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(38 risultati)

Paesaggi politici / Antropocene, Mediterraneo e giardini

Sembra che a Pantelleria, definita dai dépliant turistici “la perla nera del Mediterraneo”, si trovi una versione in miniatura del paradiso terrestre. Rispetto a Lampedusa, che gli onori della cronaca ci rimandano – tristemente – come un territorio dove è agevole sbarcare, Pantelleria ha costoni scoscesi lungo quasi tutto il suo perimetro. Nelle lunghe settimane battute dal vento, ai mercanti di ossidiana che la frequentavano da millenni sarà parsa inavvicinabile o, se già lì, impossibile da lasciare. Seneca, il primo dei suoi visitatori illustri, ne parlava come di “deserta loca et asperrima”, e ancora nel Settecento il geologo Donald de Dolomieu (prima di dare il suo nome alle Dolomiti alpine) dovette rinunciare ad approdarvi a causa delle alte onde che da troppo tempo la circondavano. Così, fu usata a lungo come luogo di confino per criminali o prigionieri politici; ed è stato necessario l’arrivo di Gabriel García Márquez, che se ne innamorò inserendola in diversi suoi racconti, per invertire la tendenza e fare di quest’isola vulcanica, arida e, appunto, ventosissima un luogo cool e anticonformista, frequentato da tossici in cerca di pace, nudisti scapestrati e variegati...

Giuseppe Lupo e Alessandro Zaccuri / Scrittori e alberi

“Da sempre le piante esercitano una profondissima fascinazione sull’attività creativa degli scrittori. Con poche eccezioni, si potrebbe dire che ognuno di loro abbia legato a un albero, reale o immaginario, una parte spesso rilevante della sua opera”. Così è presentata la collana Bosco di scrittori, di Aboca Edizioni, fondata sul mandato assegnato agli autori di costruire e raccontare mondi narrativi a partire da una pianta totemica, da una suggestione botanica, dall’ammirazione per l’intelligenza vegetale e le sue “straordinarie qualità sistemiche”.   Così, a partire dall’etimo della parola libro, che rimanda al latino liber, la parte più cedevole e interna della corteccia degli alberi così come il greco byblos in origine designava la lamina fibrosa delle piante, gli scrittori sembrano inevitabilmente invischiati nella linfa che scorre negli alberi e le storie che vi crescono intorno ne conservano leggerezza, fibra e vigore. Gli alberi stilizzati che crescono sulle copertine sono metafore di radici affondate nella propria terra, di un restare che prende le forme della resilienza e della memoria, del germogliare e disperdere i propri fiori nel vento, spargendo un po’ di sé in...

Clorofilla / Anemoni, il soffio della primavera

Marzo: si vanga, si zappa, si sarchia, si rastrella, si pota, si pianta e trapianta, si semina, si concima, si netta il giardino. Si gioisce ad ogni germoglio, si tentano le gemme turgide, si esulta all’aprirsi della prima corolla. E si impreca per le ventate di tramontana, per le ultime infide gelate, per le benefiche pioggerelle, un tempo onomastiche del mese, che tardano ad arrivare o si sono trasformate in piogge monsoniche. Anche il bosco si rinnova. Da sé. Tra gli abiti leggeri che indossa per il risveglio ce n’è uno che par di mussola, o di seta in raffinata stampa devoré, direbbero i tessitori. Le latifoglie sonnecchiano, sognano il folto delle chiome; così, il tiepido sole giunge senza schermo alcuno al suolo, dove ancora cricchia al piede il secco dei rami e delle foglie.     È l’energia che serve agli anemoni (Anemoide nemorosa) per spuntare e drizzare i gracili steli. D’improvviso, da un giorno all’altro, il sottobosco si copre di un morbido drappo di foglie novelle e, nel gioco del chiaroscuro, si distinguono i contorni delle tre lamine al mezzo del caule, picciolate, pennate, incise, pubescenti. Su ciascuno di questi colletti verdi spicca una candida...

Aromi / Il mirto e il suo mito

Milano, zona Lazzaretto. Pacata festa in terrazza della buona borghesia meneghina. Un sentore di mirto mi prende e mi porta lontano, in un’isola mediterranea o lungo una costa del sud. Il disagio di trovarmi tra estranei si scioglie davanti alle fioriere lussureggianti dell’arbusto sacro alla dea dell’amore. Inattesa – a volte questi milanesi ci san fare con l’arredo green – quella macchia di mirto all’ultimo piano di un palazzo signorile fu un oggetto d’osservazione straniante a sufficienza da consentirmi una via di fuga verso pensieri e ambienti più confortevoli. Mi prese anche un poco d’invidia: quei gradi in più che il termometro registra nell’inquinato capoluogo lombardo consentono ciò che sul mio bricco è impresa improba.   Col mirto non ho avuto buona sorte, due tentativi di dimora in piena terra entrambi falliti: nemmeno i ripari l’hanno salvato dal freddo. Mi soccorre l’alloro – qui cresce florido, fin troppo – per un inverno odoroso e un verde ravvivante il nudo rameggio delle latifoglie. Non che l’uno valga l’altro, ma con serti d’alloro e di mirto nella Roma antica si cingevano le fronti vittoriose di eroi e poeti. Potrei, certo, accontentarmi anch’io di tenerlo...

Sono apparse in mezzo ai viburni/ le farfalle crepuscolari. / Viburni d’inverno

Buona la neve, perfetta la neve. Così la canta Zanzotto nella Beltà (La perfezione della neve). Ma.  Persino il poeta si chiedeva «che sarà del giardino»? E, ancora, se stessero bene i pini «tutti uscenti dalla neve»: «i pini come stanno, stanno bene?» (Sì, ancora la neve). Qui in collina, la gran nevicata di metà dicembre, più che per i miei pini neri sostegno delle rose Banksia, mi ha impensierito per come stessero gli arbusti che tendo a non potare un po’ per poetica giardinieresca, un po’ per negligenza. Danni, la neve, ne ha fatti, per lo più rimediabili. Eccetto che per il Loropetalo (Loropetalum chinense): me l’ha scalcagnato per bene e dovrò tagliarlo pressoché al piede: la prossima estate, niente rosa acceso tra le foglie brune. Temevo anche per il Viburno Tino (Viburnum tinus) che avevo lasciato libero di innalzarsi oltre i quattro metri e che la coltre bianca aveva reclinato fino a terra. Invece, il ragazzaccio s’è scrollato di dosso il pesante manto senza fare un plissé, ed erge di nuovo la sua densa chioma a celare l’angolo del compost. Una messa alla prova perfetta dell’etimo: pare derivi dal latino “viēre”, che vale “intrecciare”. D’altronde anche il nome...

Memoria dell'animale che siamo / La foresta addomesticata

L’immaginario della foresta sta cambiando. Fino a qualche anno fa, foresta evocava idee come wilderness, indicava una zona dove l’uomo non solo non è arrivato, ma non arriverà mai, era sinonimo dell’altro, di ciò che sta fuori dai limiti dello spazio che noi umani ci siamo ricavati nel mondo, si declinava dalla selva al selvatico, al selvaggio, era il nostro specchio animale, la parte nascosta, irriducibile, inconcepibile.   Poi qualcosa è successo: la cultura dell’Occidente ha scoperto le piante. Ha scoperto che non solo esistono, ma vedono, sentono, si organizzano, soprattutto sono vive e sono sempre state lì, seraficamente indifferenti alle classificazioni umane che almeno da Aristotele le mettevano all’ultimo posto nella graduatoria dei viventi. La plant blindness che ci ha afflitto per un paio di millenni si sta sgretolando e come per reazione, gli occhi si sono puntati su di loro. Gli occhi di tutti, anche di chi fino a quel momento mai si era sognato di considerarle e meno che mai di parlarne. Così negli ultimi due o tre anni, improvvisati paladini del regno vegetale sono spuntati come funghi, e non è un paragone casuale. Stiamo assistendo a un florilegio di libri,...

Sanguinello e callicarpa / Rosso e viola per il nuovo anno

Quest’anno il giardino s’è impegnato con maggior lena per le feste decembrine.  La camelia sasanqua dalle accese corolle basta a far Natale da sola. La neve dei giorni scorsi ne ha ridotto l’abbondante fioritura senza sgualcirla troppo. Il più discreto ciliegio d’inverno (Prunus subhirtella) si esibisce per il consueto inganno primaverile: sui rami spogli manciate di delicati, candidi capolini tremolano, penduli, nell’umidore della foschia. Il nespolo giapponese schiude i fiori sul feltro delle rigide pannocchie, e l’ardimentosa mahonia japonica irraggia i pennacchi gialli tra i pungoli delle lamine pennate. Il calicanto odora dai suoi calici di cera e gli ellebori hanno rialzato le testoline biancorosate ai piedi del castagno. Questi i fiori che si arrischiano impavidi sulla soglia dell’inverno. C’è però chi non ha bisogno di petali e sepali per salutare il nuovo anno.    Non so quale criterio mi abbia guidato nel mettere a dimora davanti alla legnaia alcuni cespi di sanguinello (Cornus sanguinea) e, poco lungi, altri di callicarpa (Callicarpa bodinieri giraldii): l’effetto è sorprendente e all’occhio s’impone il viola metallico delle bacche dell’esotica callicarpa...

Più miracoli in uno / L'ontano. L’albero degli zoccoli

Ho capito che era il compagno della vita quando liberò il giovane ontano nero dalla morsa d’edere e rovi. Giù, nella ripa incolta del fiume, il fusto e i primi rami già erano inghiottiti dai competitori, solo l’aerea cima ne rivelava la presenza.  Mi è caro l’ontano, o alno che dir si voglia (Alnus glutinosa), per la sua slanciata silhouette che si staglia lungo fossi e lame d’acqua. E perché è l’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, un film testimonianza di una cultura e di un mondo contadino scomparsi, da cui vengo anch’io. Mia madre indulgeva spesso nel ricordare nel nostro poco affabile dialetto quanto a lungo, da ragazzina, rompesse l’anima a suo padre prima di ottenere un paio nuovo di zoccoli (“supei”, con la sibilante aspirata).  Esposto all’aria il suo legno aranciato deperisce in fretta, ma in acqua si fa duro e roggio: pressoché immarcescibile. A Venezia ne sanno qualcosa.      Oltre, appunto, a zoccoli e secchi, la sua fibra atossica è buona anche per costruire giocattoli e altri oggetti d’uso quotidiano. La corteccia –  dapprima liscia e solcata da bianche lenticelle, poi fessurata da placche rugose – fornisce tannino per la...

Piante, salice, canna, bambù, paglia, terra / Architetture del dopo

Costruire con le piante, salice, canna, bambù, paglia, terra: è questo il sottotitolo dell’ultimo lavoro di Maurizio Corrado, architetto, studioso e docente universitario, creatore di iniziative culturali, uno dei massimi esperti italiani del rapporto tra mondo vegetale e architettura. Un sottotitolo che è una dichiarazione di intenti e che, ponendo il focus sui materiali da costruzione cosiddetti “verdi”, dà il segno di un approccio concreto volto al costruire e all’abitare, accentra l’attenzione sulla riscoperta di tecniche tradizionali.   Se ogni sottotitolo ha il compito e il merito di restringere gli spazi all’immaginazione, suggerendo la direzione che il titolo lascia incerta, questo forse non è del tutto vero per il testo di Corrado. Architetture del dopo (DeriveApprodi 2020) non si rivolge infatti soltanto a coloro che, all’interno di saperi di una specifica tèchne, sono interessati alla costruzione di spazi abitativi, alla loro funzionalità, alla loro estetica, alla loro cultura, all’architettura insomma, ma anche a un pubblico più vasto, a chiunque abbia interesse a comprendere, e a dare forma, a quello che diciamo quando parliamo di sostenibilità, ecologia, nuove...

Americana e/o canadese / Parthenocissus, vite vergine

Hanno tagliato al piede le grandi tuje oltre il confine, e ho dovuto punire la mia esuberante Armanda (Clematis armandii) colpevole d’aver scalato la cima di quella prossima al cancello. Conto si riprenda dal drastico ridimensionamento e s’accontenti di correre lungo la rete divisoria. Ora, dalla finestra della cucina ammiro la grigia parete dell’acquedotto comunale. Non proprio un bel vedere.  C’è però chi può fare al caso mio. Se il Partenocisso (Parthenocissus quinquefolia), che m’invade il giardino, fosse così servizievole da allungarsi fin là, troverebbe lo spazio a lui proprio e rimedierebbe, in breve tempo, alla tristezza cementizia che mi affligge. Spero non mi serbi rancore: troppe volte l’ho strappato da alberi e arbusti del giardino. Ancor meglio sarebbe se mi concedesse questo favore il Parthenocissus tricuspidata che, più fitto e composto, allinea sui lunghi piccioli le foglie a testa in giù e ammanta il vetusto muro di cinta del vicino palazzo nobiliare: simpatiche le più giovani e piccole, cuoriformi dai bordi lobati, mandate in avanscoperta.        Una certa confusione onomastica ha regnato tra i botanici – può ancor oggi capitare di...

In fiore tutto l'anno / Clematidi: fatele correre in orizzontale

Avere un giardino fiorito tutto l’anno è il desiderio di ogni giardiniere. Desiderio per nulla impossibile. Più ardita è l’idea di veder sbocciare di mese in mese il medesimo tipo di fiore. Sembra una scommessa persa in partenza, un’impresa alla Bouvard e Pécuchet. Ma no, anche i due strampalati eroi dell’ultimo romanzo di Flaubert sarebbero riusciti a metterla in pratica.  Basta aprire il Pizzetti (Enciclopedia dei Fiori e del giardino, Garzanti 1998) e seguire i consigli delle undici pagine dedicate alle clematidi (dal greco kléma, sarmento, viticcio) per scoprire che possiamo averle in fiore persino in gennaio, purché il nostro giardino goda di climi non estremi. Le si deve però conoscere, per ben coltivarle e saper scegliere tra le centinaia di specie e varietà quelle che fanno al caso nostro per declinare la cronologia dell’antesi.   Obietterete che anche i due personaggi flaubertiani compulsavano manuali e testi specialistici, e non per questo riuscivano nei loro progetti di coltivazione. Ma il Pizzetti è il Pizzetti, così chiaro, puntuale – con tanto di calendario delle antesi di specie e ibridi – da far sembrare tutto semplice. E noi non siamo due contabili...

La Castalda e le altre / Fiori: ombrellini e ombrelloni

Bianchi parasoli estivi, talora gialli; con il bel tempo le erbe della famiglia delle Apiaceae (dal lat. apium, sedano) aprono i loro ombrelli di trine. Annuali, biennali o perenni, ve n’è di tutte le dimensioni, esili o giganti, leggere o vigorose. Le maggiori paiono dame ottocentesche a passeggio in merlettate toilettes, alla ricerca di refrigerio lungo strade di campagna o per viottoli ombrosi; le piccole si radunano a frotte come ragazzine ciarliere sui cigli di fossi e prati.    Angelica Il clan è numerosissimo. Ne fanno parte erbe aromatiche e altre che, selezionate, coltiviamo come ortaggi: anice, aneto, cumino, cerfoglio, prezzemolo, sedano, carota, finocchio hanno i loro archetipi in essenze spontanee. Alcune sono note per le loro proprietà officinali, quali l’Angelica (Angelica sylvestris), o perché micidiali come la cicuta (Conium maculatum).    Angelica Nell’estetica giardiniera, si sa, i pennacchi piumosi del finocchietto selvatico, con i loro ombrellini giallo lime, ammorbidiscono le rigide verticalità di Echinacee e Verbene bonariensis. Ma non mi dispiace quando qualche parasole ficcanaso, dal bosco adiacente, si intrufola nel giardino....

Fritillaria meleagris

Non invidio molto agli inglesi. Ma per un prato di fritillarie (Fritillaria meleagris) sarei disposta a vendere l’anima. La prima volta fu lungo la ripa di un fosso del Magdalene College di Oxford: me ne innamorai perdutamente. Poi, quasi svenni alla primaverile visione degli ampi campi di Kew Gardens punteggiati di vinaccia. Dev’essere il mio gusto floreale, il quid di campestre che ancora alberga in me a farmi illanguidire di fronte a questa umile liliacea così rara da noi (la si trova solo nelle Alpi occidentali) e così generosa con Albione da parere comune e persino trascurabile agli occhi dei suoi abitanti.  Le fritillarie – badate bene: le meleagris e non le imperialis, varietà sontuosa assurta agli onori persino di un dipinto di Van Gogh – sono per me altrettanto desiderabili delle allegre blue bells (Hyacinthoides non scripta) che, con quelle, oltre Manica fioriscono in contemporanea e ammantano d’azzurro il sottobosco con la medesima prestanza propagatrice.    Dopo qualche fallimento e con molta tenacia, sono riuscita a trovare un angolo fresco del giardino dove una sparuta pattuglia di queste insolite campanule pare cavarsela discretamente. Nulla al...

Solitudini / Piante da interni

In tempi di corona virus, tra le questioni poste dai cittadini al sindaco del paese c’è quella di chi vorrebbe sapere se è possibile recarsi nella seconda casa per abbeverare le piante. Non si può. Certo, non vale per questo mettere a rischio la propria vita, ma mi consola il fatto che le persone pensino anche alle loro piante lontane.  Non sono mai stata brava con quelle da interni, se non con la Sansevieria (bella la cylindrica) e qualche cactus. Ma ficus (Ficus elastica o benjamina), dracena (Dracaena marginata o fragrans), kentia (Howeria fosteriana o belmoreana) e croton (Codiaeum variegata) con me hanno patito assai. Ho preso atto della mia insipienza senza drammi; d’altronde godo di un giardino e di un portico chiuso dove riparare i vasi d’inverno. Capisco però che a chi abita in appartamento, senza il bene di un balcone o di un’aiuola, faccia piacere avere la compagnia di un po’ di verde: distende i nervi e ripulisce l’aria.  Della domiciliazione coatta almeno le piante di casa saranno contente, ora che hanno tutti i componenti della famiglia da osservare per l’intero giorno. Riceveranno – si spera – le attenzioni che meritano. All’ultimo malcapitato esemplare di...

Portamento / Cedro del Libano

La domanda li sorprende sempre: «che alberi sono quelli di Piazza Ateneo Nuovo?». È un piccolo test che talora pongo agli studenti del mio corso di letteratura italiana contemporanea sul loro grado di curiosità e di attenzione a un elemento costante nella loro vita quotidiana. Di solito tirano a indovinare, e non ci azzeccano mai. Una volta una studentessa, forse per spiritosaggine, rispose: albicocchi. Eppure, passano sotto quegli aceri in tutte le stagioni dell’anno, si siedono sulle panchine sotto le loro chiome. Non sanno rispondere nemmeno se chiedo loro che alberi hanno in giardino o quali si vedono dalla finestra di casa. Al più, sono genericamente alberi, e tanto basta. Se pure ne conoscono il nome, non sanno ritrarli. Semplicemente: non li vedono, non sono presenze significative, non esistono.   Non che pretenda una precisione botanica, spero solo che ricordino almeno la forma o il margine delle foglie, che abbiano ammirato i fiori o badato ai semi... Allora leggo loro un passo letterario dove la descrizione di un elemento naturale e l’attenzione al dettaglio si fa rivelazione, oltre che lezione di stile.  Dico degli alberi, ma mostrano un atteggiamento simile...

La nazione delle piante / Angela Borghesi, La camelia

Durante le vacanze, nell’ora della siesta, Fermina Daza appare nel cortile di casa seduta sotto i mandorli, accanto alla zia, entrambe ricamano. Un giorno di gennaio, entrata la zia in casa, Fermina si ritrova fuori da sola; allora Florentino Ariza, frastornato dal sole e dal desiderio, può consegnarle il biglietto in cui le promette ciò che vi è di più raro: l’amore imperituro.  È difficile dare in pegno il tempo in una terra in cui il caldo fa marcire ogni cosa rapidamente, tuttavia è ben noto come il tenace protagonista de L’amore ai tempi del colera riesca nel suo intento.    Siamo nella seconda metà dell’Ottocento in una città immaginaria del Caribe colombiano. Florentino Ariza è un giovane richiesto, balla la musica alla moda, suona il violino, sa recitare a comando le poesie d’amore, è elegante, dall’aspetto malinconico ma non trascurato. Il suo mucido sentimentalismo è preso di mira dalla voce narrante, ma, al contempo, la sostanza verbale di cui è fatta quest’ultima si nutre dell’inscalfibile dandismo del personaggio, lasciando sulla pagina mirabolanti esempi di un poeticizzare gioioso attraverso il linguaggio comune, mentre opera un abbassamento della...

Folte fronde e legno duro / Carpino, un albero charmant

I francesi lo chiamano Charme, e di fascino il carpino ne ha da vendere. Bianco o nero per me pari son: il Carpinus betulus (carpino bianco o comune) e l’Ostrya carpinifolia (carpino nero o carpinella), ordine Fagales, famiglia Corylaceae, la stessa dei noccioli. Belli entrambi, specie nei giorni d’inizio autunno quando le foglie dalla cima, e gradualmente giù giù fino alle falde inferiori, cominciano a virare nel giallo, e il verde piglia quella sfumatura olivastra così inconfondibile. Confesso: ho un debole per questi alberi in questo preciso momento dell’anno. Sarà perché il mio moroso ha gli occhi proprio di quel colore lì, sarà perché uno (bianco) mi è capitato in giardino e l’ho tirato su aiutandolo a destreggiarsi col grande, vecchio e competitivo castagno che lo costringe in postura assai scomoda. Sarà perché c’è pure il Carpinus betulus pyramidalis, dall’armonica forma a cono ramificata fin dalla base che, in duplice filare, più di altri alberi mi conquista: la mia passione per i cimiteri m’induce a suggerire di adottarlo al posto dei cipressi, come nel camposanto di Rivarolo Mantovano dov’è sepolto il grande Gorni Kramer. Creano un’atmosfera più pacificata, più domestica...

Una conversazione con Emanuele Coccia / La vita delle piante. Metafisica della mescolanza

La parola per mondo è foresta. Intervista con Emanuele Coccia   Nous, les arbres (Noi, gli alberi): è questo il titolo programmatico della mostra che Bruce Albert, Hervé Chandès e Isabelle Gaudefroy hanno curato alla Fondation Cartier di Parigi, visitabile fino al 5 gennaio 2020. Ed è questa l’occasione più propizia che potessi immaginare per intrattenermi con Emanuele Coccia, professore all’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi e autore di un libro essenziale quale La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, uscito nel 2016 in francese e tradotto in italiano nel 2018 da Il Mulino. Il passaggio dalla zoologia alla botanica, la ridefinizione del vivente, la foresta come modello politico, l’intelligenza e l’estetica vegetale, i limiti dell’ecologia politica, la nozione di natura contemporanea: tanti i temi toccati nel corso di questa conversazione, al di là degli steccati disciplinari, che Emanuele Coccia ci esorta ad abbattere. Il suo pensiero sulle foglie, le radici e i fiori – per seguire la tripartizione di La vita delle piante – c’induce infine a ripensare le arti visive, oggi molto sensibili e ricettive a una radicale ridistribuzione del vivente....

La coscienza senza cervello / Nella mente delle piante

Il barone rampante è tornato. Questa volta è apparso su di un platano del boulevard Saint-Germain di Parigi, vicino al Ministero della Transizione ecologica, si fa chiamare Thomas Breil e protesta contro l’abbattimento di 25 alberi a Condom, nel Gers. Dopo secoli in cui di Cosimo Piovasco di Rondò si erano perse le tracce, negli ultimi anni è stato avvistato in diversi punti del globo e con nomi diversi, Miranda Gibson su di un eucalipto in Tasmania, Julia Butterfly Hill su una sequoia in California, ma sempre con lo stesso intento: far capire al mondo non solo che le piante sono esseri viventi, ma che sono le uniche che potrebbero aiutarci a non estinguerci miseramente. Quel piccolo meraviglioso trattato di botanica allegra scritto da Calvino nel 1957, molto doveva alla madre di Italo, Eva Mameli Calvino, botanica e naturalista che a lui e all’altro figlio Floriano, poi divenuto geologo, aveva trasmesso la passione e il rispetto per le meraviglie della natura.    Viviamo in tempi in cui i campanelli di allarme non si sentono più perché hanno finito di suonare già da un pezzo, siamo passati alle sirene che urlano che il tempo è scaduto e nel comprensibile panico che...

I settembrini / Gli astri di Virgilio

Vaporosi nuvoli velano i giardini d’autunno: trascolorano dai rosa ai cilestri, si sfrangiano nel bianco e nel porpora, nel violetto o nell’indaco, fin quasi ad esaurire tutte le sfumature del sereno, dall’alba al tramonto. Sono gli Astri Settembrini a dare alcune delle ultime pennellate di una tavolozza che tra poco tenderà ai bruni e ai grigi invernali. Nella gloriosa e innumere famiglia delle Compositae sono preziosi in questo scorcio d’anno quanto gli anemoni giapponesi, i crisantemi e le graminacee, con cui bene si accompagnano. Si tratta qui non delle varietà annuali, come il pur amabile Callistephus chinensis (alias Aster sinensis) dal grande fiore solitario, ma delle erbacee perenni, rizomatose, dai fusti eretti e ramificati, con foglie alterne, lanceolate, e brevi capolini florali le cui stelle, a seconda delle varietà, s’aprono in apice con un giro semplice, semidoppio (ma negli ibridi anche doppio o stradoppio) di ligule e un centro di fiori tubolosi gialli o aranciati.      Facili e di poche pretese, gli Aster sono una risorsa per chi non può occuparsi con costanza del verde di casa. Certo, prediligono la mezz’ombra, terreni freschi e leggeri, ma ben si...

Esplorare / Cose piante città e libri soprattutto

Non sapevo che libro fosse e ancora non so che libro sia, perché l’esplorazione del mondo non ha pareti e non esiste un testo unico capace di racchiudere quel cosmo che il bambino ha davanti. Perché a quei tempi le stelle e i fossili, i girini e le montagne sono tutt’uno con la sensazione di esserci e di appartenere a qualcosa di Grande, un assoluto che intimorisce e incuriosisce insieme. È tutto un saliscendi, prima che arrivino le divisioni in materie e l’imparare si spartisca in alti e bassi. In Fuori da noi. Cose piante città (Nuova Editrice Berti, 2019), Giovanna Zoboli raccoglie i risultati di questo sapere vissuto che non ha paura di procedere per associazioni libere, connessioni spregiudicate che hanno origine nella sua esperienza di bambina a cui riesce la magia di continuare a crescere con stupita meraviglia. In compagnia di un io che si lascia spiazzare. “Conoscere è riconoscere (…) di camminare lungo una linea in equilibrio fra l’essere me e tutto il resto”.   La Giovanna e sua sorella, di poco più grande, sono due boy scout fantasiose e avventurose, che vivono con la Luna e il Sole, il padre e la madre, sono circondate da molti altri colossi che sono poi gli...

Implacabile simmetria / Cactus

Sono stata paragonata a una pianta carnivora, per esser precisi a una Drosera; e uno spasimante respinto mi ha assimilato a un cactus. Ne sono tutt’ora lusingata. Che imparino i maschi, e stiano in guardia. Così, giusto per avvisare, per quest’estate mi son fatta una sottana con una tela palermitana, decorata di bellissimi e colorati Fichi d’India in fiore (Opuntia ficus indica). D’altronde, mi adeguo al cambiamento climatico anche nelle mie mises.      Come s’è alzata la linea della palma s’alzerà anche quella dei cactus che, dai vasi, collocheremo in piena terra. Non mi dispiacerebbe avere un angolo del giardino con crassule e euforbie, agavi e cactus pasciuti e contenti come solo ne ho visti nel nostro sud, specie in Sicilia: Opuntia con le pale (cladodi) incoronate dai frutti maturi, alti candelabri di Euphorbia eritrea ritti verso il cielo, glauche agavi americane con spade minacciose, rosette di Aeonium arboreum Schwarzkopf nere e lucide come onice.  Non per una questione di green political correctness, ma non mi piace l’espressione “piante grasse”, meglio dire succulente che è la categoria più onnicomprensiva, e rinvia alla comune morfologia dei tessuti...

Paulownia tomentosa, l’albero della Principessa

Le quattro di Place de Furstenberg, a Parigi, le più stuporose. In piena fioritura, paiono grandi candelabri lilla, che tendono i bracci fino ai piani alti dei fortunati edifici affacciati sull’isola tonda che le alberga. Più che una piazza, uno slargo in mezzo alla via omonima, un raccolto cortile pubblico assai charmant nell’area dell’antica abbazia di Saint Germain des Prés, scelto da Eugène Delacroix come sua ultima dimora, oggi casa-museo.  Ci capitai per caso un maggio di molti anni or sono, quando le quattro paulonie erano di eguale età e grandezza, e fu uno spettacolo da togliere il fiato. Ora, una sola delle originarie sopravvive, e l’asimmetria con le più giovani sostitute riduce l’effetto di magie étonnante. Chissà in Cina, da dove provengono, quali e quante venerabili sorelle offriranno vedute ancor più incantevoli.  La Paulownia tomentosa fu introdotta in Europa a inizio Ottocento dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, e così battezzata in omaggio ad Anna Pavlovna, figlia dello zar Paolo I, poi moglie di Guglielmo II dei Paesi Bassi. L’aggettivo se l’è guadagnato invece per la peluria che ricopre foglie racemi e frutti (se ne sarà adontata la...

Costruzioni alternative / L’oleandro elettrico e l’architettura vegetale

È toccato a un oleandro diventare il primo albero che produce energia elettrica. Messo a punto dal Centro di Micro-Bio Robotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Pontedera, il nuovo ibrido ha foglie artificiali che oscillando al vento interagiscono con quelle naturali, e con un processo di elettrificazione a contatto trasmettono la carica elettrica al resto della pianta. Basta collegare una specie di presa al tronco e il gioco è fatto. Da qui a immaginare foreste con prese che spuntano ovunque e miriadi di smartphone attaccati a succhiare energia anche dagli alberi è un attimo, come sognare di illuminare la propria casa con l’oleandro sul terrazzo o usare i parchi per rifornire di energia elettrica le città.    Hundertwasser, Termal Village Blumau, Styria, Austria, 1993. Foto Anja Fahrig. Da qualche decennio si è sviluppata una nuova attenzione nei confronti del mondo vegetale, sono fioriti, è il caso di dirlo, studi sulla sensibilità, sull’intelligenza, sulla struttura sociale delle piante che da una parte iniziano a dare risultati pratici e dall’altra pongono interrogativi nuovi sulla natura stessa della coscienza, tradizionalmente legata al cervello, organo...