, il filosofo francese mi faceva notare la vicinanza geografica del mio paese di origine (lucano) con il rispettivo (calabrese) di Gioacchino da Fiore, confidandomi che in quel momento l’abate e teologo cistercense assorbiva i suoi interessi e le sue ore di studio nella biblioteca della prestigiosa Académie Française, fondata dal cardinale Richelieu, di cui Serres è membro da quasi trent’anni. Adesso, mi rendo conto che quella confidenza di circostanza mi avrebbe fornito la chiave segreta di accesso alla sua ultima fatica, appena edita in Italia (Darwin, Bonaparte e il Samaritano. Una filosofia della storia, Bollati Boringhieri, Torino). Infatti, la “filosofia della storia” che Serres presenta in questo libro, ricalca lo schema dell’interpretazione storico-allegorica di Gioacchino da Fiore basata sul processo di compimento progressivo della Rivelazione e soprattutto sulla divisione in tre età o epoche (l’età del Padre, l’età del Figlio e l’età dello Spirito santo), che nel libro di Serres diventano: l’era dell’inizio, l’era dura e l’era dolce. Non si tratta di una novità assoluta. In passato e sempre in...

Gilles Clément / Mettere in mostra il giardino

  Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Gli Jazzi (da iacere, giacere) erano dimore temporanee, giacigli per il ricovero di animali da pascolo, punto di connessione tra tratturi e paesi: luoghi dell’indugio, della presa di contatto con le cose. Il progetto intende recuperare questo modo di abitare la natura, raccontando percorsi da attraversare con lentezza, riappropriandosi di spazi e luoghi e della loro storia, rinnovando esperienze – come l’osservare le stelle o il nascere del giorno – capaci di ripristinare il contatto con la natura, con il ciclo delle cose e delle stagioni. La sfida è anche quella di produrre innovazione e rigenerazione sociale, recuperando strutture e architetture rurali, mettendo in moto un circolo virtuoso di ospitalità diffusa che si nutra delle realtà esistenti e delle reti di relazione con i ‘nuovi viaggiatori'.   Percorrendo Jardins, la mostra al Grand Palais di Parigi (fino al 24 luglio), i visitatori s’imbattono in diverse citazioni di Gilles Clement, ingegnere...

Ritratto e conversazione / Piero Gilardi. Natura espansa

Simone Ciglia – Il tema della natura è uno degli assi portanti del tuo lavoro di artista, e su questo vorrei incentrare il nostro dialogo di oggi. Per farlo, ho pensato di seguire le occorrenze del termine “natura” – e le sue evoluzioni – nella tua opera. Credo che la prima volta in cui la parola compare sia nel titolo Tappeti natura, una serie iniziata nel 1965. Opere ambigue, che vivono nella dialettica fra naturale e artificiale e rivelano da un lato il rimpianto per una realtà ‘naturale’ che si sta perdendo – siamo in pieno boom economico – dall’altro il tentativo di riportare la natura – per quanto artificializzata – all’interno di un contesto privato.   Piero Gilardi – Sì, ma anche per una componente di fiducia nelle tecnoscienze, che avevano portato la chimica italiana a vincere il premio Nobel. Nella mia ambivalenza – almeno quella che superficialmente si percepisce – c’è un investimento sulla natura ma anche sulle tecnoscienze. Oggi, in una dimensione post-human, il mondo macchinico può essere considerato un mondo non-umano col quale dobbiamo rapportarci attraverso uno scambio che arricchisce: come l’ibridazione uomo-animale ha arricchito nella storia dell’umanità...

Infestati dal modello ideale di un sapere razionale / Ora che Dio è morto, che ne è del Mondo?

Inizio a leggere alle sette del mattino, mentre attendo, in una corsia d'ospedale, la visita medica di una persona cara. Il testo è soffocante, soprattutto se ti sei alzato alle 5 e non hai trovato neppure un caffè aperto. Immediatamente ricordo la stessa sensazione di fronte a Diario di Hiroshima, di Michihiko Hachiya, il medico che racconta lo scenario post-apocalittico della bomba atomica; forse per associazione con la squallida corsia d'ospedale.  La lettura si fa pesante, pure devo rimanere là, incollato al testo, finché la persona che ho accompagnato non esce dall'ambulatorio, ho bisogno di sentire quel senso di oppressione. Si tratta di un libro sulla fine del mondo, provo a trovare respiro nel ricordo dei miei studi giovanili.    Nel 1977 esce La fine del Mondo, libro postumo dell'antropologo italiano Ernesto De Martino. Il libro è pubblicato a sette anni dalla morte dell'autore, quando, per l'antropologo napoletano, la fine del mondo era già da tempo accaduta. Il sottotitolo di quegli appunti, che avrebbero dovuto costituire l'impalcatura di un lavoro futuro, è Contributo all'analisi delle apocalissi culturali. Un anno prima di morire De Martino aveva già...

Vivibilità

“Che cosa c’è di più ovvio dell’aria? Eppure guai a non respirarla!” [Proverbio arabo]   Aria, acqua, suolo, le più scontate risorse della nostra esistenza, scontate non sono più. Il clima è peggio del previsto. L’acqua è sempre più scarsa. Lo stesso accade per il suolo. Erano le fonti della nostra vita e non ce n’eravamo accorti. Così cambia la vivibilità sotto i nostri occhi. Ci consegniamo, nella maggior parte dei casi, all’attesa e alla speranza, ma di azioni e comportamenti effettivi all’altezza dei problemi se ne vedono pochi. “Tant ‘ll’aria  s’adda cagnà”, cantava Pino Daniele e dicono a Napoli. Che l’aria si cambi è certo, ma non sappiamo in quali direzioni. Anzi, abbiamo molti elementi che la direzione ce la indicano, e non è proprio favorevole alla nostra sopravvivenza come specie sul pianeta che ci ospita. Ad ogni evidenza le nostre posizioni prevalenti sono di negazione, di rimozione o di indifferenza, miste a levate di scudi tanto acute quanto passeggere, somiglianti per lo più a fuochi di paglia.   Da recenti ricerche ricaviamo che sono almeno tre le sindromi con cui rimuoviamo o neghiamo i problemi relativi all’ambiente e al sistema vivente di cui...