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Guerra di affetti, guerra di vasetti / Nutella sotto attacco

Da quando, qualche settimana fa, è stato lanciato sul mercato italiano il primo concorrente della Nutella Ferrero, la crema Pan di Stelle di Barilla, sul web è tutto un prove d’assaggi, confronti su blog di cucina e marketing, videorecensioni su youtube e sui social. Tutti a dire la loro, tastando la differente cremosità delle due spalmabili, valutandone colore e lucidità, mangiandole effettivamente, chi rigorosamente in punta di cucchiaino e chi ad abbondanti cucchiaiate. Con precisissimi confronti tra le etichette: una crema è fatta usando l’olio di palma (come orgogliosamente dichiarato in un recente spot – link), mentre l’altra con quello di girasole; una contiene una maggiore percentuale di nocciole, l’altra più cacao, e così con vari dettagli sugli ingredienti e sui rispettivi valori nutrizionali.  Da quando è stato annunciato l’arrivo della nuova crema di Barilla, sembra che non si aspettasse altro che la possibilità di provarla. Del resto, l’attesa è una delle passioni più utili per fare marketing di quasi qualsiasi cosa. Il pubblico ha riconosciuto nella nuova arrivata una sfidante della più famosa delle creme alla nocciola, con le carte in regola per esserlo, a...

Carnet geoanarchico | 2 / Brandizzare un'isola

Sto guardando l’acqua cristallina del porto dalla terrazza del bar. I suoi colori, turchese, acquamarina, malachite sembrano quelli del più scontato volantino turistico. Visitateci. Un sogno dietro l’angolo. La sensazione d’inquinamento mediale, questo sapore falso in filigrana, non se ne va nemmeno quando, raggiunto il fondale artico del gin tonic, mi chiedo se non dovrei tornare alla birra. Intanto un maestoso due alberi entra in rada. Scendono quattro belle ragazze scalze, accento romano, pareo. Scompaiono dietro le quinte del molo e mentre mi distraggo strizzando gli occhi abbacinati sopra la linea a veliero di Favignana, un po’ in foschia un po’ tremolante e spettrale, rieccole sedute in terrazza a saturare l’aria di un mix di olio di karitè e tranci di pizza. Pochi istanti fa ero immerso in una decadente autorappresentazione alla Paul Bowles, a mezza via tra Egeo e Marocco.   Adesso il personaggio dandy in completo di lino (che voleva essere me) frana miseramente nel turista occasionale, senza nemmeno un portafoglio che gli consenta di affrontare illimitatamente il bar. Ma il problema non sono io e non sono loro, cioè le ragazze dalle caviglie abbronzate. Il problema è...

Storie che svaniscono / La guerra di Instagram, Snapchat e Facebook

Quasi due anni fa, qui è stato pubblicato un mio articolo su Snapchat, un social network all’epoca non molto conosciuto in Italia che ho scelto di analizzare per la peculiarità delle sue storie, brevi testi sincretici composti da video e immagini, dalla durata e dalla permanenza limitata, copiate neanche troppo velatamente da Instagram e Facebook, grazie a cui sono diventate di dominio pubblico. Negli ultimi tempi, infatti, le storie sono diventate il canale comunicativo preferito dei personaggi pubblici, tanto che la stampa spesso e volentieri le usa come fatti oggetto di notizia.   Dopo un boom iniziale, le storie di Snapchat hanno registrato un declino di visualizzazioni attestato attorno al 40% causato dall’avvento di quelle di Instagram che, dal canto suo, in 25 settimane dal lancio, da agosto 2016 fino metà gennaio 2017, ha raggiunto i 150 milioni di utenti giornalieri dopo un periodo di magra, probabilmente dovuto al social di Spiegel e Murphy. I primi a venire meno agli aggiornamenti di Snapchat sono stati gli influencer, che hanno immediatamente appurato il calo di visualizzazioni spostandosi sul più fruttuoso Instagram. Il maggior volume di condivisioni di...

Il migliore italiano linguista / ll vichiano Tullio De Mauro

Con Tullio De Mauro è scomparso un grande intellettuale e l’ultimo rappresentante con autentico rilievo pubblico di una fondamentale tradizione culturale italiana. Tale tradizione è stata protagonista nella vicenda nazionale degli ultimi secoli e, nel Novecento, ha nutrito un ceto politico o prossimo alla politica, di formazione laica, sparso dall’area liberale alla comunista. In quest’ultima area, in particolare, trovò formulazione l’idea che, orientato il cammino verso il meglio (così voleva la fede nel progresso della modernità), il traguardo potesse raggiungersi seguendo una “via italiana”. Da tale idea, il giovane De Mauro fu certamente marcato. A essa egli è rimasto fedele per tutta la vita.   D’altra parte, il nocciolo generatore del pensiero e dell’opera di De Mauro è stata un’idea di storia. La medesima che, da Giambattista Vico e, ancora, fino a oltre la metà del secolo scorso, è stata tipica di una tendenza prevalente nella cultura italiana, pur nelle sue diverse declinazioni. La maggiore di tali declinazioni, come si sa, la si dovette a Benedetto Croce. Della storia, gli intellettuali italiani hanno avuto un concetto più filosofico che filologico, più speculativo...

Design senza designer

Non so voi, ma io di Arco non ne posso più. Sarà anche che andreottianamente mi logora non possedere un esemplare della splendida lampada di Achille Castiglioni, ma mi disturba la ricorrenza con cui quando si parla di design italiano si finisca per citare sempre Castiglioni e Arco, De Lucchi e Tolomeo, Magistretti e Eclisse, solo per rimanere sulle lampade. Fateci caso, una copertina sì e una no delle riviste di settore è occupata da uno dei “classici”, e lo stesso accade con i prodotti piazzati nei film e con i discorsi che a vario titolo si fanno sul design italiano, dai bar alle università. Circolano sempre gli stessi nomi e le stesse immagini. Possibile che non ci si renda conto che così il design italiano viene danneggiato? Parlare sempre dei fasti del passato (sempre attuali, per carità, ma sempre gli stessi) non può non far pensare che oggi non ce ne siano altrettanti. Ma soprattutto fa intendere che il design sia questo: creare opere celebri e grandi firme. Nell’ordine che si preferisce.   Ecco, credo che il libro di Chiara Alessi, Design senza designer (Laterza 2016) sia un buon antidoto a...

Renzi, il divo

  Un’anticipazione dal volume di Vanni Codeluppi Mi metto in vetrina. Selfie, Facebook, Apple, Hello Kitty, Renzi e altre “vetrinizzazioni”, in uscita presso l’editore Mimesis.     Francesco Alberoni ha operato diversi decenni fa nel volume L’élite senza potere una precisa distinzione tra l’«élite senza potere» e l’«élite dotata di potere», cioè tra i divi e i politici. A suo avviso, la società consente ai primi di trasgredire la morale corrente, purché ciò avvenga all’interno dello spazio privato. Non permette però questi comportamenti ai politici a causa del fatto che ad essi è affidata la responsabilità della gestione effettiva del potere. Pertanto, se i politici sono in grado di avere un potere, i divi non possono, perché ciò potrebbe rappresentare un pericolo per il sistema democratico. Nei circa cinquant’anni trascorsi da quando Alberoni sviluppava queste riflessioni, sia i divi che i politici hanno visto però profondamente mutare la loro condizione. La televisione prima e il Web poi li...

L'altro Matteo

Matteo Salvini #ilMilitante (goWare 2015), di Alessandro Franzi e Alessandro Madron ricostruisce meticolosamente la cronistoria dell’altro Matteo, dagli anni della militanza all’epoca della svolta “patriottica” e dell’occupazione incontrastata dell’area di centrodestra. Il risultato di tale analisi è “un umile lavoro di cronisti di strada, non di politologi” (p. 12) che non intende meramente elencare le provocazioni continue del leader, semmai spiegare il modo in cui “Salvini è diventato Salvini” (ib.). La storia narrata dagli autori interseca continuamente il piano biografico con la parabola evolutiva della Lega e con le macro-vicende che hanno mutato il panorama politico nazionale. Il ritratto che ne viene fuori è quello di un giovane ambizioso che, seppur rimanendo a lungo “schiscio” e operando nel solco della tradizione, ha saputo scalare il partito, modificandone natura e finalità, al pari del suo omonimo antagonista. Anche questo Matteo ha cambiato spesso direzione e punto di vista. Ha anche rottamato, forse meno platealmente, la vecchia dirigenza. Anche egli ha fatto...

Expo: una serata anni Ottanta

Mentre in città ci si lamenta che ancora non sono arrivate le folle previste per EXPO, il sito è affollato dalle scolaresche e dalla più liquida categoria dei baby pensionati dell’Europa del welfare. Per me la prima occasione di visitare EXPO è un invito della Regione Basilicata, tramite Roberto Linzalone, il cantastorie di Matera, per parlare di Olivetti e il sud. È un pomeriggio che minaccia pioggia e in giro non c’è troppa gente. L’impatto col decumano, la lunga allée di oltre un chilometro, è di grande effetto, una promenade architecturale che non sempre tiene conto degli insegnamenti del movimento Moderno (e pensare che proprio qui Le Corbusier aveva progettato la grande fabbrica dell’elettronica Olivetti).   La prima cosa che mi colpisce è come i padiglioni abbiano tutti la stessa dignità: non si distingue tra Nutella e Turkmenistan, tra Coca Cola e Polonia. Mi abbandono a una fantasia in cui le milizie private di Samsung dichiarano guerra all’Uruguay che si allea con Ferrero e risponde annientando l’Irpinia. Si potrebbe ragionare a lungo sul senso di appartenenza...

L’emergenza delle nostre vite minuscole

1. Ancor prima di essere una figura sociale, ispirata a una declinazione specifica del soggetto neo-liberale (“imprenditore di se stesso, l’Io S.P.A.) l’intellettuale di se stesso è una forma di intuizione. È un atto rivolto verso il conoscente e non è orientato verso l’altro, un oggetto, il mondo. Nel suo caso il conoscere si incarna in una forma di intuizione spirituale il cui obiettivo è l’auto-riconoscimento in quanto soggetto agente dell’intuizione. Intuendo se stesso, il soggetto di colloca presso di sé. In una società popolata da Sé atomizzati, questo è il primo atto di cittadinanza. Nel suo piccolo, l’intellettuale di se stesso compie un atto comune a chiunque voglia partecipare al gioco della cittadinanza neo-liberale: per dimostrare di esistere deve affermare che il proprio Sé esiste ed è produttivo. L’auspicio di una prossimità assoluta all’origine della percezione più intima di un essere umano fonda un’ontologia dell’essere presso di sé. Tale ontologia si forma nei dintorni di quel luogo oscuro, ma cogente e pienamente operante, del Soggetto. Un Soggetto che continua ad essere il mistero del discorso pubblico e culturale, pur essendo stato pienamente decostruito dalla...

Cinquanta sfumature di intimo

San Valentino. Lego. Lingerie. Basic Bitch. BDSM. Non è un mal riuscito tentativo di haiku, ma è una sintesi dei temi dominanti dell'agenda mediatica che intervengono sotto forma di concrete opere di manipolazione dell'immagine finalizzate al dover-essere di un corpo in una cultura, o meglio alle sue molteplici sfumature. È indubbio che le pratiche significativamente rilevanti per una data cultura plasmano i tratti stilistici del sistema moda e le forme del corpo per costruire una data struttura valoriale e ciò emerge in modo preponderante nella comunicazione della lingerie, ovvero la trasposizione visiva e patinata di ciò che è nascosto o “sotto”. Nelle campagne pubblicitarie dei maggiori brand di intimo a distribuzione mondiale si rilevano dei motivi invarianti rispetto al setting o alle pose, e i singoli capi sono accomunati da texture e formanti plastici che asservono alla modellizzazione “corretta” del corpo di moda. Indubbiamente ogni brand si rivolge a un target e a uno “stile di vita”, sia per valori critici dovuti in prima istanza al prezzo che per valori utopici dovuti al “chi si...

Su Piero Manzoni / L’artista? Il brand che crea un’atmosfera

Cosa succede se si consacra un grande dissacratore? La recente retrospettiva milanese per i cinquant'anni dalla morte di Piero Manzoni ha dimostrato che da un paradosso non possono che seguire paradossi. Se era giusto far scoprire anche al grande pubblico che l'artista “milanese, ma geniale” (copyright Skiantos) non era solo “quello della merda d'artista”, le celebrazioni fin troppo ufficiali e il contorno di pubblicazioni uscite per l'occasione (come Piero Manzoni. Vita d'artista e Breve storia della merda d'artista di Flaminio Gualdoni; Diario (1954-1955), di Piero Manzoni a cura di Gaspare Luigi Marcone; Piero Manzoni e Albisola. Una visione internazionale di Francesca Pola; Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni di Dario Biagi e Su Piero Manzoni di Germano Celant) hanno finito per imbalsamarne l'immagine e seppellirla nell'archivio dei classici dell'avanguardia italiana.   È insomma successo a lui quello che è successo a una delle sue opere meno commentate e meno glamour, la Base magica, posta al centro di un'aulica sala di Palazzo Reale. Manzoni la chiamò così perché “qualunque persona, qualunque oggetto vi fosse sopra era, finché vi restava, un’...

La camicia di Renzi

Oscar Wilde ha detto che “l’eleganza si concentra nella camicia”. Eppure è uno dei capi di abbigliamento più semplici. Forse proprio per questo Matteo Renzi, che adora la semplicità e l’immediatezza, s’è impadronito di questo oggetto e ne fatto un elemento essenziale della propria identità.   Quando ha cominciato? A guardare le fotografie che lo raffigurano, da poco. Nel 2009, quando è sindaco di Firenze, o poco prima, da presidente della Provincia, le sue camicie erano ancora azzurre o a righe. Il nuovo look, preceduto dall’abbandono degli occhiali e con un nuovo taglio di capelli, comincia con le iniziative alla Leopolda. Non la prima del 2010, coi “rottamatori”, ma dal Big Bang dell’anno dopo. Lì si è tolto la giacca e ha arrotolato le maniche.     Così comincia anche il brand-Renzi, con le camicie confezionate dal sarto fiorentino Ermanno Scervino, “camicie coi baffi”, per dirla con Maurizio Costanzo. Perché bianca? Per via del sudore, dato che Renzi suda copiosamente, come dicono i fotografi che lo seguono, e ha sempre...

Pugni chiusi, risate, abbracci

Sette anni fa il segretario piangeva. Piero Fassino, arrivato alle fine delle 27 cartelle del suo discorso, era al suo ultimo comizio da leader del partito. Erano commossi anche i dirigenti politici alle sue spalle. Lacrime pure tra i militanti, in totale circa 5omila ad ascoltare sotto la pioggia, sul prato del parco Nord di Bologna. Era il 16 settembre 2007, un cielo grigio, dopo giorni torridi. Sotto il palco si vedeva ancora qualche bandiera rossa.   Fassino passava il testimone, neanche un mese dopo ci sarebbero state le primarie che avrebbero eletto Veltroni primo segretario del Pd. Il giorno dopo il direttore dell'Unità, Antonio Padellaro, elogiava il segretario nel suo editoriale intitolato «la forza di Piero». Era stata l’ultima celebrazione di un partito che allora si chiamava Ds e che da lì a poche settimane si sarebbe sciolto. La fine di una storia: la cerimonia conclusiva dell'ultima festa nazionale dell'Unità.   Sette anni dopo la festa dell’Unità risorge. Riportata in vita da Matteo Renzi, dopo un purgatorio di sei edizioni come Festa Democratica. «Chi è quel pazzo che...

Femen. L'Ucraina non è in vendita

Ukraine Is Not a Brothel,  l’Ucraina non è un bordello. È questo il titolo originale del documentario d’inchiesta sul gruppo “femminista” ucraino (oggi parigino) Femen, firmato dall’australiana Kitty Green e dal 12 giugno visibile anche in alcune sale italiane.   Chissà perché il nostro distributore, I Wonder Pictures di Bologna, ha sentito il bisogno di edulcorare (e falsare) il titolo di un’operina che rispecchia senza travestimenti teorici la strategia mediatica e le armi comunicative delle quattro attiviste ucraine fondatrici di Femen – Inna Shevchenko, Sasha Shevchenko, Anna Hutsol, Oksana Shachko – e del loro guru o leader storico, Viktor Svyatskiy.   Chi andasse a vedere il film per sapere quali sono i moventi e i riferimenti politici e intellettuali del gruppo si disponga placidamente a essere deluso da un lato e incitato a pensare in proprio dall’altro. Le attiviste Femen, belle e astratte come manichini, incorporee benché il loro strumento di lavoro sia proprio il corpo, gelide e ardite come kamikaze, non sanno dire granché di se stesse, delle forme di...

Wes Anderson: The look of love

  Non è certo sorprendente, tra i vari tagli possibili per un’analisi estetica dell’opera di Wes Anderson, soffermarsi sul legame che il suo cinema intrattiene con la moda. È sufficiente dare un’occhiata ai tumblr, ai più svariati social network dove il pubblico si fa autore rimaneggiando le immagini consegnate al suo sguardo, per percepire come la ricezione e il ricordo che sopravvive ai film andersoniani passi soprattutto attraverso gli outfit singolari dei suoi protagonisti.   Scompaiono i volti, tele bianche incorniciate da acconciature e abiti indelebili nella memoria degli spettatori, che attraverso un blazer, degli occhiali da sole, la giacca di una tuta o una fascia da tennista, riattivano immediatamente le emozioni provate. Solo la musica nel suo cinema possiede eguale forza evocativa e non è certo casuale che entrambe siano gli elementi espressivi, attigui e complementari al mezzo cinematografico, coi quali restituire un immaginario privato, giustamente definito vintage, essenziale per la sua poetica.   Perché se appare ormai (quasi) definitivamente sdoganato dal peccato di leggerezza e...

Trend

L’idea di trend è un perfetto passepartout che permette di attraversare gli anni ottanta, mettendone in luce il carattere trasformativo. Questo perché di trend si può parlare in almeno due modi e il discrimine fra questi due modi proprio negli ottanta diventa sempre più evanescente. Prima di tutto un trend è una linea che schizza sugli assi cartesiani, è il risultato di un lavoro di intelligence che scandaglia il passato, con i metodi delle scienze esatte, alla ricerca di costanti che possano illuminare sul futuro. Quella linea tracciata sul foglio, il trend di mercato, diventa allora uno stereotipo visivo, in grado di assumere su di sé la sintesi di un intero sistema, costellato da yuppies e manager in carriera, devoto al calcolo razionale, completamente assorbito da un’etica della scommessa in cui il rischio, arginato dai bastioni della ragione, non riesce davvero a fare paura. L’analista di mercato non ha nulla di particolarmente fascinoso, il suo mood non si nutre dell’alone mistico degli aruspici, le sue previsioni sono, piuttosto, il frutto del calcolo di un mondo pensato come una sommatoria di variabili assolutamente misurabili, solo data una certa potenza di calcolo. Un...

Cool

“Dentro o fuori la televisione? […] non sai che non si esce vivi dagli anni ‘80? / non si esce vivi dagli anni ‘80”, cantavano gli Afterhours nel 1999. Gli anni ottanta, affettuosamente spesso denominati Eighties, possono dirsi il decennio in cui l’oggetto – che fosse di design o tecnologico, accessorio di moda, cosmetico o medium per la comunicazione – ha rivestito una tale importanza all’interno della dinamica socioculturale segnata dalla distinzione e dalla imitazione, da acquisire, invecchiando, lo status di feticcio come mai era accaduto in precedenza o da essere addirittura disseppellito a distanza di tempo e ciclicamente riproposto in chiave contemporanea.   La decade ottanta, a suo tempo decisamente non cool, è il deposito dell’attuale coolness, il luogo sociosemiotico da cui l’oggi trae ancora ispirazione attingendo dalla complessità e dalla contraddittorietà che l’ha caratterizzata. Il cool è stato una conquista, come afferma Thomas Frank in The Conquest of Cool. Business culture, counterculture and the rise of hip consumerism (1997, clik), iniziata con gli...

Orta / Paesi e città

  Lake Orta, Italy, è la scritta che campeggia sulla grande rotonda di prato appena risistemata che dà accesso al paese di Orta San Giulio, provincia di Novara, un borgo “tra i più belli d’Italia”, come dicono i depliants turistici. In questo momento un operaio sta pettinando con cura il tappeto erboso all’inglese che è stato appena disteso sull’aiuola in vista della stagione estiva. Lake Orta. In italiano lago d’Orta, cioè un luogo, come tanti in Italia, pieno di cultura, arte e paesaggio – in una parola bellezza. Bellezza antica che, fatta salva la capacità individuale di goderne in solitaria immersione, nella prassi e nelle dichiarazioni di principio degli amministratori e delle istituzioni culturali viene tradotta nei due concetti cardine di ogni discorso sui beni culturali: conservazione e valorizzazione. Sulla buona pratica del primo pesa, qui, il giogo di una rinata aggressività speculativa a cui sta tenendo testa solo l’ostinazione di un Comitato locale di cittadini; sulla virtuosità delle pratiche di valorizzazione pesano invece ben altre ipoteche. Intanto...

Il brand pensiero

  La proposta di un “nuovo realismo” in filosofia, avanzata da Maurizio Ferraris in molti dei suoi ultimi libri e, poi, in una serie di articoli giornalistici apparsi su “La Repubblica”, che annunciano un prossimo convegno sul tema, ha avuto, fra gli altri, un curioso effetto: quello di far tornare a parlare di “pensiero forte” e, per contrapposizione, di “pensiero debole”. Espressione, quest’ultima, che dopo trent’anni dalla sua apparizione sulla scena filosofica italiana, pochi ricordavano ancora e quasi nessuno utilizzava più.   Di che cosa si tratta? Avendo redatto per il dossier “Anni Ottanta” di doppiozero la voce omonima, ho riletto il volume Il pensiero debole curato nel 1983 per Feltrinelli da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, dove sono presenti anche interventi di Eco, dello stesso Ferraris, di Marconi, Carchia, Dal Lago e diversi altri. Così come ho ripescato su diverse riviste filosofiche, soprattutto “aut-aut”, tutto un dibattito immediatamente successivo all’uscita del volume, dove sono intervenuti praticamente tutti i principali esperti di...

Gianfranco Marrone. Addio alla Natura

Due sacchetti di biscotti biologici. Sono frollini. Sulla confezione di carta del primo c’è l’immagine dei biscotti contenuti in un vasetto di vetro, come si usava un tempo; sul secondo, invece, le immagini rendono conto del ciclo ideale del biscotto: dalle materie prime, i chicchi di segale e i fiocchi d’avena, alla farina sino ad arrivare ai biscotti stessi. Il primo prodotto ecologico punta sulla conservazione ideale del biscotto, il secondo sugli ingredienti naturali di cui è composto; nella banda superiore del sacchetto c’è scritto: Agricoltura biologica-Organic. Le due confezioni di frollini appaiono nel quarto capitolo del libro di Gianfranco Marrone, Addio alla Natura (Einaudi), intitolato “Seneca al supermarket”. Cosa ci fa il filosofo romano in un supermercato? Marrone che è un semiologo, dopo averci spiegato l’idea di Natura dei filosofi classici, e non solo, dopo aver affrontato di petto e in modo critico il pensiero ecologista contemporaneo, dopo aver dato bordate decisive all’immagine corrente di Natura, ci conduce lungo gli scaffali di un ipermercato e ci fa sostare davanti al ripiano...