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I diospiri di Clizia

“I migliori sono quelli del ragno”, diceva mia madre dei kaki. E il ragno non era l’artropode, ma il disegno delle linee nere nell’arancio al colmo del frutto, che da lontano sembra un aracnide intento a suggerne il dolce.   Per noi al nord, i kaki (per favore, chiamatelo kaki anche al singolare) sono i nostri agrumi. Non v’è brolo o pomario rispettabile senza un albero di diospiri (Diospyros kaki) ben potato, per frutti a portata di mano. Come l’arancio, è cinese d’origine e assai ornamentale: chioma tondeggiante compatta, larghe foglie ovali dall’apice pronunciato, lucide nella pagina superiore, d’un bel verde scuro in piena vegetazione, viranti in autunnali sinfonie di rossi. Poi, a novembre, sui rami spogli spiccano i globi accesi dei frutti a sciogliere freddo e nebbia.   Per questa invernale solarità, nell’Elegia di Pico Farnese (Le occasioni), Eugenio Montale li ha eletti a epifaniche primizie della metamorfosi  di Clizia (colei “ch’a veder lo sol si gira”) in Visiting Angel, o donna del “soccorso”:     Se urgi fino al...

Giuggiole!

Si trovano ancora in vendita dai fruttivendoli del centro. Su quei banchi, inaccessibili ai più, riverberano di rarità e d’esotismo. Eppure le giuggiole sono frutti poverissimi, che niente hanno da spartire con mango e papaya. La lontananza da cui provengono non è tanto geografica, ma temporale: di quando l’alimentazione seguiva i ritmi della vita campestre e si doveva trarre da ogni bacca, anche la più grama, tutto il possibile. Un frutto d’autunno non perduto, semmai smarrito, come le mele cotogne, le nespole nostrane, i corbezzoli e le sorbe. Buono forse più per la memoria che per il palato.   A Milano, per uno di quei miracoli dovuti alla tenacia e alla passione, si può persino ammirare un giuggiolo (Zyziphus vulgaris). L’ha piantato anni fa, e l’ha atteso con la necessaria pazienza, un ex direttore didattico che con altri pensionati ha colonizzato una lingua di terra incolta lungo una roggia, presso l’ospedale San Raffaele. Uomini caparbi che, a dispetto delle sordità istituzionali, danno un senso al loro tempo lavorando la terra, ritornando contadini. Ne hanno fatto orti e...

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