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Insegnare / In che scuola vogliamo tornare?

In autunno, sul banco delle novità della biblioteca del liceo in cui insegno, c'era un libro adesso famosissimo, Spillover di David Quammen. L'ho tenuto in mano a lungo, sfogliandolo e leggiucchiandolo; l'amico bibliotecario mi ha chiesto se volevo prenderlo in prestito (mi conosce, e sa che di solito se tengo in mano un libro per un tot poi me lo porto a casa); ci ho pensato su, e poi gli ho risposto: magari in estate, adesso non ho il tempo di leggerlo. E poi, mi sono anche detto: una volta letto, dove trovo il modo di parlarne in classe, io che insegno storia e filosofia? Fatto è che il tempo di leggerlo (è un librone, anche se divulgativo), fra lezioni da preparare, compiti da correggere, e un mare di impegni burocratici da sbrigare, forse non lo avevano neanche le/i collegh@ di scienze. Poi è arrivata la pandemia, il manifesto ha intervistato Quammen, e di colpo tutto il mondo dell'informazione ha "scoperto" Spillover: e a me è rimasto l'amaro in bocca per non averlo letto e non averne parlato, che sarebbe stato utile, eccome. Potrebbero obiettarmi: ma se l'aggiornamento è un obbligo, leggere un libro per farne argomento didattico non è ottemperare a un obbligo di servizio?...

Una pedagogia politica per la scuola senza classe / Una scuola per l’emancipazione

Il sistema scolastico è scomparso dalla discussione pubblica. Il dibattito si concentra sulle filiere produttive non sugli studenti. Su bambini e adolescenti è calato un gelido silenzio come ha rilevato acutamente Chiara Saraceno. Dopo una prima fase segnata da una forte e comprensibile emotività caratterizzata da sovrabbondanza comunicativa in merito all’attivazione della didattica a distanza (Dad), istruzione e formazione si sono eclissate tra gli addetti ai lavori. Altre sono le priorità.  Le ragioni sono molteplici. Pesa la distribuzione demografica della popolazione italiana, così come una storica debolezza delle politiche educative in questo paese; ma anche una risposta ministeriale che, pur nelle comprensibili difficoltà, non è sembrata all’altezza. Si è già discusso in questa sede della nota ministeriale 388 che ha generato una vivace discussione per le implicazioni esplicite e implicite che conteneva.   Il recente decreto 22 ha introdotto l’obbligo per il personale docente di assicurare «comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza» per garantire – come recita la relazione tecnica di accompagnamento del decreto – «per il tempo dell’emergenza...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 7. Empatici egocentrici

La privacy è anche un bel trucco per tenere alla larga genitori e studenti. Però ci vuole, come tutto il listone infinito di proibizioni che ogni anno si allunga un po’ per evitare preventivamente grane e denunce, e che fa dei regolamenti di istituto un protocollo carcerario, se ve lo leggete ogni tanto come un documento della storia della pedagogia. Condividere il proprio numero di telefono con gli studenti, avere il loro, è stato necessario per mettere in piedi a inizio marzo 2020 quella che per un mese abbiamo chiamato DAD, Didattica A Distanza. Nessun dirigente scolastico ha potuto incoraggiare questo avvicinamento e la violazione delle tutele preventive, ma nessun dirigente scolastico ha impedito un’azione necessaria. L’unica che ne abbia abusato è stata Aziza, che ha provato ad applicare a tu per tu la sua personalità incattivita e la sua ideologia apatica e anaffettiva. Voleva provare a fare quello che in classe non le riusciva: diventare il focus delle mie attenzioni, dominare la classe con le sue scenate isteriche e aggressive. Prima ha provato a bacchettarmi sul gruppo WhatsApp di classe con genitori, docenti e studenti che ho costruito, rimproverandomi di postare...

Esseri umani in difficoltà / Didattica al serale

«Un giorno non avrai le ragazze, un giorno i ragazzi, e un altro giorno ancora quello che aveva fatto così bene la verifica di matematica è andato e non tornerà più.» (Valeria Parrella, Almarina)   Mauro, lo chiamerò così, ha diciotto anni e lavora in un piccolo supermercato vicino casa mia. Spazza i pavimenti, fa le consegne, si spacca la schiena nel magazzino.  È un mio studente e prima della quarantena ci siamo incontrati qualche volta, quando andavo a fare la spesa, e ci fermavamo a chiacchierare. Ha smesso di venire a lezione da un po’, eppure è uno dei più bravi, almeno nelle mie materie. In più è un rapper bravissimo, un giorno gli ho fatto spiegare la musicalità del verso in classe facendogli cantare uno dei suoi pezzi, c’è stata una standing ovation. È sottile, Mauro, introverso e intelligente, ha scritto un testo rap ispirato a Cavalcanti perché come lui vede nell’amore qualcosa di doloroso e insostenibile per la propria sensibilità. Durante l’ultimo compito in classe di italiano che gli ho visto svolgere, un testo argomentativo, ha avuto un crollo e voleva consegnarmi il foglio dopo quaranta minuti, in bianco. Diceva che non ce la faceva, che non era in grado...

Tanto dimenticano? / Bambini senza soluzioni

Vivo in campagna e ho la fortuna di avere uno spazio esterno. Ho anche due figli e qualche mattina fa, il piccolo di un anno e mezzo, dopo oltre venti giorni di questa nuova vita ha iniziato a urlare e usare alcune delle poche parole che sa pronunciare. “Chiavi”, battendo le mani sul cancello per aprirlo e uscire in strada, “spesa” perché voleva salire in auto, e pur di uscire sarebbe andato benissimo il supermercato, cercando anche di arrampicarsi fino alla maniglia dello sportello. Tra le fortune ascrivibili anche quella di vivere in un paesino lontano dalle zone più colpite dal Coronavirus. Mia figlia più grande ha quasi 6 anni, la notte ha degli incubi ed i sogni migliori sono quelli in cui incontra nuovamente i nonni e i suoi coetanei. Da un paio di settimane sta organizzando un pigiama party per quando sarà possibile uscire nuovamente di casa. Facciamo molte videochiamate e quella organizzata dalla scuola materna l'ha attesa per una settimana, in agitazione. In programma per le 17 ha iniziato il conto alla rovescia dall'ora di colazione, portando sul tavolo l'orologio sveglia e continuando a fissarlo fino all'ora stabilita. La sua faccia quando ha visto le maestre e i...

Vuoti e pieni / Diario di un’insegnante on-line

Insegno.  Il lavoro, quando può, se può, continua. In qualche modo.  Le lezioni sono online. Si moltiplicano le piattaforme. Su Argo è necessario controllare l’uscita di nuove circolari, tutorial per classroom, per google meet, tutorial pure per avviare la mail istituzionale. E poi ogni consiglio di classe una mail. Provare a organizzarci, un file excel per scandire le lezioni on line.  “Ragazzi magari iniziamo con Skype, che dite? E forse sarebbe meglio che facessimo una chat whatsapp, così vi comunico i codici di accesso per il materiale di classroom in modo piuttosto veloce”. Sono giorni, insomma, di iperconnessione, dove alcuni argini non tengono più: “vi mando un vocale altrimenti non riesco a tenere più il ritmo delle comunicazioni”.  La cattedra: mi viene da ridere, a pensarci.  Altro che cattedra: qui vedono la mia foto profilo whatsapp. E io entro nelle loro stanze da letto, tra i loro poster. Vedo i mobili, intuisco il resto della casa. Mi commuove, la loro vita. Guardarli appena svegli, seduti a un tavolo che non è il banco e con un volto che non riesco più ad associare in maniera così non mediata al loro posto sull’elenco del registro.  –...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 5. Canzoni beffarde per povera gente

A inizio anno la classe era il nostro West Bank: Azhar e Rashid capitanavano la rivolta contro i nuovi docenti di quest’anno. L’anno scorso sì che avevano un bravo insegnante! Faceva sempre fare lavoretti di gruppo e prendevano tutti bei voti. Quest’anno no. Siamo cattivi, li costringiamo a ragionare e capire quello che diciamo, vogliamo interazione, li staniamo dalle loro sghignazzate, maschi e femmine. Azhar e Rashid più volte hanno detto che non vedevano l’ora di avere 18 anni per potersi andare ad arruolare a Gaza e ammazzare tutti gli ebrei. Per un po’ ho usato la sala audiovisivi, ma quando ho visto che mentre scorrevano scene di strazio bellico e campi di concentramento loro parlavano d’altro e si tiravano di tutto mi sono indignato, e per un mese li ho martellati di lezioni frontali e interrogazioni rappresaglia per chi faceva lo stupido. Ho parcheggiato l’auto lontano dall’ingresso. Azhar mi è passato dietro le spalle e davanti alla classe mi ha fatto un doppio dito medio con molleggio rapper. Ho fatto finta di nulla. Quando Gabriel ha portato a scuola un sacchetto pieno di elastici, li ha distribuiti a tutti e poi mi ha centrato in faccia con due fiondate, ho detto basta...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 4. Alcune piccole donne crescono

Accogliere le ragazze e i ragazzi di origini non italiane in una classe di una scuola in un quartiere ad alta demografia di immigrati non è più il lavoro più difficile. Lo è ancora, facendo una statistica di questi miei anni di scuola, nelle classi terze; non lo è nelle classi prime. Probabilmente la ricaduta finale del Grande Bla Bla sull’immigrazione (che sappiamo enormemente più allarmato dei reali dati di afflusso) ha delle varianti locali; rilevo che in questo momento essere nati due anni dopo rende la coscienza “italiana” nelle classi molto più diffusa. Gli undicenni sono decisamente oltre i loro genitori: sia i figli di origini non italiane, sia i figli di italiani di modesta estrazione sociale che qui vivono si sentono tutti italiani. Quando spiego che invece esiste purtroppo una legge piuttosto iniqua in merito alla cittadinanza dei minorenni (ius sanguinis invece di ius soli) 3-4 quattro per classe scoprono con dolore di non essere proprio uguali agli altri, e i loro compagni sono indignati per questa ingiustizia per loro insensata. Nelle classi terze, invece, non ho ancora capito bene se per il coagularsi adolescenziale di una propria identità, i gruppi etnici si...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 3. La classe-incubatrice

Una classe, in un nuovo ciclo scolastico, nasce durante una riunione affondata nel caldo appiccicoso e torpido. La scuola è vuota, i ragazzi sono in vacanza. Gli esami sono finiti. Alcuni professori si riuniscono, e cominciano a esaminare dati: da quale scuola vengono? Che competenze hanno maturato? Sono maschi o femmine? Di origine italiana o di origine non italiana? Quanti sono diversamente abili? Una classe, cioè, non è un caso. C’è una chimica, e ci sono degli alchimisti. Negli alambicchi i docenti della commissione Formazione Classi versano sostanze chimiche di colori diversi, e quando è fatta è fatta. “Quella classe è tremenda”, si dice a inizio anno. Oppure “è una buona classe, ci si può lavorare bene”. La classe è un incubatore di storie: un assemblaggio artificiale di giovani umani, un esperimento per vedere se qualcosa di nuovo e di buono si potrà sviluppare, se gli elementi comporranno un sistema cellulare complesso e interessante, o se cozzeranno fra loro in varie esplosioni, o se qualche agglomerato di cellule fagociterà un agglomerato più piccolo e debole. Una classe è una incubatrice di cuccioli: «incubatrix» è chi sta sopra le uova, stando attento a non romperle,...

Indicativo presente 2 / E tu, torneresti in Marocco?

«Quando torno nel villaggio dei miei genitori in Marocco mi sento strano: i miei amici dicono che non sono un uomo, che me ne sono andato, che li ho traditi»: Mahmoud è uno di quelli che parlano di più in quest’ora che dedichiamo alla condivisione della loro visione del film My name is Adil, di Adil Azzab, Rezene Magda, Andrea Pellizzer (2016: Gabriele Salvatores ha promosso una campagna di crowdfunding perché riuscissero a girarlo) visto in una proiezione del cinema di quartiere per le scuole. Veniamo da una settimana molto dura, in cui tutti i professori hanno detto basta al continuo boicottaggio che lui e altri quattro compagni attivano ogni ora contro di noi. Noi chi? Noi gli europei, noi i bianchi, noi che li trattiamo male, che li trattiamo come stranieri, noi che viviamo meglio di loro, che siamo più ricchi di loro e vogliamo educarli ai nostri valori asfaltando i loro. Questo è quello che tre o quattro dei maghrebini di una classe con due italiani pensano con convinzione. La collega che sta svolgendo con loro un percorso di rigetto di ogni razzismo e di inclusione di ogni diversità prepara a casa con ore di lavoro delle schede per lavorare in classe, e loro gliele...

La scuola al tempo della paura / "La scuola è politica”

Ventuno voci ordinate secondo le lettere dell’alfabeto, da Adulti a Zero, lunghe non più di cinque pagine, formano l’opera collettanea La scuola è politica. Abbecedario laico, popolare e democratico. Il testo non intende essere un dizionario ragionato sull’istruzione, come si evince anche dalla scelta di non produrre alcuna bibliografia al termine di ciascun lemma. Piuttosto gli autori propongono una tesi forte sul compito e la funzione della scuola nella società ipercomunicativa attraverso la selezione di cosa sia urgente discutere. Alternando scrittura saggistica e narrativa, riflessione teorica e esperienze personali vissute sul campo, Simone Giusti e Giusi Marchetta (in qualità di docenti) e Federico Batini e Vanessa Roghi (in qualità dei loro percorsi professionali aventi come oggetto l’istruzione formale) elaborano un testo altamente fruibile, a tratti polemico, certamente degno di essere discusso. La scelta stilistica adottata consente una lettura sequenziale oppure – grazie ai rimandi interni – è possibile costruire piste di lettura che promuovono connessioni a loro volta generatrici di significati ulteriori. Ciò che non viene meno, comunque, è la prospettiva unitaria: la...

Indicativo presente / Infiltrarsi nell’opposizione

La sezione medie l’anno scorso apparteneva a un altro Istituto Comprensivo: alcune classi in un plesso, altre in un altro. Quest’anno hanno verticalizzato una scuola dell’infanzia e una primaria e ci ritroviamo in un quadrilatero imponente, in ristrutturazione, con un bellissimo giardino per ora interdetto da un cantiere aperto durante l’anno scolastico. Stanno rifacendo tetto e facciata. Durante le lezioni ogni tanto il gruista ha la mano pesante e sgancia i carichi di tonnellate invece di appoggiarli delicatamente sulla soletta. Sulla testa boati spaventosi. Una volta o due i ragazzi sono fuggiti fuori dall’aula, e non li ho rimproverati. All’ennesima ho segnalato al referente Sicurezza di chiedere al capocantiere di raccomandare al gruista uno sgancio più morbido, e le cose non sono migliorate sino a che non ho aperto una finestra in corridoio, e ho urlato a un muratore sul tetto che sotto c’eravamo noi, e che non avevamo ancora intenzione di morire. Lui mi ha urlato che c’è sempre tempo per morire, e i boati sono spariti.  Il corridoio è squarciato sul pavimento, come se una scossa di terremoto avesse lasciato una ferita. Qualche sedia tolta dalle classi sostiene un...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Un altro ritmo insieme, tutto l’anno

Cosa fate durante le vacanze? «Dormiamo». Come, tutto il giorno? «Ci svegliamo per il pranzo». Il letargo che si rileva in classe per gran parte delle 6 ore di forzata posizione seduta su piccoli banchi di legno e metallo è in gran parte dovuto al debito di sonno. Se uno studente chiedesse a un professore cosa fa durante le vacanze il professore risponderebbe: «Dormo». Svegliarsi alle 6.30 o prima – dipende dalla logistica – ed essere alle 8 in punto pronto alla attivazione integrale di ogni risorsa mentale psichica emotiva e nervosa comporta bruciare in poche ore la maggior parte delle energie recuperate durante il sonno notturno. Molti miei colleghi, in questi giorni di riunioni per classe (i consigli, gli esami orali, quando siamo in dieci) o per istituto (collegi, preliminari di esame, e poi ratifiche degli scritti, e poi ratifiche degli orali, quando siamo in cento) patiscono la mancanza del fondamentale riposino del primo pomeriggio; torniamo a casa verso le 14.30, dobbiamo cucinare un pasto, pur piccolo, mangiamo, e poi ci coglie un annebbiamento totale, che si può rimediare con un sonnellino di 10, 20 minuti o, nel caso la sera prima si abbia vissuto qualche attività sino...

Indicativo presente| Duecento giorni in classe / La pizza prima degli esami | una notte nel loro quartiere

Siamo stati nella stessa stanza 350 ore. Ci siamo visti ogni giorno per 144 giorni; con gli esami arriveremo a 200 giorni con il pensiero della scuola in testa. Nella classe possiamo personalizzare qualcosa: parlarci negli intervalli, ricucire le risse, sedare gli insulti, avviare raffinati processi di giustizia riparativa. Possiamo fare in modo che non vengano bocciati, e che il loro 6 non sia finto ma sia almeno il frutto di un loro sforzo di apprendimento che non è in fondo minimamente paragonabile alle ore di studio che noi professori abbiamo speso alla loro età, ma che per loro, chi con il padre in galera, chi senza padre, chi senza madre, chi senza soldi, chi senza cittadinanza, chi senza ambiente sociale, risulti il massimo dello sforzo per loro possibile. Questo chiediamo: che in un mondo di ego che sbraitano e sprezzano altri ego in realtà esistano ancora delle prove individuali in ogni singola vita: misurarsi su un progetto etico che ignori la cagnara pubblica; costruirsi mattone su mattone capendo che il branco non avrà l’importanza che ha ora; minimi obbiettivi, minimi termini: oggi ho fatto più di ieri e sono soddisfatto di me, perché sto meglio con me stesso, mi...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Redde rationem | Insufficienze e soddisfazioni

Il mese di maggio comincia torpidamente al rientro dalle vacanze pasquali. I ragazzi hanno resettato la scuola dalla loro vita e tornano con una ilarità spensierata e del tutto immotivata. Davanti alla cattedra ci sono struzzi con i loro culetti per noi prof del tutto nitidi: sopra ci sono stampate le medie aritmetiche che il registro elettronico ci riporta del tutto prive di affettività o aggiustamenti: 4.25, 5.85, 7.65. Dalla dirigente scolastica cominciano ad arrivare a raffica le circolari più sgradite: scrutinio finale in data ics, si rammentano i criteri di non ammissibilità alla classe successiva (ovvero, «guai a voi se bocciate!» ma se proprio dovete ci vorranno o quattro 5 o due 4 un 5 eccetera, o oltre 250 ore di assenza), adempimenti di fine anno (una relazione per ogni tua materia, una relazione per la classe, le proposte di voto eccetera). Ecco che quindi, con morbidi colpetti sulle natiche degli struzzi dobbiamo invitare a sfilare dalla sabbia le teste rivuotate, e spiegare che cinque, sette di loro sono a metà maggio ancora insufficienti in Storia, o Geografia, o Matematica. A quel punto gli occhi si spalancano, e la maggior parte di loro scopre che pur non avendo...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Il telefonino. Espellere o inglobare il globale?

A scuola siamo pieni di tabù: innanzitutto, il corpo e ogni accenno all’affettività, guai poi se si considera il corpo come quello che è, ovvero non una parte di noi, ma il noi mente-corpo; sfiorare un allievo, accogliere un abbraccio spontaneo loro, ringraziare con un bacino o meno per un dono spontaneo di uno di loro, parlare anche di stupro quando si parla di invasioni, saccheggi e guerre; dichiarare la verità che l’amore è tutto, ovvero anche baciarsi, essere intimi, e sì, fare l’amore; dire che tutti noi in questa classe siamo figli in genere di un uomo e di una donna che una volta almeno hanno fatto l’amore nudi per farci nascere. Tabù. Terrore di denuncia. Attenzione. Stacci attento.    Il dispositivo che oggi più ci allontana dal corpo, ovvero il telefonino, è un altro tabù. Tutti lo usiamo. C’è chi lo usa intensamente declinandone l’uso con le regole non scritte e sempre più opinabili della buona educazione, che si dovrebbe fondare sul rispetto dell’altro. C’è chi lo usa esecrando chi lo usa e dichiarando che lui il telefonino lo usa solo per necessità, ritenendo che il suo spazio di necessità sia semplicemente un po’ diverso da chi invece secondo lui, il...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Il rospo di Salvini | ius soli o ius sanguinis?

In questa classe c’è feeling, e quindi posso provare a fare qualcosa di più coinvolgente delle lezioni frontali su clima, popolazione italiana, popolazioni europee, città. Anzi, abbiamo già fatto insieme il lavoro su Greta Thunberg, e hanno risposto molto bene. Continuamente dico di guardare fuori dalle finestre: Quella è la Geografia, questo è il mondo in cui stiamo vivendo. Oggi fa caldo? È normale? Non piove da settimane: è normale? Avete chiesto ai vostri nonni se era normale questo caldo a febbraio o questa siccità a marzo? Glielo chiedono, e capiscono che c’è qualcosa che non quadra. Insisto molto, anche, sul fatto che viviamo – direbbe Pangloss – nel migliore dei mondi possibili; considerando che siamo in Europa, e nel 2019, e che l’aspettativa di vita media va oltre gli 80 anni: quanti anni hanno i vostri nonni? La densità demografica, poi: c’è tanta gente in questo brutto quartiere nato in fretta e furia negli anni Sessanta per ospitare migliaia di famiglie di operai che servivano per le fabbriche del Nord, la Fiat e il suo indotto. Avete chiesto ai vostri nonni come venivano trattati quando sono venuti su? Sì: Thomas dice che non trovavano case in affitto, che li...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Giù la maschera, si va in gita

«Professore professore! Ci accompagna in gita?» Gli studenti di una mia prima con spontaneità mi hanno cooptato. Gita di un giorno in montagna organizzata dalla collega di Scienze motorie. È una bella scocciatura: in quella data sono in servizio in un’altra scuola: devo farmi autorizzare dal vicario di plesso, trovare la collega che vorrà gentilmente sostituirmi (in questi sacrifici i colleghi maschi si dileguano rapidamente, in genere). Ma me ne occupo, e mi rendo disponibile. Partenza all’alba, ritorno nel tardo pomeriggio. Anche qui, 2 ore retribuite e 10 regalate allo Stato, alle famiglie e soprattutto ai ragazzini. La collega votata al sacrificio mette insieme anche una terza, e altri 2 colleghi pronti alla missione anche questa volta si sono trovati. I genitori accalcati davanti al bus alle 6.30 del mattino finalmente fuori dalla scuola: no campanelle, no orari, no discipline, no cattedre, no registri elettronici, no voti e note disciplinari. Quello che funziona oggi nella scuola viene tutto dalla scuola primaria, l’elementare.   Lì, nonostante l’avanzare degli abominevoli test a risposta chiusa, la quizzomania di impronta americana, le “maestre” ogni giorno affondano...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Vacanze brutte

Non credo che ci facciano così bene, le “vacanze”. «Vacanza» significa che manca qualcosa che prima o poi ci aspettiamo che ritorni. Dovrebbe essere una decompressione dopo una pressione. Questo meccanismo dello strizzarci e del rigonfiarci, come spugne, è la metafora della resilienza, che sicuramente è una delle virtù fondamentali per vivere. Ma applicato a un incontro sociale, di scambio cognitivo e affettivo come potrebbe essere la scuola non va molto bene. La vera mutazione sociale che vedo è che la scuola non è più per i ragazzi un “terzo tempo” dopo quello della famiglia e delle esperienze infantili o adolescenziali tra coetanei, in luoghi franchi o comunque in-dipendenti dai centri di educazione-controllo (famiglia, scuola). Non hanno più luoghi dove incontrarsi, condividere giochi, o litigi, o innamoramenti. Non giocano più a pallone nei cortili o nei prati.   Nei condomini con aree verdi è «vietato schiamazzare o giocare al pallone», perché si disturbano pensionati irascibili e misantropi che non hanno più i loro circoli dopolavoristici o sindacali o politici o religiosi. Siamo confinati nei nostri micro-appartamenti, dove le relazioni obbligate tra consanguinei o “...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Una cioccolata per Mariella

Se potessi essere l’insegnante di ognuno di loro, se potessi trascorrere tre ore al giorno seduto accanto, con i libri sul tavolo, o uscire all’aperto in una bella giornata di sole, camminare come Socrate con i suoi pargoli, non credo ci sarebbero problemi. Il punto non è la loro estraneità alle conoscenze che propongo. Il malessere è svegliarsi alle sei di mattina, quando è ancora buio, con la pioggia battente magari e ritrovarci in 20, 25 chiusi in questa stanza. Con i neon che ci fanno male agli occhi. La vita può essere ancora più dura, certo, ma se partissimo da un principio di felicità e di benessere non dovremmo fare della scuola un decoroso campo di concentramento, o più precisamente un campo di detenzione temporanea in una stanza di 20-25 ragazzini pieni di energie.  Il regolamento mi chiede di essere in classe cinque minuti prima che suoni la campanella. Non entrano più tutti insieme, con un boato festoso o animalesco: arrivano alla spicciolata. Ognuno ha il suo ritardo, la sua riluttanza ad arrivare e sedersi per sei ore in quel cubo di cemento. Sono anche abbastanza educati, quasi tutti, e entrando dicono “buongiorno prof!”. Si siedono abbastanza estenuati, con...

Fare insieme / Ritorno a scuola. Ogni volta, l'inizio di un mondo

Per moltissime persone di diverse età che vivono e lavorano a scuola il vero capodanno è a settembre. Settembre ritorna sempre con la sua portata di novità. A volte radicale, come un cambio di ciclo scolastico o di sede di lavoro; a volte meno intensa, ma comunque con un anno in più sulle spalle – visto dalla parte dell'adulto – e una nuova stagione di vita che si dischiude – visto dal lato studente.   Ho iniziato a insegnare, ventisettenne e fresco di preparazione, nel 2001. Per essere più precisi il mio primo giorno di scuola è stato il 12 settembre 2001. Ricordo la camicia stirata e gli appunti per la Prima Grande Lezione di Filosofia, che provavo da tempo, e, come questa fosse diventata un'altra cosa, non senza sgomento, per quanto accaduto il giorno prima. Dopo aver visto crollare le torri (in televisione), da insegnante ho sentito il peso della ricerca delle parole per quello che avrei dovuto saper dire il giorno dopo e per quello che mi avrebbero chiesto. Qualcosa che aveva a che fare con la contestualizzazione dei fatti, ma anche con la catastrofe, nel suo significato etimologico di 'rivolgimento'. L'idea di futuro si faceva maceria e rovina proprio mentre iniziava la...

Cultura e vita / Gramsci e la fatica del sapere disinteressato

Può apparire paradossale, ma la monumentalizzazione è una delle strade più efficaci per depotenziare della loro carica eversiva le teorie di un pensatore. La discussione, il confronto e la critica rendono vive le idee e la loro possibilità di relazionarsi con le pratiche sociali che le hanno prodotte e che le idee stesse – a loro volta – influenzano e modificano. L’imbalsamazione del pensiero condanna invece alla rigidità dogmatica e all’equivoco permanente. Qualcosa del genere deve essere successo – almeno a livello di discorso pubblico – a proposito della riflessione gramsciana in Italia. Di uno dei più grandi pensatori italiani del XX secolo – che ancora oggi è oggetto di rinnovato interesse scientifico tra gli studiosi di tutto il mondo – nel nostro paese si parla con scarsa cognizione, senza mai fare i conti con alcune profonde implicazioni che la sua elaborazione critica comporta per i vari campi dell’agire culturale. Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere (L’asino d’oro, 2018) è un libro che ci guida fuori da questa impasse e ci aiuta nel tentativo di ritornare a Gramsci con la prospettiva di chi vuole cimentarsi in uno sforzo interpretativo autentico. Gli autori,...

Di scuola, ignoranza e violenza tra realtà e rappresentazione

Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di scuola con particolare enfasi su alcuni episodi di aggressione e violenza nei confronti di docenti, all'interno di un più generale discorso sul bullismo e sul degrado dell'educazione e dell'istruzione. Come spesso succede quando si parla di scuola, il dibattito ha assunto toni perentori e caratterizzati da petizioni di principio a mio avviso stereotipate, semplificate e ideologiche. Concordo con LeonardoTondelli e con Jacopo Rosatelli sull'idea che non esista una “guerra tra studenti e insegnanti” e che i problemi e le risposte possibili siano di altro ordine. L'attenzione per questa “emergenza” rientra in una concezione dell'educazione, ampiamente diffusa dai media, dai tratti apertamente o implicitamente nostalgici e conservatori che formula un giudizio senza appello sul degrado e sull'incultura diffusi tra le giovani generazioni. Questo giudizio, con importanti distinzioni e intenzioni costruttive, si ritrova in parte anche nei recenti interventi apparsi su «Doppiozero», all'interno di un'analisi che accetta l'idea di fondo secondo cui la scuola attuale, sulla base di una cultura ugualitaria e garantista promossa principalmente...

"Dar da pensare" / Dove va la scuola italiana?

A cinquant’anni dal Sessantotto nessuna profezia di quella stagione utopistica appare più realistica del libro di Mitscherlich uscito in quegli anni Verso una società senza padre. L’immagine della nostra società rispecchia questa assenza, che si manifesta anche nel mondo della scuola, il luogo della socializzazione secondaria, in cui sembra essersi smarrito ogni principio di autorità. Non vorrei essere frainteso e sembrare portatore di nostalgici rimpianti. Non è il caso di desiderare un ritorno a un modello familiare che aveva molti risvolti repressivi, ma ritengo sia necessario affrontare seriamente le cause della perdita oggi di autorevolezza degli adulti e degli insegnanti in particolare, cioè delle figure che in passato suscitavano rispetto e apprezzamento anche per il ruolo che rivestivano nella società. Il libro di Giovanni Floris Ultimo banco (Solferino 2018) è una testimonianza di questo declino, attendibile, anche se di parte, anzi soprattutto perché di una parte in causa che sa comunque guardare a fondo al problema in modo multilaterale.   Che cosa è successo nella scuola? Certo è sotto gli occhi di tutti, perché alimentato dalla morbosità dei media, il dilagare...