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fiore

(14 risultati)

Quest’irta pianta / Ponciro

Mi ha trafitto in piena fronte. Con una frustata di rimbalzo mi ha conficcato una spina degna della corona della Passione. Fortuna vuole che non sia impressionabile, mantengo il sangue freddo anche se mi zampilla in mezzo agli occhi. Devo quest’esordio splatter a un individuo assai permaloso, che non ama farsi mettere le mani addosso. Sono incidenti che possono capitare in giardino quando non consideri con chi hai a che fare. Volevo solo raddrizzarlo un poco, convincerlo con un tutore a salire più in verticale invece che, stortignaccolo, lasciarlo protendere in avanti. Ma si è ribellato, e il mio tentativo di rimetterlo in riga mi si è ritorto contro.     Il soggetto in questione è un Poncirus trifoliata (o Citrus triptera) desiderato fin da quand’ero ragazzina: ne aveva un gran bell’esemplare dal portamento composto la vecchia maestra che abitava al Pian delle Viti. Ma lei, evidentemente, sapeva mettere tutti e tutto al loro posto. Chissà se c’è ancora? Il ponciro, dico; la maestra, quella è morta da mo’. Sarà perché in mente ho sempre quell’archetipo – quell’alberello così ben proporzionato, cresciuto al margine del giardino confinante con il sentiero a mezza...

Questa nostra vita / Dulcamara

Melanzane, pomodori, peperoni e peperoncini in giardino o sul balcone? Perché no! Sono piante belle nei fiori e nei frutti e gli inglesi le hanno accolte nelle loro aiuole da tempo.  Solo con le patate avrei qualche dubbio. Nessuno invece per il tabacco (Nicotiana tabacum) e  per tutte le nicotiane ornamentali dagli attraenti fiori imbutiformi e multicolori. Che hanno in comune queste essenze? Appartengono tutte alla numerosissima e importante famiglia delle Solanaceae, con esemplari che da tempo rallegrano il verde di casa come petunie, Dature e Brugmansie. Ma a queste ultime ho già dato. Vorrei invece soffermarmi sul Solanum jasminoides e sul Solanum rantonnetti, entrambi originari del Sudamerica. Il primo, sarmentoso, vuole un sostegno cui affidarsi e può svilupparsi in altezza anche oltre i cinque metri, oppure lo si può lasciar libero di ricadere a cascata dall’alto. L’aggettivo lo assimila al gelsomino con cui, in verità, poco lo accomuna: forse per le stelline candide (o cilestri) a cinque petali, ma il cuore di antere gialle e stilo pronunciato è come quello dei fiori di patata, paragone ai miei occhi non declassante, e la lieve fragranza serale non è comparabile...

Paulownia tomentosa, l’albero della Principessa

Le quattro di Place de Furstenberg, a Parigi, le più stuporose. In piena fioritura, paiono grandi candelabri lilla, che tendono i bracci fino ai piani alti dei fortunati edifici affacciati sull’isola tonda che le alberga. Più che una piazza, uno slargo in mezzo alla via omonima, un raccolto cortile pubblico assai charmant nell’area dell’antica abbazia di Saint Germain des Prés, scelto da Eugène Delacroix come sua ultima dimora, oggi casa-museo.  Ci capitai per caso un maggio di molti anni or sono, quando le quattro paulonie erano di eguale età e grandezza, e fu uno spettacolo da togliere il fiato. Ora, una sola delle originarie sopravvive, e l’asimmetria con le più giovani sostitute riduce l’effetto di magie étonnante. Chissà in Cina, da dove provengono, quali e quante venerabili sorelle offriranno vedute ancor più incantevoli.  La Paulownia tomentosa fu introdotta in Europa a inizio Ottocento dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, e così battezzata in omaggio ad Anna Pavlovna, figlia dello zar Paolo I, poi moglie di Guglielmo II dei Paesi Bassi. L’aggettivo se l’è guadagnato invece per la peluria che ricopre foglie racemi e frutti (se ne sarà adontata la...

Un verso, la poesia su Doppiozero / Paul Celan. Laudato tu sia, Nessuno

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso apre la seconda strofe della poesia di Paul Celan intitolata Psalm (Salmo), cuore della raccolta Die Niemandsrose (La rosa di Nessuno), del 1963. Un verso che nel suo movimento e nella sua intonazione accoglie la preghiera rivolta a Colui che è il principio e il fondamento del...

Jane Eyre / L’albero delle castagne, amare

Sacramentano i milanesi, perché gli gibollano le carrozzerie: in questi giorni di primo autunno i frutti dell’ippocastano (Aesculus hippocastanum) vengon giù con botti fragorosi. Ma io sto dalla sua parte: girino alla larga e non lo molestino posteggiandogli sui piedi. È un tipo solido, forte di tronco, alto di palco, infonde sicurezza da ogni ramo, vigore da ogni gemma, grossa e protetta da perule vischiose. A maggio, pure le pannocchie florali, erette, impettite all’apice delle fronde, danno un’idea della personalità e del carattere di questo individuo arboreo arrivato a Vienna dall’Europa Orientale nel XVI secolo.     È poi a Parigi nel 1615, per merito di Bachelier, e nel 1633 in Inghilterra, dov’è tenuto in gran conto per le sue qualità paesaggistiche. In Italia lo introduce il medico e botanico Mattioli nel 1557, ma da noi mostra difficoltà a naturalizzarsi (non ci sono boschi di ippocastani) e si deve accontentare dei viali e dei parchi cittadini del centro-nord. Non proprio la situazione ideale per uno che ha bisogno di spazio per mostrare al meglio il suo portamento fiero e distendere la densa chioma piramidale. Così in città, quando non è attaccato dalla...

Gli umili fiori dei boschi / Il trasformismo dei ciclamini

Come le viole dei campi, i ciclamini sono gli umili fiori dei boschi. Come quelle, reclinano il capo, non per modestia ma per diffidenza: almeno così azzarda la simbologia applicata al regno vegetale, forse per via del tubero velenosetto, saturo di saponine ma ghiotto boccone per i grifi suini, donde il didascalico nome popolare di panporcino. Anch’essi han battezzato un colore che, ciclicamente (l’avverbio è quanto mai pertinente), torna a tingere gli outfit femminili, specie d’estate quando il più profumato della famiglia, il Cyclamen purpurascens o Ciclamino delle Alpi, accende l’ombra del sottobosco.      Quel che più mi sorprende di questa piccola erbacea perenne, imparentata con le Primule, è il miracolo di trasformismo e d’ingegneria botanica di cui è capace. Chi mai immaginerebbe che dal solitario bocciolo a forma di mezzo fuso, con i petali pressati a spirale l’uno sull’altro, sortisca un fiore volgente all’indietro cinque alucce rosa carminio (lacinie riflesse), ovvero orecchie, come preferiva chiamarle D.H. Lawrence: («And cyclamens putting their ears back», Sicilian cyclamens). Entro la corolla – una coppa perfetta, traslucida, montata su cinque sepali...

L'intelligenza della forma / L'Eugenia e i garofani

Quelli che usiamo per aromatizzare cibi e bevande sono i boccioli essiccati di un albero originario di Filippine e Indonesia, appartenente alla famiglia delle Mirtaceae e dal nome scientifico di Syzygium aromaticum. Trovo però più simpatica la dicitura Eugenia caryophyllata, con cui pure è noto, benché l’aggettivo rinvii ad altra inopinata famiglia, le Caryophyllaceae, propria invece del fiore che tutti noi siamo soliti chiamare garofano e i botanici Dianthus. Nella confusione onomastica non ho ben capito se sia la spezia a rinviare al fiore – forse per la foggia del chiodo simile al bottone florale non ancora dischiuso – o, al contrario, il profumo del fiore a ricordare l’aroma della spezia.     Comunque sia, il garofano che – profumo a parte – nulla ha in comune con l’Eugenia, ci porta sulla riviera ligure dove da secoli si coltiva nelle serre in faccia al mare in barba a Mario Calvino che, a detta del figlio Italo (La strada di San Giovanni), si batteva contro la monocultura del garofano nel sanremese. I Dianthus, per altro, sono un mondo a sé per numero e varietà. Limitarsi a quello che dal Dianthus caryophillus, presente in natura e attraverso vari incroci, ha dato...

Aquilegia o Amor nascosto

Eleganti e leggere (eleganti perché leggere), le aquilegie sono le farfalle boschive dei giardini, specie se oscillanti tra alti fili d’erba. Le doppie corolle – una di sepali l’altra di petali – monocrome o bicolori, con o senza speroni (arcuati o diritti, le orientano verso l’alto o verso il basso), fanno capolino su steli rigidi ma contornati da frastagliate foglie glauche, ariose e leggiadre quanto il fiore.   Facili e rustiche, quest’erbacee montane e perenni prediligono gli angoli umidi ma si propagano e ibridano spontaneamente, spuntando là dove meno te le aspetti con le tonalità più disparate e insolite rispetto ai capostipiti: azzurre o blu, lilla o viola, bianche o rosa, giallo oro o limone, arancio, porpora quasi nero (perso, come direbbe Dante), fin anco verdi e bronzo (Viridiflora).     Dai pochi centimetri della varietà Alpina al metro della Chrysantha, possono essere accolte in giardini ombreggiati e lussureggianti o essenziali e selettivi, anche per il pregio di una prolungata fioritura da aprile a giugno che, con la cura di recidere i fiori secchi, può protrarsi...

I fiori del gelo

Ha i suoi fiori anche l’inverno: ellebori, camelie sasanqua, gialli gelsomini (jasminum nudiflorum). Ma il fiore del gelo è il Chimonanthus praecox o calicanto invernale. Arbusto cinese, rustico, dal portamento rigido, un po’ sgraziato: i giardinieri accorti lo accompagnano a cespugli più composti dalla fioritura diversificata, lo addossano a muri a secco o a fianco di sempreverdi esaltanti il giallo paglierino dei fiori.        Quando le lunghe foglie lanceolate cadono, sui rami spogli i boccioli ascellari sono già pronti. Da dicembre a febbraio, i fiorellini di cera si aprono e mostrano un cuore rosso cupo e profumatissimo. Non hanno corolla né petali e, come suggerisce l’etimo (calicanto: fiore a calice), è il calice a sfrangiarsi in sepali traslucidi, quasi trasparenti.     Nelle serene mattine d’inverno, è un piacere intenso sentire la scia dolce, vanigliata, che il freddo esalta contrastandola nella giusta misura. È una fragranza che pare nuova tant’è antica.     Ne esistono tuttavia anche varietà a fioritura estiva...

Ringraziare gli ignoti e i noti

I stagione   Capita talvolta di incrociare la bellezza nel mondo. Avevo scritto del mondo, ma era sbagliato: la bellezza non del mondo in generale, ma di qualche suo dettaglio o aspetto: la bellezza di ciò che fa il mondo. La cogliamo e tanti saluti, senza sapere chi ringraziare. Invece rendere grazie è una buona cosa. A me piace farlo. Non solo è giusto, tanto più verso chi si eclissa prima di riceverle, ma fa star bene. A me succede così, almeno. E allora grazie a tutti i benefattori anonimi.   Oggi voglio rendere omaggio a un giardiniere di cui ignoro il nome. Chi passeggia sulla strada sterrata che costeggia il naviglio da Groppello a Vaprio d’Adda, se a un certo punto, sulla riva spoglia, incontra un bellissimo cespuglio di rose canine, stupito che resista e cresca così rigoglioso, deve ringraziare lui.   Me lo descrivono come un signore sui settant’anni, di media altezza, robusto, con un che di atletico: ancora un bell’uomo. Ha lavorato tutta la vita alla manutenzione del canale alle dipendenze del Consorzio del Naviglio, e continua a farlo per conto suo ora che è in pensione....

Il cremisi dei sessanta giorni

Quando Linneo era a corto di nomi battezzava le piante con quelli dei loro scopritori o divulgatori. Così a un arbusto d’origine cinese capitò di essere spacciato per indiano e avere il nome (terribile) di chi lo inviò in Europa. A metà Settecento l’allora direttore della Compagnia delle Indie, Magnus von Lagerstroem, spedì all’illustre botanico svedese l’esemplare di un arbusto da fiore perché lo classificasse. Morì prima di sapere che aveva segnalato una nuova essenza, e Linneo per rendergli omaggio gliela dedicò chiamandola Lagerstroemia indica.          Per fortuna il nome giapponese della lagerstroemia non ha niente a che fare con le classificazioni della botanica. La trascrizione fonica nel nostro alfabeto è armoniosa e bellissima. Poetica di per sé, prima ancora di finire in un haiku di Mizuhara Shūōshi: sarusuberi.   Asagumo no     Yue naku kanashi Sarusuberi    Nuvole al mattino: la tristezza  tace le sue ragioni. Fiori di lagerstroemia   Sostituite a sarusuberi il significato...

La regina delle friches

Se si potessero commissionare poesie, ne avrei richiesta una per la buddleia (Buddleja davidii) a Andrea Zanzotto, il poeta dei topinambur, dei papaveri e delle vitalbe, dallo sguardo attraversante il paesaggio, gettato oltre, al suo dietro e ai suoi margini. Come i topinambur anche la buddleia è caparbia, invasiva, colonizza le aree residuali dell’antropizzazione sconsiderata, le prode scoscese delle nuove tangenziali, i ritagli di terra abbandonati in città o in periferia, medica le ferite e i veleni di fabbriche o cantieri dismessi rivestendoli d’argento e di lilla.     Cinese d’origine, si è diffusa in Europa a scopo ornamentale fin dal Settecento. Dedicata al reverendo e botanico Adam Buddle (1660-1715), autore di un prezioso erbario, la buddleia è nota anche come lillà estivo (benché con la Syringa vulgaris abbia poco a che fare) per i numerosi piccoli fiori tubolari lilla, dall’occhio aranciato, riuniti in fitte pannocchie pendule. Gli inglesi la chiamano anche butterfly bush: il dolce profumo è irresistibile per le farfalle. Arbusto vigoroso, poco esigente, dai rami elegantemente...

L’albero dei sigari

A Varvara la vista “di una catalpa in piena fioritura produceva [...] l’effetto di una qualche visione anomala ed esotica”. Nel racconto di Nabokov Pnin, lo sguardo dell’io narrante indugia benevolo sulla prosperosa ed esuberante moglie del “mediocre filosofo” Boltov che, con un gruppo di émigrés russi, trascorre l’estate del 1951 nella campagna del New England. Sconcertata e incantata dal numero di piante e animali che non conosce e non riesce a identificare, un giorno Varvara porta “con orgoglio e trafelato entusiasmo, per decorare la tavola da pranzo, un profluvio di bellissime foglie d’edera velenosa”. Oltre a regalarci una prosa dalle pennellate smaglianti, come quella sul Professor Boltov “in cui l’oscuro si coniuga in modo tanto singolare con il banale” (ottima anche per i filosofi nostrani), Nabokov sciorina disinvolto nomi di alberi; mai generico, individua ontani, lauri, aceri e, appunto, catalpe.     La bizzarria onomastica si deve - forse - a un’alterazione di Catawba, il nome di un fiume e di una tribù di nativi americani. Ma la pianta in...

Meli in fiore

Alle porte di Milano, tra aprile e maggio anche i meli di viale Edison a Sesto San Giovanni si mettono il vestito della prima comunione. Compunti, devoti, sfilano in processione nel candore sfumato di rosa delle trine in pizzo di sangallo. Timidi e incerti, sono la preghiera infantile, l’anima tenera che riscatta questo stradone di periferia.                                                                    Benché allogati in una fioriera a rialzo sul viale, quasi si annullano tra i palazzi di vetrocemento e il polveroso anonimato del viale. Bizzarra scelta per abbellire un’arteria d’accesso alla città. Di solito i meli ornamentali (malus floribunda) sono disposti in gruppi di pochi esemplari per meglio esaltare la grazia tutta orientale dei fiori semplici riuniti in corimbi, il contrasto tra il rosa intenso dei...