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ricordo

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Il primo mascherone della fontana del Carmine

Il primo mascherone della fontana del Carmine era quello riservato alla squadra vincente, alla più forte del pomeriggio passato sul campetto in terra battuta a pochi metri di distanza. Perché è quello più vicino, con l’acqua che sgorga con dolcezza e regolarità; perché è sul lato sinistro, che ti permette di bere meglio, e perché non ti sporcavi le scarpette da calcio col fango sempre presente ai piedi di quello opposto.   Il rito del dissetarsi al termine di ore e ore passate sotto al sole su quel campo metà sabbia e metà erba, ottimo come pascolo, ma non per giocare a calcio (per noi era comunque un “erbetta” perfetta) non si dimentica facilmente. È il ricordo degli anni più spensierati. E mentre l’acqua ci ripagava del sudore disperso nel sempre presente polverone delle partite che finivano puntualmente a “coppia e rigori”, una sorta di compensazione calcistica che permetteva alla squadra perdente di salvare ai supplementari almeno l’onore; e mentre tu, sconfitto ancora una volta, rileggevi da grande stratega di calcio tutta la gara cercando...

Battaglie

Non sapevamo che venissero  dette “vedovelle” e non credo di aver mai fatto troppo caso a che l’acqua uscisse dal Drago (sempre smagliato, ingiallito dall’uso e che brillava come oro), ma una cosa la sapevamo bene, anzi due: che sul Piazzale Martini c’era una sola fontanella, così la chiamavamo, sul lato verso via Cicero Visconti, avamposto del territorio ostile e pericoloso  costituito dalla via Fausto Tommei e da Piazzale Insubria, e che non era prudente avvicinarsi quando i ragazzi più grandi la presidiavano con un piede appoggiato sulla piccola vasca, dimostrando così che la consideravano una proprietà loro e che se ne sarebbero andati forse mai. Ma quando, in certi torridi pomeriggi di tarda primavera o d’estate, vedevamo da lontano che era tutta a nostra disposizione, ci precipitavamo, la palla sotto il braccio, per rinfrescarci e bere a più non posso. C’erano tre modi di bere: il primo consisteva nel succhiare avidamente l’acqua che scendeva fresca bagnandosi la faccia e i capelli, il secondo raccogliendola nel palmo delle mani (questo era tipico dei più educati e dei...

Un volto, la salvezza

Il film di Chris Marker La Jetée (Francia, 1962) è la storia di un uomo segnato da un’immagine della sua infanzia. Sul molo dell’aeroporto di Orly, alle soglie della terza guerra mondiale, lo sguardo di un bambino si lascia attrarre dal sole fisso nel cielo e dallo scenario di un aeroporto praticamente immobile: come se il tutto fosse impresso in una fotografia. Il dettaglio però che rimarrà per lui indimenticabile è il volto di una donna, il suo primo piano, i capelli mossi dal vento, tuttavia immobili nella perpetuità del loro continuo movimento: come in un’immagine.     Niente di ciò che osserviamo, di quello che con una certa autonomia entra nel nostro sguardo, ci fornisce un segnale in grado di avvertirci che in noi si sta formando un ricordo. Solo più tardi, quando i nostri occhi saranno impegnati in altre visioni, si farà forse riconoscere come una cicatrice della nostra memoria, una scheggia capace d’incidere l’unicità attraverso cui il nostro sguardo vorrebbe posarsi sulla realtà che incontra. In fondo i ricordi non sono altro che questo: la...