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Le parole del Novecento / 1930-1940

Continua il nostro speciale Le parole del Novecento, organizzato in collaborazione con il Museo del 900 di Milano e con Storyville – che ha ideato e prodotto l’iniziativa.   Per un giovedì al mese, alle ore 19, nella Sala Fontana del Museo del 900, si potrà partecipare al ciclo di incontri intitolato 5x10 e dedicato all’approfondimento della storia, non solo dell’arte, di ogni singolo decennio del ventesimo secolo.   Cinque parole per raccontare un decennio è un gioco che facciamo con studiosi ed esperti che raccontano al pubblico del Museo e di doppiozero le parole che, secondo ognuno di loro, hanno caratterizzato i decenni del Novecento. Ogni studioso ci racconta un decennio del secolo, una volta al mese, per dieci volte.   Pubblichiamo qui i video del quarto incontro, condotto da Luca Scarlini. A voi lettori il divertimento di interpretare le cinque parole scelte, di trovarne di nuove, di confutarle: spazio libero ai commenti.                

Space of confidence

Devo ringraziare Rawan Sharaf, direttrice di Palestinian Art Court ad Al Quds (Gerusalemme), per avermi ispirato il titolo di questo dispaccio. Penso racchiuda buona parte della ricerca che sto compiendo individualmente come progettista-trasformatore e insieme al gruppo di Campus in Camps. Rawan parla di space of confidence riferendosi al lavoro di engagement (coinvolgimento) che sta compiendo con abitanti e commercianti della strada dove ha sede la Fondazione da lei diretta, nel tentativo di costruire possibilità relazionali nel quartiere per ri-acquistare una reciproca e costruttiva confidenza sociale, indebolita dall’occupazione in corso.   Senza dilungarmi oltre sui dettagli di tale iniziativa, ritorno velocemente al nostro spazio di confidenza. Un commento di Fiorenza Menni da Bologna mi fa ripensare al logo e agli arredi, appena realizzati e montati, come ad applicazioni del pensiero e non a un mero “prodotto”. Semplici, economici e rapidi da realizzare, gli elementi d’arredo organizzano l’ambiente in modo flessibile nell’uso e colorato nell’atmosfera. A dominare sono le cromie, distanti dalla formalità...

Le parole del Novecento / 1920-1930

Continua il nostro speciale Le parole del Novecento, organizzato in collaborazione con il Museo del 900 di Milano e con Storyville – che ha ideato e prodotto l’iniziativa.   Per un giovedì al mese, alle ore 19, nella Sala Fontana del Museo del 900, si potrà partecipare al ciclo di incontri intitolato 5x10 e dedicato all’approfondimento della storia, non solo dell’arte, di ogni singolo decennio del ventesimo secolo.   Cinque parole per raccontare un decennio è un gioco che facciamo con studiosi ed esperti che raccontano al pubblico del Museo e di doppiozero le parole che, secondo ognuno di loro, hanno caratterizzato i decenni del Novecento. Ogni studioso ci racconta un decennio del secolo, una volta al mese, per dieci volte.   Pubblichiamo qui i video del terzo incontro, condotto da Nicole Janigro. A voi lettori il divertimento di interpretare le cinque parole scelte, di trovarne di nuove, di confutarle: spazio libero ai commenti.          

Ubulibri

Questa voce potrebbe anche chiamarsi Patalogo o Franco Quadri. Ma piuttosto che intitolarsi al critico scomparso il 26 marzo del 2011, questa voce richiama la sua principale impresa teatrale, l’invenzione di una casa editrice che ha seguito e stimolato lo svolgersi della scena, usando come braccio “armato” quel capolavoro di critica in movimento che è stato l’annuario del teatro fondato nel 1979, un “catalogo” con la p della patafisica, la scienza delle soluzioni dettate dall’immaginazione inventata da Alfred Jarry, il padre del grottesco re Ubu.   La casa editrice apre i battenti nel 1977. Il primo Patalogo racconta la stagione 1977-78. Siamo nel pieno degli anni settanta, ma anche sulla china del loro esaurimento, alla svolta di un periodo preciso della nostra storia, tra il marzo bolognese e l’assassinio di Aldo Moro. Stiamo avanzando verso gli anni detti di piombo (o di eroina), verso le febbri del sabato sera, verso la riscoperta del privato (il motto “il personale è politico” coniugato a “tutto fa spettacolo”): stiamo saltando, insomma, nel postmoderno (nella coscienza del...

Roberto Faenza. Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile

In un Bildungsroman che si rispetti – come lo sono Someday this pain will be useful to you di Peter Cameron e la sua versione cinematografica, che adesso arriva nelle sale, di Roberto Faenza – bisogna diventar scemi. Così James/Holden, il ragazzino protagonista di questa storia d’apprendistato, è colto, sensibilissimo, ne sa d’arte contemporanea e di letteratura mondiale, ed è straordinariamente intelligente. Imparerà a stare nel mondo filisteo degli adulti, a saper vivere, ossia, appunto, a farsi un po’ stupido. Riuscirà a mettere da parte molta della sua irritazione nei confronti degli altri, soprattutto dei suoi coetanei, proverà a dare una giustificazione alle banali follie autodistruttive dei genitori e della sorella, capirà che deve proseguire i suoi studi immergendosi in un qualche maleodorante college universitario.     Su una cosa, però, sembra non cedere le armi: sulla sua concezione del linguaggio, che è e resta sino alla fine un po’ ingenua. Rigorosissima quanto a precisione comunicativa e chiarezza semantica, particolarmente esigente nell’...

Michele Mari, l’idiosincratico

Abbiamo lasciato Michele Mari con un testo a più voci sui Pink Floyd, prima con una raccolta di poesia; ora ecco dei racconti (Fantasmagonia, Einaidi 2012) a dimostrazione di un’assoluta libertà creativa nel vasto mare della letteratura italiana dove da qualche tempo si osservano viceversa grossi banchi di scrittori in movimento. Lo spazio del visibile è stato via via occupato dallo splatter e dal noir, dalla storia nazionale romanzata e dall’autofiction; movimenti spontanei che rispondono allo spirito dei tempi o imitazione istantanea di potenti modelli da parte di epigoni, oppure ancora gonfiori dovuti ad impulsi meramente editoriali. A fronte di tali addensamenti sull’asse dei generi e della maniere, ci piace contrapporre l’idea dello scrittore idiosincratico.   Idiosincrasia significa intolleranza organica per cibi o medicinali, ed è proprio l’aspetto corporale che va sottolineato perché il più immediato, irriflesso e non costruito. Una reazione incoercibile a ciò che ci circonda, scatti eminentemente soggettivi, cosicché quanto vi è di più strutturale sembra nascere...

Uwe Pörksen. Parole di plastica

La prima domanda che ci si si pone, leggendo questo saggio di Pörksen, pubblicato ora in edizione italiana dall’editore Textus, ma scritto nel 1988, quando ancora esisteva il muro di Berlino, è come possa un pamphlet sulle degenerazioni della lingua del proprio tempo conservare un potere diagnostico e addirittura un valore predittivo tanto efficaci da sembrare scritto oggi. Se da allora il mondo è radicalmente cambiato non sono forse anche cambiate le parole che lo esprimono? La ragione della sorprendente attualità di questo libro sta nell’individuazione di un processo che ha avuto inizio con l’avvento della Modernità, ha interessato in forme diverse l’Ottocento e il Novecento ed è destinato a dispiegare i suoi effetti peggiori nei decenni a venire. Un processo che potremmo chiamare di lenta e perdurante disumanizzazione, dovuto alla perdita della ricchezza delle relazioni umane, che da sempre si riflettono nella varietà semantica delle parole della lingua discorsiva. Un impoverimento che ha avuto inizio con la nascita degli stati nazionali, che “sfoltiscono le lingue” e che si rivelano come...

Domenico Starnone. L’autobiografia erotica di Aristide Gambìa

Aprendo una pagina a caso del nuovo romanzo di Domenico Starnone, pubblicato da Einaudi (p. 460, E 20), con una copertina di rara eleganza, ci sono buone probabilità di imbattersi in parole oscene, in descrizioni puntuali che disegnano il sesso senza troppe concessioni al linguaggio metaforico o soltanto allusivo. Si tratta dunque di un libro pornografico? No, se per pornografia intendiamo uno scrivere finalizzato unicamente alla produzione di uno stato di eccitazione sessuale attraverso un’esibizione che nulla lascia alla fantasia e all’ambiguità. Ambiguità che è invece la chiave per comprendere questo romanzo, la cui struttura, che crea cornici e confini incerti, permette al racconto di procedere su più binari, architettati ad arte perché gli eventi scorrano paralleli alla loro critica, in uno sdoppiarsi di prospettive e punti di vista che consente la messa a tema, nel testo, delle scelte stesse del romanzo (in primis lessicali).   L’autobiografia erotica di Aristide Gambìa, questo il nome del protagonista, editore di libri scolastici di discreto successo, si propone di raccontare la vita di un uomo...

Melodie nostalgiche

“La nostalgia propria degli Svizzeri, la quale li coglie quand’essi sono sospinti in altri paesi, è l’effetto dell’aspirazione, suscitata dal ritorno delle immagini della serenità e delle compagnie giovanili, verso quei luoghi, ove essi godevano le gioie semplici della vita; ma essi poi, dopo una visita a quei luoghi, si trovano molto delusi nella loro aspettativa, e così anche guariti; ritengono che ciò sia perché colà tutto si è profondamente alterato, ma in verità è perché non vi ritrovano più la propria giovinezza” (Kant, Antropologia pragmatica, 1798).   Dolore del ritorno. Nelle aree malfamate di Montevideo e Buenos Aires si parlava il lunfardo, che ora è entrato nella conversazione ordinaria. Non è una vera e propria lingua, benché esistano dizionari di lunfardo, si tratta piuttosto di un gergo, parte integrante del castigliano. Emerge dalle parole dei migranti di allora, italiani, portoghesi, ebrei, turchi, greci. Parole distorte, cha assumono significazioni diverse, mai completamente differenti. Marcano il fenomeno della nostalgia,...

La danza di Woyzeck nel vuoto

Woyzeck danzato, cantato, recitato. Il Balletto Civile di Michela Lucenti presenta Woyzeck - ricavato dal vuoto nell’ambito del glorioso Teatro Festival di Parma, una rassegna che in anni di minori tagli e di maggiori slanci portò in Italia mostri sacri della scena europea come Bernhard Minetti, Peter Stein e Eimuntas Nekrosius. Lo spettacolo, come gli altri di questa compagnia, usa la danza come scandaglio dell’esistenza e della società, lanciando il corpo a esplorare l’oscurità, aiutandosi con il canto per non perdersi, con la parola per provare a capire.     Il personaggio principale di questo testo frammentario e incompiuto scritto nel 1836 da Georg Büchner, giovane scienziato e rivoluzionario, è stato la bandiera di varie avanguardie. Maurizio Camilli lo indossa totalmente, rendendolo un giovane Cristo di bell’aspetto portato al supplizio, con poco del soldato di truppa vessato di certa iconografia post-espressionista. Diventa eroe sacrificale in un mondo alla deriva, fatto di consumo e solitudine, dove i persecutori – il dottore che lo usa come cavia, il capitano che lo rimprovera di assenza...

Zio custu’ / Zia custuna

Dialetto bresciano. Persona chiamata zio/a ma con cui non si ha in realtà alcun legame di sangue.   Giuliana Desenzani

Boiasa

Dialetto bresciano. Grande escremento di mucche, che si trova regolarmente nei prati dove pascolano e che è meglio non calpestare..   Giuliana Desenzani

Tascio

Tascio, [ta·scìo] agg. Si dice di soluzione estetica ricercata e spesso appariscente che dimostra un gusto dubbio: la giacca che aveva al matrimonio era di un tessuto leggermente lucido, tascio che non ti dico... A prevalere, tuttavia, non è il gusto ma la volontà di farsi notare: Da dove proviene questa musica così ad alto volume? Sono i tasci che passano con l'automobile e la radio a tutto volume; Lo so, è un poco tascio, ma mi piace. Anche di persona sboccata, o dalle movenze poco educate: Ma guarda che tascio quello! La categoria estetica cui fa riferimento, insomma, è quella dell’eccesso, come d’altronde il concetto di sublime. Non a caso gran parte del Romanticismo, soprattutto in pittura, finisce per essere un poco tascio.   Dario Mangano

Tart’vagghie

Dialetto barese. Donna ciarliera, pettegola e maldicente. Viene raffigurata con fisico basso e tarchiato.   Rosanna Saliani

Ven scia’ che te duperi

Dialetto comasco di lago (lagheè) e brianzolo. È una frasetta non proprio casta, che ritaglia però molto bene (in negativo) la figura del marito/padrone/zoticone, e il maschilismo in genere. “Ven scia’ che te duperi”. Traduzione: vieni qui che ti adopero ( in senso sessuale, ovviamente). Emma Bianucci

Lippo

Dal greco lipos, è voce siciliana che fa riferimento specifico alla scivolosità di scogli, piscine, grotte e altri ambienti equorei. Sul lippo, fatto di muschi, umidore, alghette, blob, si scivola con facilità e con altrettanta facilità si va incontro a poderose craniate, ma non è questa sua proprietà ad averci colpito, quanto il fatto che il siculo LIPPO ha un sosia, o, a dir meglio, è il gemello segreto di un doppelganger riconosciuto, gallonato e vidimato dal Vocabolario Italiano. Un sosia che ha avuto una carriera completamente diversa: il lippo, in italiano, è la cisposità: il lippo nazionale, insomma, rappresenta le buone, vecchie caccole degli occhi. E ora che abbiamo riunito i due gemelli separati fin dalla nascita, forse possiamo capire perché gli italiani stanno camminando a occhi chiusi da più di quindici anni su di un sentiero scivolosissimo. È tutta colpa del lippo.     Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio

Pizocher

Dialetto valtellinese (Sondalo SO). Si usa per indicare una persona poco arguta, un po’ sciocca e ingenua.   Da non confondere con Pizocher , stessa parola, che può però indicare anche i veri pizzoccheri, che hanno forma diversa (tipo gnocchi irregolari) da quella del famoso primo piatto valtellinese. I più conosciuti pizzoccheri nel nostro dialetto si chiamano “taiadei”, dalla forma a tagliatella.  Laura Cenini

Impalze’

Dialetto romagnolo (Forlivese). Persona particolarmente stupida. Di Loris Sarti

Liscia

Parola dialettale del basso veronese, indica tutto il lavoro del bucato: lavaggio con acqua bollente e cenere, risciacquo nei fossi, asciugatura su corde stese sui prati. Si effettuava 2 o 3 volte all’anno.   Giulietta De Paoli

Parole da accumulare

L’appello di Ceronetti contro l’impoverimento lessicale fa venire voglia di aggavignarsi a quell’elenco che mescola la latrina con il pulpito, la lordura con l’Ente Supremo, il baccanale con il sudario. Non è solo questione di nostalgia. Quando nel 1977 Luigi Malerba scrive il suo catalogo di Parole abbandonate non compie una semplice operazione-malinconia, ma cerca di porre un argine alla sparizione del mondo contadino.   D’altra parte basta aprire un vocabolario della lingua italiana. Lettera A. Saltiamo le preposizioni e iniziamo a leggere in fila le prime parole. Nello Zingarelli 2012 incontriamo subito abacà: “Pianta rizomatosa tropicale delle Musacee da cui si ricava la canapa di Manila”. Viene da una voce della lingua tagal delle Filippine. La seconda, l’abaco, è una tavoletta simile al pallottoliere usata per eseguire le operazioni di matematica. La terza appartiene a tutti, ma abita solo il linguaggio dei filosofi: nella scolastica medievale si definiva abalietà la condizione di tutte le cose create, la cui esistenza dipende da un altro essere. Seguono: abarico (detto del punto in cui cessa l’attrazione gravitazionale delle Terra e inizia quella delle Luna), abasia (...

S’ciavarel

  Dialetto Romagnolo (Forlivese). Si dice di persona piccola e gracile con atteggiamenti da macho. di Loris Sarti

Burdarola

  Dialetto del Sannio. Donna che fa solo confusione.

Maniman

  Dialetto genovese. Vocabolo assolutamente caratteristico e altrettanto assolutamente intraducibile (con vaga approssimazione significa “non si sa mai che…”), è da molti considerato la definitiva incarnazione dell’atteggiamento (detto, per l’appunto “filosofia del maniman”) nei confronti dei casi della vita tipico del genovese: sempre attento al soldo, sempre occupato, in modo quasi paranoico, a “coprirsi le spalle”, a prevedere ogni possibile avversità e a non lasciar nulla al caso, “Perché maniman…”.

Snament

  Dialetto Romagnolo (Forlivese). Riferito ai bambini indica il loro giocare, rivolto ad adulti può descrivere l' intenzione di tenere un atteggiamento particolarmente scherzoso.   Di Loris Sarti