Dispacci #6. Territà

9 Agosto 2022

I ghiacciai si sciolgono, si sciolgono davvero, ma il mormorio delle loro acque di dissoluzione o il boato dei loro crolli non generano giganti cosmogonici come nella mitologia norrena, fanno spuntare buchi che si moltiplicano in un inesorabile incubo tripofobico. La vera essenza dell’Antropocene è questa, la smagliatura senza rammendo, la dispersione termica senza neghentropia. Per questo, alla ricerca di antidoti, nel bisogno di un logos rigenerativo, più che di un veteroumanesimo zombie o di un ex machina apocalittico, avremmo bisogno di studiare una salvezza generazionale a partire dalla territà.

La territà non è la vecchia Terra rivisitata o un nuovo gadget concettuale, non è un ectoplasma editoriale o una mistica ciarlatana, la territà è quel modo che ha il Cosmo di prendere coscienza di sé attraverso la capacità immaginativa di Homo sapiens, a partire dai suoi piedi, dal terreno che la nostra specie pensa e racconta da sempre camminandoci sopra. Eppure, saggi e romanzi sul disastro ambientale non riescono a isolare frammenti di territà, la lirica bucolica ecocentrata è un eterno sbadiglio, così ci vuole altro, e quello che manca è il tempo, quello profondo, “geologico”, e quello complesso, collassato su sé stesso, dove presente, passato e futuro sono come gli strati di una torta caduta per terra, esplosa.

Dove dobbiamo guardare, allora? Per seguire indizi di territà ci sono autori fuori dal radar, come i geografi anarchici (Reclus, Kropotkin, Bertoni), come i “poeti della terra” (Juan Liscano, Lorand Gaspar, Kenneth White), e poi ci sono anche esploratori completamente anomali, come Frederick Turner e i suoi poemi epici: The New World (1985) sulla Terra nel 2376, Genesis (1990) sulla terraformazione di Marte, Apocalypse (2012) sul destino climatico del nostro pianeta nel 2067.

Oggi l’epica (non i suoi surrogati senza tecnica e profondità antropologica) sembra tornare nella riflessione narratologica perché propone un modello di tempo alternativo alle poetiche dell’istante e del progresso lineare, una visione più coerente per scala e dinamiche al nostro bisogno di territà. Quale domani si prepara per chi sa leggere epica oggi? Quale oggi non siamo in grado di leggere perché ci manca una prospettiva epica?

Leggi anche: 


Matteo Meschiari, Dispacci #1. Nuovo bestiario minimo

Matteo Meschiari, Dispacci #2. L’arazzo di ogni tempo

Matteo Meschiari, Dispacci #3. Libera nos a nobis

Matteo Meschiari, Dispacci #4. Prepararsi al dopo

Matteo Meschiari, Dispacci #5. Capitalocene?

TAGGED: Antropocene
Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO