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morale

(15 risultati)

Disordine / Bugie e altri racconti morali di J. M. Coetzee

Bugie e altri racconti morali, ultima opera di John Maxwell Coetzee, vincitore nel 2003 del Premio Nobel , è un libro ingannevole. I sette racconti racchiusi nella raccolta colpiscono per la scrittura pulita, sintetica e lineare. Anche le vicende narrate sono all’apparenza semplici, in perfetta simmetria con lo stile. Narrano storie estremamente accessibili, vite quotidiane, piccoli squarci di realtà, nulla di eccezionale o di particolarmente degno di nota. Eppure Bugie e altri racconti morali è un libro difficile da cogliere nella complessità che l’affinità delle storie induce a ipotizzare, come se disegnassero una trama segreta, nonostante nessun legame esplicito, di figure o contesti trattati facesse da esplicito tessuto connettivo.  Spesso si tratta di vicende che coinvolgono famiglie o persone che intrattengono tra loro relazioni sociali che raramente poggiano su solide basi affettive o di comunanza di sentimenti e idee; sono tutte infelici infatti. Vige sempre incomunicabilità, una compresenza di luci ed ombre che conferiscono ai rapporti una patina ambigua, la sofferenza del non poter comunicare i propri reali sentimenti, scappatoie, frustrazioni che rendono ogni...

Adorno / Moralia della favola

C’è sempre concitazione nella redazione d’un giornale. Facile immaginarlo, anche se non se n’è mai frequentata una. Chi scrive queste note scrive nel suo studio. I libri intorno non gli mettono premura. Semmai, il contrario. Lo ammoniscono. Da loro, inviti a tacere più che a esprimersi. Talvolta inascoltati, come si vede. Chi si guadagna la vita nella stampa (o nei suoi più recenti succedanei) non ha di norma tale privilegio. Ha fretta. Se è accurato e preciso è ancora più ammirevole.    Ci si figuri allora la preparazione del numero di fine 2018 dell’inserto culturale settimanale di un diffuso quotidiano italiano (qualificazione linguistica e non politica): dai collaboratori, pezzi a decine da rivedere e da impaginare senza indugio. Uno di essi si presenta col titolo “I Moralia di Adorno”. Il testo precisa di cosa si tratta: i Minima moralia del filosofo francofortese, di cui si raccomanda la lettura. Ma c’è il tempo di leggerlo, il testo? E se di latino si sa poco e dell’esistenza di un libro con quel nome ancor meno, non si è autorizzati a pensare a una svista di chi ha scritto l’articolo? E, nella furia, non è sempre la regolarità, la banalità a fare da guida? Una...

Androidi contro uomini in WestWorld / I crudeli diletti hanno crudeli conseguenze

Una giovane bellissima esce da uno spaccio nel Far West, carica la sporta sul suo cavallo, ma una scatoletta le sfugge di mano e rotola nella polvere sulla strada; un giovane si avvicina, gliela raccoglie da terra, è chiaro che è un galantuomo in un mondo ruvido e violento; gliela porge, e incontra i suoi occhioni stupendi, puri, buoni; lei sorride con dolcezza mentre il vento le alita gli splendidi capelli biondi; ringrazia, sale sul suo cavallo e parte, torna alla fattoria dove vive con il suo papà, contemplando la bellezza del paesaggio wild. Si chiama Dolores, e quel nome ci prepara al suo destino. Dolores è di una bellezza perfetta, sembra una bambola dotata di grazia e bontà. Dolores è il personaggio protagonista della serie tv HBO WestWorld, che è appena giunta alla fine della seconda serie, con un finale cervellotico che ci predispone alla prossima terza serie. La sigla musicale ha un drammatico respiro sinfonico: vediamo dei bracci robotici che tracciano creature umanoidi: il teschio, lo scheletro e poi dettagli sempre più perfetti: tendini, muscoli; poi vediamo cavalli in corsa, avvoltoi, infinite creature di un mondo robotico eppure indistinguibile dall’umano e dall’...

La virtù del giorno dopo / Etica e estetica della sobrietà

Diciamolo subito, non tutte le virtù sono alla portata di tutti, o meglio possono costituire un modello comportamentale, una indicazione da seguire al fine di ottenere uno stato di grazia o di benessere, sia esso fisico oppure spirituale (etico e/o morale). Questa considerazione vale, sotto molti aspetti, in particolar modo per la sobrietà, la virtù del giorno dopo, a cui il saggio di Manlio Brusatin, Stile sobrio. Breve storia di un’utile virtù. Marsilio, Venezia 2016, dedica una colta e raffinata digressione. La caratteristica principale del testo, a mio avviso, non è costituita dalla trattazione diacronica, dall’evoluzione storica del concetto di sobrietà, quanto dai continui e intriganti attraversamenti di ambiti molto differenti tra loro che l’autore compie per descriverci le diverse declinazioni morali, sociali, culturali, progettuali ed estetiche che, di volta in volta, questa virtù esplica.   Da sempre, e tuttora, la maggioranza dei popoli vive in condizioni economiche e sociali di umiliante indigenza, per la quale lo stato di povertà è una condizione che esclude di fatto la possibilità di concepire e perseguire una tale virtù. Là dove mancano le risorse primarie di...

Il nemico non c'è / Nessuno ha ucciso Tiziana

Andiamo subito al punto: se vogliamo capire davvero la vicenda di Tiziana Cantone, dovremmo mettere da parte questo sentimento divenuto oramai mantra costante della Rete: l’indignazione morale. Una volta Marshall McLuhan disse: “L’indignazione morale è la strategia adatta per rivestire di dignità un imbecille”. Mai parole furono più appropriate: indignarsi è il più facile degli stratagemmi retorici, quando non si ha poi molto da dire, ma lo si vuole dire con la voce più alta possibile. E in una logica da economia dell’attenzione quale è quella che guida i social network, basta gridare più forte per ottenere il numero più alto di like e commenti compiaciuti dalla propria cerchia di pubblici connessi.   Per cui – mi spiace – ma non trovo grande differenza tra le predicazioni morali che in queste ore hanno voluto interpretare forzatamente la vicenda di Tiziana, incanalarla nel proprio frame valoriale, con l’unico risultato di tracciare linee di confine tra giusto e sbagliato, individuare il barbaro contro cui scagliarsi. Ci sono quelli che hanno fatto passare Tiziana come una vittima – il nemico sceglietelo voi: la Rete, il cyberbullismo, il giornalismo di costume, i milioni di...

Il regista iraniano morto a 76 anni / Abbas Kiarostami. Poesia nelle immagini

L’immagine più significativa del cinema di Abbas Kiarostami, morto il 4 luglio a 76 anni, è quella che il regista iraniano presenta per la prima volta in Dov’è la casa del mio amico? (1987), per poi riprenderla e rielaborarla nei film che da esso nasceranno, E la vita continua… (1992) e Sotto gli ulivi (1994). Questa immagine:   Dov'è la casa del mio amico? Una collina, una strada che sale, un bambino, un albero in cima. Tutto finto, tutto ricostruito, tutto poi ripreso con altri personaggi per rendere visivamente il nucleo concettuale del cinema di Kiarostami: la linea a zig zag che, spostandosi da una parte all’altra, si ripete e passa da un polo all’altro. Come il bambino che cerca la casa del compagno di scuola per restituirgli il quaderno e lungo il cammino non fa altro che chiedere le stesse informazioni e passare per gli stessi luoghi. Come il regista protagonista di E la vita continua…, che, impersonando un doppio di Kiarostami, all’indomani del terremoto che ha colpito la zona dove era stato girato Dov’è la casa del mio amico? (Koker, nel nord dell’Iran), torna con il figlio negli stessi luoghi e si mette alla ricerca dei protagonisti di quel film. E infine, in...

Questioni di gender, questioni di etica?

Il dibattito piuttosto triste e banale che anima in questi ultimi tempi l’arengo delle questioni relative  all’identità sessuale e di genere ha – bipartisanamente – una caratteristica comune. Che scaturisca dalla parte più baciapile e ideologica di una certa chiesa cattolica o che venga dall’empireo del post-femminismo bagnato nelle acque queer, la parola etica abbonda e deborda. Sembra che non si possa parlare di queste faccende senza mettere in campo la morale. L’idea che gli omosessuali siano più etici degli eterosessuali, basandosi sul fatto che tra “eguali” c’è più equità farebbe rizzare le carni ad Aristotele. Nell’Etica a Nicomaco il nostro si spende ampiamente per dimostrare che l’amicizia perfetta non è quella tra eguali e che ci possono essere molte altre forme di amicizia che presuppongono la differenza. Quello che il nostro però non sopporterebbe è la riduzione dell’etica a morale che “prescrive” e giudica”. Altrove – ma evidentemente in Italia è inutile scrivere libri sul gender – su Modi bruschi. Antropologia del maschio (Elèuthera) e Il punto G dell’uomo (Nottetempo) ho detto, a partire dall’esperienza che le discipline antropologiche con la vasta gamma di...

Scelta di un mestiere

Le nostre riviste femminili comportano sempre una Direzione della Coscienza. La Fanciulla viene considerata al contempo come la più disponibile tra gli Oggetti e la più fragile delle Anime; così, la vestono e la indottrinano, le suggeriscono contemporaneamente vestiti e principi; da una parte la correzione dei comportamenti, dall’altra il tailleur primaverile: con una felice divisione dei compiti, la toilette permette di sedurre l’uomo, mentre la Legge aiuta a proteggersi da lui.   La Direzione della Coscienza è quindi una rubrica essenzialmente difensiva; senza dubbio, certe riviste di stile emancipato (“Elle”) sanno mescolare tattiche di riserva e di espansione, poiché affermare la Donna significa al tempo stesso liberarla e fissarla nella sua essenza femminile. Ma per altre riviste, che sono la stragrande maggioranza delle pubblicazioni lette dai francesi, la Direzione della Coscienza è molto chiaramente una tecnica di immobilizzazione: si tratta di ricondurre la Donna alla sua vocazione: il focolare.   Tuttavia, siamo nel mondo moderno: e le Donne, in esso, possiedono sempre più spesso un...

La fine del dandismo

Per molti secoli, ci sono stati tanti vestiti quante classi sociali. Ogni rango aveva il suo abito, e non c’era alcun imbarazzo nel considerare il modo di vestire come un vero e proprio segno, dato che la disparità di stato sociale era considerata naturale. Da una parte, il vestito era sottoposto a un codice assolutamente convenzionale ma, d’altra parte, questo codice rinviava a un ordine naturale o, meglio ancora, divino. Cambiarsi d’abito significava cambiare al tempo stesso modo d’essere e classe sociale: l’uno e l’altra si confondevano. Nelle commedie di Marivaux, per esempio, il gioco dell’amore coincide al contempo con il quiproquo delle identità, con il mutamento delle condizioni sociali e con lo scambio dei vestiti. Esisteva dunque una vera e propria grammatica del vestito, che non poteva essere trasgredita senza minacciare, non soltanto alcune convenzioni del gusto, ma soprattutto un ordine profondo del mondo: quanti intrighi, quante peripezie della nostra letteratura classica si basano sul carattere francamente segnaletico del vestito!   Sappiamo che subito dopo la Rivoluzione il vestito maschile è...

Marco Peano. Chiari lutti

Una donna torna a casa per morire. Questo è l'inizio de L'invenzione della madre, romanzo d'esordio di Marco Peano (minimum fax 2015). La donna è malata di cancro in varie forme da nove anni, le metastasi inarrestabili hanno raggiunto il cervello: la sua unica sorte possibile – anche se lei non lo sa, perché gli altri scelgono di recitare la finzione di un qualche tipo di sviluppo improbabile – è aspettare in un letto. E l'unico movimento del romanzo sarà il disfacimento del corpo, l'unico tempo quello statico e totalitario della malattia. La narrazione distrugge la stessa idea di viaggio, di percorso: la donna si disintegra lentamente, suo figlio ventiseienne non cresce, la provincia abulica in cui i personaggi stanno e sono sempre stati permane uguale a se stessa, un paesaggio di niente.   Il corpo – quel corpo – è il vero centro narrativo del racconto e insieme la voragine mefitica che tutto inghiotte. Con precisione implacabile, l'autore scandisce i dettagli della rovina: l'incontinenza, e il balletto rituale di marito e figlio della donna intorno al cambio di pannolone, la...

Perché sono vegana

Alla Pinacoteca di Brera mi soffermo davanti a due quadri di Vincenzo Campi. Cucina, una sala piena di rumore e di confusione, di mani intente a squartare, sviscerare, infilzare polli su uno spiedo, altre mani che tagliano un bue appeso in fondo alla stanza, una vecchia seduta per terra, un gatto e un cane che litigano per un pezzo di carne, donne che discutono vivacemente mentre stendono la pasta. Un tavolo in lontananza assomiglia a un letto di defunto. La smorfia nei visi degli uomini, nervosi e arrabbiati, tutto è cupo, chiuso, nero di fuliggine. Il quadro successivo emana tutt’altro, rapisce per la luce e per i colori, per il suo silenzio gentile. La fruttivendola dallo sguardo sereno mostra la sua raccolta varia e abbondante, di tutte le stagioni: ciliege, zucca, asparagi, pere, uva, fichi, carciofi, e rose tra i fagioli. Il ruscello dietro di lei porta a una mattina appena nata; in mezzo alle nuvole, il sole, gli alberi, le colline e una chiesetta. Al museo, vi sono altre due sue nature morte e sono anch'esse molto scure rispetto al quadro delle verdure. Non è casuale la scelta cromatica per le scene all'interno della cucina, e per tutte quelle...

Uccideresti l'uomo grasso?

Questa domanda, inquietante e paradossale, è il titolo di un saggio di filosofia morale, che l'arguzia e il talento letterario del suo autore rendono avvincente e ironico pur nella sua indubbia solidità. Un felice connubio di serietà e piacevolezza, chiaramente espresso nel titolo completo del suo sottotitolo: Uccideresti l'uomo grasso? Il dilemma etico del male minore. Edito da Raffaello Cortina, è opera di David Edmonds, professore di etica pratica all'Università di Oxford, ma anche brillante divulgatore scientifico e ottimo scrittore, capace di divertirsi e divertire nel rendere semplici questioni difficili, mostrando quanto spesso ci troviamo ad affrontare, nella vita concreta, problemi che di primo acchito sembrerebbero squisitamente teorici. Oltre ad avere scritto diversi libri, Edmonds ha realizzato, insieme al collega Nigel Warburton, studioso di estetica ed etica applicata, un podcast, Philosophy Bites, più volte premiato dalla BBC, in cui sono affrontate diverse tematiche attinenti all'etica e alle considerazioni che, consciamente o meno, facciamo ogniqualvolta compiamo scelte che abbiano una valenza morale. Nella...

Cosa ha risposto Bernbach

Una pubblicità non esiste. Esistono i diversi modi di pensarla e produrla. Così come non esiste un giornalismo, un design, un cinema, un fumetto, una tv. Anche nell'oceano del linguaggio pubblicitario, come negli altri linguaggi della modernità, ci sono autori, stili, scuole nazionali e capolavori così come naturalmente orrori, servilismi e cialtronerie di ogni sorta. Finché quest’opera di discernimento non sarà condivisa, un dialogo tra chi parla di pubblicità in toto e chi invece ne pensa e produce una in particolare potrà generare scintille.   Un esempio classico è il testo del 1962 che presentiamo qui in prima traduzione italiana: uno scontro tra lo storico e filosofo Arnold Toynbee, schierato su posizioni d'integrale condanna del fenomeno pubblicitario, e quel William "Bill" Bernbach (1911-1982) al quale questo blog è dedicato, forse il più grande autore dell'advertising moderno, di certo il primo a separarlo dal capitalismo e farne un'esplicita risorsa democratica.   Per Toynbee, del quale Ratzinger amava citare le analisi sulla crisi dell'occidente...

Michele Mari, l’idiosincratico

Abbiamo lasciato Michele Mari con un testo a più voci sui Pink Floyd, prima con una raccolta di poesia; ora ecco dei racconti (Fantasmagonia, Einaidi 2012) a dimostrazione di un’assoluta libertà creativa nel vasto mare della letteratura italiana dove da qualche tempo si osservano viceversa grossi banchi di scrittori in movimento. Lo spazio del visibile è stato via via occupato dallo splatter e dal noir, dalla storia nazionale romanzata e dall’autofiction; movimenti spontanei che rispondono allo spirito dei tempi o imitazione istantanea di potenti modelli da parte di epigoni, oppure ancora gonfiori dovuti ad impulsi meramente editoriali. A fronte di tali addensamenti sull’asse dei generi e della maniere, ci piace contrapporre l’idea dello scrittore idiosincratico.   Idiosincrasia significa intolleranza organica per cibi o medicinali, ed è proprio l’aspetto corporale che va sottolineato perché il più immediato, irriflesso e non costruito. Una reazione incoercibile a ciò che ci circonda, scatti eminentemente soggettivi, cosicché quanto vi è di più strutturale sembra nascere...

Il frutto proibito: fico o mela?

Di norma il sottotitolo viene dato ad un libro per chiarirne il contenuto. Nel caso di questo saggio, che esce postumo a cura di Sandro Gerbi, il titolo è chiaro e il sottotitolo è oscuro. Tutti sappiamo, infatti, che per molto tempo il peccato di Adamo ed Eva, origine o frutto del peccato originale che ci condanna tutti alla mortalità, fu considerato un peccato sessuale: concupiscenza, lussuria, fretta nel consumare le nozze, consumazione delle stesse provando piacere anziché indifferenza, e così via, attraverso i secoli.   Quasi nessuno sa, invece, cos’è l’ipotesi di Beverland e Gerbi, con chiarezza e attraverso una vasta carrellata nella storia del pensiero che, come è prevedibile dato l’argomento, ha non di rado momenti piuttosto comici – come quando ad esempio riferisce la spiegazione serissima fornita da uno studioso per dire come mai, consumato l’atto vicino a un melo, i nostri progenitori scelsero invece foglie di fico, rinfrescanti e umettanti, per coprirsi i genitali; o quando, si chiede “dietro quale albero era nascosto il cardinal Caetani per aver visto così bene tutte queste cose” – ci spiega che essa è per l’appunto l’ipotesi che “il frutto proibito di Dio ad...