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sofferenza

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107 o 109 anni? / Un signore neoclassico. Gillo Dorfles secondo Lea Vergine

Le volte che ho incontrato Gillo Dorfles, oltre naturalmente alle mostre o a qualche presentazione di un volume, è stato a casa di Lea Vergine. A colazione, come dice Lea, che è una signora napoletana, oltre che una straordinaria scrittrice d’arte. Così a pranzo c’era Gillo, e si conversava di tutto con lui. In genere i suoi erano racconti di esposizioni appena viste, libri appena letti, persone incontrate da poco. Insaziabile, era dappertutto e vedeva tutto. Aveva già superato i novanta, ma sembrava, nonostante l’aspetto, un ragazzo per via della curiosità. La cosa che colpiva era il suo abito. Sempre perfetto, sempre impeccabile: camicia, cravatta, giacca, calzoni. Tutto in tinta. Come poteva essere diversamente? Si è occupato d’arte nei suoi libri. All’usato avevo comperato anni prima di incontrarlo Modi & Mode, edito da Mazzotta nel 1979, ma i suoi libri sono disseminati di notizie e riflessioni su quella che è oggi l’arte dominante; di più: il motore estetico, e quindi politico, del contemporaneo. Nelle conversazioni a tavola con Dorfles mi colpivano i rari giudizi che formulava. Sempre ponderati, quasi freddi. Detti in modo scientifico. In fondo era un medico. Si era...

Goethe Institut Turin / Testimoni del terrore

  Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Massimiliano Coviello per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Dagli autoscatti ad Abu Ghraib alle video-decapitazioni dell’IS: una “carrellata” delle principali immagini della guerra al terrore che dal 2001 sta affollando i nostri schermi, accompagnata da alcune riflessioni sulle modalità di coinvolgimento dello spettatore nella circolazione di queste immagini all’interno di un sistema di riproduzione sempre più inter e crossmediale.   A febbraio del 2004 Mark Zuckerberg e i suoi compagni universitari di Harvard lanciano Facebook, a oggi il social network più frequentato. L’anno successivo viene fondata YouTube, la più vasta e visitata piattaforma di video sharing. Un biennio...

Un verso, la poesia su doppiozero / Spesso il male di vivere ho incontrato

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso apre una delle più memorabili quartine di Montale, incastonata in mezzo alle splendide poesie di Ossi di seppia:   Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l’incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato.   Nel...

Il suo libro più recente / Elena Stancanelli. La femmina nuda

La femmina nuda di Elena Stancanelli è la confessione di un anno di follia, un altro studio ravvicinato di quel particolare tipo di dolore femminile causato dall'abbandono, tradizionalmente più pazzo, più affilato, devastante e autolesionista del corrispettivo maschile.   Anna, dopo cinque anni di convivenza, scopre l'infedeltà recidiva del suo uomo. Lui se ne va di casa, ma a intermittenza e lei non lo lascia andare via definitivamente, ci rimane attaccata, a lui e alle sue appendici digitali, alla sua pagina facebook, all'assurdità della vita di quell'uomo che continua senza di lei, nonostante lei.   La protagonista descrive gli avvitamenti del suo tormento in una lettera a Valentina, saggia amica e punto fermo nella tempesta della sua follia: è lei la seconda persona singolare che fa di quel liberatorio flusso di coscienza una professione di colpa e a lei Anna racconta di come ha iniziato a leggere la posta elettronica dell'ex, a seguirne gli spostamenti con la geolocalizzazione sullo smartphone, a spiare i suoi messaggi su facebook, a scardinare gradualmente la sua privacy fino a sconfinare in quella della sua nuova amante, fino a perdere la testa.    ...

Osiamo essere pigri

Non far nulla. Guardar crescere l’erba. Lasciarsi scivolare nel corso del tempo. Fare della propria vita una domenica... Roland Barthes parla della delizia della pigrizia.   La pigrizia è un elemento della psicologia scolastica. Lei come l’analizzerebbe?   La pigrizia non è un mito, è un dato fondamentale e come naturale della condizione scolastica. Perché? Perché la scuola è una struttura di costrizione e la pigrizia è un mezzo, per l’allievo, di prendersi gioco di questa costrizione. La classe comporta fatalmente una forza di repressione, non foss’altro perché vi s’insegnano delle cose di cui l’adolescente non ha necessariamente il desiderio. La pigrizia può essere una risposta a questa repressione, una tattica soggettiva per assumerne la noia, manifestarne la coscienza e così, in certo modo, dialettizzarla. Questa risposta non è diretta, non è una contestazione aperta, perché l’allievo non ha i mezzi per rispondere direttamente alle costrizioni; è una risposta sviata, che evita la crisi. In altre parole la pigrizia scolastica...

Leopardi e la compassione. Intervista con Antonio Prete

Ho appuntamento con Antonio Prete alle 16.30, in città studi. Mi muovo con largo anticipo, con quel misto di desiderio e ansia che mi impegna, mi distrae, mi porta sempre a nuove questioni, e so che per la quantità di dubbi che mi sono appuntata non basterebbero giorni di conversazione.   Antonio Prete ha insegnato a Parigi e a Yale, al Collège de France e ad Harvard, e ancora a Montpellier, Salamanca e soprattutto, per molti anni, a Siena. Sono innumerevoli i suoi contributi a riviste letterarie e filosofiche: «aut aut», «Il piccolo Hans», «Il semplice», «l'immaginazione»; nel 1989 ha anche fondato e diretto una bellissima rivista semestrale di letteratura e poesia, «Il gallo silvestre», durata fino al 2004.   Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi (Feltrinelli, Milano 1980) è il primo suo libro che ho incontrato, una riflessione attorno allo Zibaldone: la Natura, il desiderio, il rapporto tra filosofia e letteratura. Un libro importante, che ha cambiato il modo di leggere il poeta di Recanati, cui ha poi dedicato altri volumi, come Finitudine e Infinito. Su Leopardi (Feltrinelli, 1998), o Il deserto e il fiore. Leggendo Leopardi (Donzelli, 2004). Studioso, poi, di...

Il dolore e le sue interpretazioni

Un angelo dalle fattezze umane piange accasciato sopra una grande urna marmorea. Dalla sua schiena partono due ali enormi, bellissime, che ricadono ai lati della tomba; sul braccio destro piegato è appoggiata la fronte, i capelli sono acconciati alla moda in uso nell’età napoleonica: raccolti con semplicità dietro la testa, una riga diritta nel mezzo e una frangetta corta sulla fronte. Il braccio sinistro cade abbandonato sul lato breve del sepolcro. Il colore dello sfondo, un grigio intenso, sfumato di nero e di blu, mette in risalto il chiarore del marmo creando un’atmosfera romantica e dark, iperrealisticamente post-moderna.   Questa immagine è un’allegoria coerente, ma anche leggermente fuorviante rispetto ai contenuti del libro cui fa da copertina, cioè l’ultimo saggio dell’antropologo e sociologo francese considerato uno dei maggiori esperti europei di antropologia del corpo David Le Breton, Esperienze del dolore, pubblicato da Raffaello Cortina Editore nella collana «Scienza e Idee» diretta da Giulio Giorello.   L’angelo umanissimo, che sta soffrendo intensamente, simboleggia l...

Le particelle elementari dell’esistenza

Le esperienze artistiche piú significative del Novecento hanno scavato in profondità nella psiche umana, hanno attraversato le stratificazioni della coscienza fino a rappresentare ciò che Eric Kandel chiama “elementi primitivi emozionali”. L’intuizione già freudiana circa l’importanza delle emozioni per la strutturazione della coscienza e per l’attività psichica razionale, è stata confermata dalle ricerche di Hanna e Antonio Damasio, che hanno individuato tutti i livelli di interconnessione tra emozione e cognizione: attraverso i “marcatori somatici” il corpo traduce in informazione le reazioni fisiologiche al contesto, producendo cosí le particelle emozionali sulle quali la mente costruisce la concettualizzazione delle esperienze e la pianificazione delle azioni. I processi mentali sono regolati da un’interazione tra funzioni bottom-up ed elaborazioni top-down: un controllo cognitivo complesso regola e modula le emozioni primarie e costruisce il pensiero cosciente, inclusa la formalizzazione delle idee e l’espressione della creatività.   L’arte del Novecento...

Guadalupe Nettel, Il corpo in cui sono nata

La giovane protagonista de Il corpo in cui sono nata, di Guadalupe Nettel (Einaudi, traduzione di Federica Niola), ha qualcosa in comune con la voce narrante di uno tra i racconti più celebri di Julio Cortázar. È la certezza di non appartenere alla specie umana, quanto piuttosto a una millenaria categoria di bestiole che è sopravvissuta perché ha saputo fare della dissimulazione un’arte. I trilobiti della Nettel bambina condividono con gli axolotl dello scrittore argentino la natura acquatica e il proposito di abolire il tempo attraverso una tenace quietezza che può vincere la sofferenza, nel caso dei primi, e ingannare il tedio di un’esistenza nel meschino spazio di un acquario, nel caso dei secondi.   Tuttavia, a differenza dell’anonimo protagonista di “axolotl”, lei non fatica a trovare analogie tra il suo aspetto e la forma degli artropodi da cui ha deciso di discendere, perché è proprio sua madre a ricordarglielo quotidianamente: “– Scarafaggio! [...] raddrizza le spalle! – Scarafaggino, è ora di mettere l’atropina! –” (p. 9) Se le blatte...

Per voce sola: I passanti di Laurent Mauvignier

Al lettore italiano il nome di Laurent Mauvignier suona ancora spesso – troppo spesso – sconosciuto. A fissarne il nome nel pantheon dei contemporanei non è bastata l’ottima stampa di cui ha goduto anche in Italia Degli uomini, romanzo pubblicato da Feltrinelli nel 2010 e da più parti considerato come un pugno allo stomaco per la società francese, troppo disinvolta nel rimuovere i momenti neri della storia dalla propria coscienza collettiva.   Un intreccio sapientemente costruito intorno alla memoria cava e sanguinante di chi prese parte all’eccidio di soldati e civili algerini negli anni che in Europa chiamiamo del dopoguerra e che forse dall’altra parte del Mediterraneo hanno un altro nome. Una storia d’invenzione, senz’altro, ma capace di toccare corde sensibili attraverso l’incrocio di una buona documentazione storica e di un’incredibile padronanza delle tecniche stilistiche nel riprodurre il profilo altimetrico della psicologia, dell’emotività e della moralità “degli uomini”, appunto.   Storia di un oblio, pubblicato due anni dopo sempre da Feltrinelli,...

Le passioni di Artaud

“Il sole è una puttana!” Presidente Schreber citato da Freud   Diventare van Gogh   L’antro basso e buio dà accesso a una sala col soffitto a cupola, come se penetrassimo in una grotta piuttosto che nelle sale di Van Gogh/Artaud. Le suicidé de la société (al musée d’Orsay fino al 6 luglio). Sulle pareti e sul pavimento di questo interregno tra museo e mostra sono proiettate brevi concatenazioni di parole in cui riconosciamo presto il testo che Antonin Artaud scrisse su Van Gogh.   Forse un clin d’œil al visitatore: sì, siamo consapevoli che un’esposizione attorno a un solo testo è una trappola, che si rischia di riempire le pareti di citazioni, di rendere troppo letterali i richiami tra pittura e scrittura. Il testo di Artaud poi mal si presta a far da pannello esplicativo a una sala di quadri. Rompendo con il bellelettrisme della critica d’arte francese, è invece una scorribanda sciagurata, la reazione sclerata di un uomo che dai quadri di van Gogh si sente minacciato.   Pagine senza sviluppo narrativo che girano vorticosamente in tondo a un...

Il fotogiornalismo e la coscienza degli uomini

“Supponi che fossi tu stesso a innalzar l’edificio del destino umano, con la meta suprema di render felici gli uomini, di dar loro, alla fine, la pace e la tranquillità, ma, per conseguire questo, si presentasse come necessario e inevitabile far soffrire per lo meno una sola minuscola creatura, per esempio quella bambina [...] e sulle sue invendicate povere lacrime fondare codesto edificio: consentiresti tu a esserne l’architetto a queste condizioni?” Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov     Durante la grave carestia che nel 1993 colpì il Sudan, il giovane reporter sudafricano Kevin Carter scattò una fotografia divenuta celebre. Riuscì a fotografare una bimba denutrita e affamata, china sul terreno, inquadrando sullo sfondo un avvoltoio in modo che apparisse incombente sul suo corpo inerme, come in macabra attesa. L’immagine è così brutale nel realismo e chiara nel significato – così “riuscita” potremmo dire dal punto di vista fotogiornalistico – che fu pubblicata in evidenza sul New York Times e poi in tutto il mondo. Fu la sua gloria...

Michela Marzano. Cosa fare delle nostre ferite?

In Cosa fare delle nostre ferite? (Erickson, Milano, 2012 pp. 80, € 8) Michela Marzano prosegue nel suo originale percorso di ricerca, in particolare in quella svolta iniziata con il récit autobiografico Volevo essere una farfalla (Mondadori, 2011), di cui è da poco uscita la traduzione francese Légère comme un papillon (Grasset, 2012). Simultaneamente speculativo ed esistenziale, il movimento caratteristico di tale svolta è rappresentato da una complicazione nello sguardo della filosofa sul proprio corpo, sguardo che, a partire dall’esperienza della propria anoressia, punta dritto nel gorgo delle lacerazioni interiori.   La sofferenza è un’esperienza irriducibilmente singolare: un altro non può soffrire al mio posto. Ma qui le ferite diventano le nostre ferite: il passaggio dall’io al noi definisce lo spazio logico di questo libro. Si pone il concetto di vulnerabilità al centro della soggettività individuale e, al contempo, si postula la sua centralità anche nelle soggettività che mi circondano. Con questa mossa si prefigura se non un’etica sistematica, almeno l...

Spleen artico-padano

Tempesta e quiete qui si alternano continuamente, e tu non puoi farci nulla. “Cerco di divertirmi, ma a volte non riesco a sorridere” dice una ragazza di sedici anni di Tasiilaq, nella Groenlandia dell’Est: lo dice a Piergiorgio Casotti, fotografo, videomaker, che lì è andato più volte, collezionando incontri, dialoghi, immagini. Dalle foto è passato a un documentario di poco meno di quindici minuti, Arctic spleen, visto al festival Cinemambiente di Torino, all’International Festival of Ethnographic Film di Londra, al Festival Drets Humans di Barcellona. Si raccolgono fondi per una mostra fotografica e per trasformare questo cortometraggio in un lungometraggio. Una slitta corre sul ghiaccio, tracce di nero nel bianco; il bianco e nero qui non è stile fotografico, è paesaggio di interminabile inverno: neve bianca, cani bianchi, sagome umane in lontananza, casette nere, foche nere abbattute con un annoiato cinico scoppiare di fucile leggero.   Qui c’è la più alta percentuale di suicidi del mondo. Suicidi di giovani. Sepolti vivi nella noia germinata dalla distruzione della civilt...

Il culto politico della morte

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un estratto da un lavoro di prossima pubblicazione sul tema del culto della morte nella cultura di destra.     Per entrare nel merito della nostra analisi è il caso di rilevare che, al contrario della sinistra, che – compresa la sua componente rivoluzionaria – si è sempre considerata un’articolazione della modernità, stabilendo con quest’ultima un rapporto positivo, tanto da immaginare la nuova società come il necessario prolungamento storico e logico del capitalismo, la destra, in particolare quella estrema e antipluralista, ha sempre vissuto un rapporto sofferto con la modernità.   Questa sofferenza l’ha condotta a interrogarsi sul destino dell’uomo, e dunque sulla morte. Che senso aveva la morte, se la vita dell’individuo era un confronto sofferto con la modernità? Esisteva un rapporto fra questa sofferenza del vivere e l’approdo biologico e naturale della vita umana? Che senso aveva la morte, se la vita era esperita in un panorama storico contrassegnato dal materialismo e dall’edonismo...