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New York Times

(13 risultati)

C’è Sharing e sharing

Negli ultimi mesi ho preso in affitto una casa su Airbnb per pochi giorni, ho ascoltato musica su Spotify, ho usato solo la bici gialla del comune di Milano, ho preso un passaggio da Milano a Firenze su Blablacar, ho affittato per pochi minuti un’auto con Car2Go, ho chiamato un autista di Uber una notte che pioveva e ho finanziato un documentario attraverso una piattaforma di crowdfunding online. Inoltre, anche se io non ne ho ancora bisogno, conosco molti amici che hanno affittato scrivanie in un co-working. Solo un anno fa, queste attività che oggi considero quasi un’abitudine, lo erano molto meno. Tutte queste attività vengono genericamente indicate come declinazioni di una economia emergente chiamata comunemente “Sharing Economy”, o meno comunemente, economia collaborativa, consumo collaborativo, economia della condivisione.   È vero, tutte queste attività hanno in comune una cosa: la messa in condivisione di risorse private (la mia auto, la mia scrivania, la mia musica, la mia casa, la mia bici, ecc.), pratiche che già da tempo erano possibili. Ciò che però è nuovo nella “sharing...

The Next Big Book

Oddio i dati, la statistica, l’analisi dei dati, anzi dei big data in editoria, che sciagura! Ma scusate, l’editoria non è quell’attività dove gli umanisti possono vivere in pace? E’ un’attività economica e quindi bisogna fare dei profitti? Ma l’arte ed i profitti non si possono coniugare! L’editoria, quella vera, non quella tecnica, professionale, scientifica o scolastica, quella letteraria, di ricerca, non deve cercare il profitto: non si può correre il rischio di non raggiungere l’Ottimo Olimpo dell’Arte per cercare il profitto.   Ora il lancio di The Next Big Book, il nuovo strumento di market analysis che aggrega dati di provenienza diversa sulle vendite e sull’impatto nei social network e sul web dei libri, così come riportato dal New York Times e quindi da Pagina99, che riprende da vicino quell’articolo, nel consueto riassuntino tradotto tipico dell’editoria periodica italiana (di cui sono ben felice, sia chiaro, almeno ogni tanto leggo qualche cosa in italiano) è stato seguito da un dibattito sulla possibile deriva dell’editoria inquinata dal...

Orwell, Amazon e l’economia domestica del libro

Nella burrascosa tenzone tra Amazon e Hachette che ha infervorato il gossip editoriale agostano, di recente ripercorsa su queste stesse pagine da eFFe con una condivisibile proposta politica al lettore, ha fatto molta sensazione, tra le altre cose, una goffa citazione di George Orwell. I portavoce di Bezos hanno estrapolato un brano dal contesto originale, interpretando alla lettera un’evidente antifrasi, da un testo pubblicato il 5 marzo 1936 sul «New English Weekly», dove lo scrittore recensisce parte del programma editoriale dei mitici tascabili Penguin. Come il «New York Times» ha segnalato tra i primi, infatti, basta leggere un estratto un po’ più corposo per cogliere l’ironia dell’articolo:   «Sei centesimi, per i Penguin Books, sono spesi magnificamente, tanto magnificamente che se gli altri editori avessero un minimo di senno farebbero causa comune per toglierli di mezzo. Chiaramente, è un grande errore credere che i libri economici siano un bene per il mercato librario. In effetti è proprio il contrario. Se, per esempio, avete cinque scellini da spendere e normalmente il prezzo di un libro...

Menti tribali: l’ideologia in testa

È sbagliato fare sesso con una gallina morta? E con tua sorella? Qualcosa in contrario al defecare in un urinale? Se il tuo cane muore, perché non mangiarlo? Quesiti morali a cui tutti sappiamo dare una risposta. Forse. Per capire cosa succede alla mente umana di fronte a domande come queste Jonathan Haidt, psicologo della Università della Virginia, ha sottoposto un campione di circa 130mila americani a un'analisi delle loro reazioni.   La conclusione è: la ragione non comanda. Di fronte a domande morali, raggiungiamo subito una conclusione, solo in seguito produciamo giustificazioni di ciò che abbiamo deciso. Sappiamo che qualcosa è sbagliato, poi stabiliamo il perché. «La ragione non funziona come un giudice imparziale che soppesa le prove o come un’insegnante che ci guida verso la saggezza. Si comporta piuttosto come un avvocato o un ufficio stampa: difende e giustifica agli altri le nostre azioni e i nostri giudizi», sostiene Haidt. Secondo lo psicologo non è altro che la conferma di quanto sosteneva Hume nel secondo libro del suo Trattato: «la Ragione è la schiava delle...

Il futuro è il «visual journalist»

I giornali saranno salvati da Otto Neurath. Noto soprattutto come filosofo della scienza, tra i fondatori del Circolo di Vienna, estensore (insieme a Hahn e Carnap) del manifesto dell'empirismo logico, Neurath fu anche sociologo, agitatore politico e artefice di un tentativo di costruzione di un linguaggio universale. Programma fondato filosoficamente nei suoi scritti degli anni Trenta sugli enunciati protocollari, sviluppato con la direzione della International Encyclopedia of Unified Science e l'ideazione di un sistema detto Isotype, un metodo per la visualizzazione delle statistiche basato sui pittogrammi disegnati dal grafico Gerd Arntz. Che cosa c'entra con quotidiani e magazine? C'entra.   Anche perché Neurath cercò di diffondere Isotype attraverso alcune riviste. Come Fernunterricht, pubblicata all'inizio degli anni Trenta, il nome della testata sta per «apprendimento a distanza». Una pubblicazione dedicata a tutti coloro che volessero acquisire nuova conoscenza. Se non tutti avessero avuto tempo e energia per raccogliere in modo sistematico le informazioni necessarie, ci avrebbe pensato Fernunterricht a colmare le...

Chi è davvero Barack Obama?

Chi è davvero Barack Obama? La questione dello spionaggio ai danni degli alleati europei, dei capi di stato, ma non solo loro, da parte della agenzia di sicurezza americana, Nsa, fa emergere un problema: chi è davvero il Premio Nobel per la pace? Prima di tutto Obama è un capo di governo e come tale fa gli interessi del proprio paese, com’è ovvio che sia, che si tratti di garantirne la sicurezza contro gli attacchi terroristici o che invece voglia mantenerne inalterato il suo primato militare ed economico.   Su questo piano sono semmai gli europei a essere ingenui nei confronti del capo di un paese che ha la leadership politica attuale e utilizza il suo potenziale tecnologico per restare tale. L’America non ha nessuna intenzione di cedere questo primato. In politica, come disse una volta il leader cinese Den Xiaoping, “Non importa se il gatto è bianco o nero, basta che prenda i topi”.   La Realpolitik in tempi di globalizzazione non è dunque calata, anzi, se si guarda bene, è pure aumentata. Una cosa è evidente in questo Datagate, com’è stato chiamato: gli Stati Uniti...

La guerra di Bradley Manning

Nell’occasione dell’incriminazione di Bradley Manning e della nuova release da parte di Wikileaks di documenti che rendono evidente chi viola la legge e chi la difende negli Stati Uniti, ripubblico questo post del luglio scorso. Anche perché non mi pare che nel frattempo sia stato pubblicato molto altro su Bradley Manning e la sua vicenda.    Oggi è finalmente possibile avere un quadro chiaro della vicenda che ha visto coinvolti il soldato americano Bradley Manning e Wikileaks nella divulgazione di un filmato che prova un massacro americano in Iraq, spacciato invece per uno scontro tra bande locali, e soprattutto degli ormai famosi cable, le centinaia di migliaia di messaggi che le sedi diplomatiche americane hanno diramato nel corso di diversi anni. Il documento principale sul quale ci si può fare un’idea della vicenda e dei suoi protagonisti è rappresentato dalla copia di colloqui su una chat IRC tra Manning e Adrian Lamo, incautamente scelto da Manning come confidente in momenti di grande difficoltà emotiva.     Il documento costituisce la principale prova...

Op-Ed art your mind. Il New York Times e le immagini al potere

Che cosa hanno in comune i paesaggi digitali di Ben Wiseman, le creature oniriche di Victo Ngai e le vecchie litografie trasformate in bizzarri monstres da Chloé Roizat? Estremamente diverse nello stile, tutte queste immagini sono accomunate dall’aver fatto incetta di premi prestigiosi (quelli della Society of Illustration, per esempio, o dell’American Illustration) e dalla presenza nella gallery che celebra le migliori opinion art del New York Times nel 2012: una carrellata che mette insieme le più interessanti illustrazioni dell’edizione cartacea e dell’edizione digitale, con i suoi contenuti appositamente concepiti per il web – anche sotto forma di piccole animazioni.   Ben Wiseman, Our Newly Lush Life   Victo Ngai, The Cost of Cool   Chloé Poizat, Joan of Arc: Enduring Power     Impossibile, qui, tentare di analizzare da vicino o anche soltanto descrivere queste immagini: meglio prendersi un po’ di tempo per fare una lunga passeggiata nella gallery online come nello spazio fisico di una galleria.   Più interessante, invece, soffermarsi su un dettaglio non...

Pattini a rotelle. Gino De Dominicis laicizzato

Questo testo dedicato a Gino De Dominicis (1947-1998) e alla sua particolare abilità di “commento” figurato del mondo dell’arte, è parte dell’inchiesta “civile” di Michele Dantini sulla storia dell'arte italiana contemporanea. Fa da pendant a Cavalli e altri erbivori, apparso in precedenza su Doppiozero e può connettersi idealmente, come contributo preliminare, al Dossier anniottanta curato da Stefano Chiodi [vedi Anniottanta. Un’introduzione].   Condotta programmaticamente “in presenza delle opere”, l’interpretazione dei documenti visivi è incrociata con la storia delle comunità artistiche e del paese nel suo complesso, e tocca questioni di grande attualità, in primo luogo la progressiva erosione di un progetto partecipativo nazionale. L’importanza del tema scelto è presto spiegata. Attorno all’attività di Gino De Dominicis si consolida, tra fine anni sessanta e primi anni settanta, un passaggio cruciale: le retoriche eroicizzanti e politicistiche dell’Arte povera (e dintorni) cedono a motivazioni più elusive, “...

Ci disegnano così

Al New York Times ormai sono una prassi, le infografiche. All’accadere di qualsiasi evento c’è un team che spiega con colori, traiettorie, grafici, torte e diavolerie le più geniali la complessità della questione sul tavolo.   Da noi la cosa fatica a prender piede sui giornali istituzionali (su cui al massimo si trova qualche piantina del catasto che illustra l’omicidio del mese) mentre sembra cominciare ad affacciarsi nei nodi della rete.   Ne è un esempio in questi giorni Vincenzo Cosenza che, con software opensource e dati in creative commons, sta provando a rappresentare graficamente, a puntate (finora due), la rete di blog italiana. Tanto per capire chi siamo, quanti siamo, come siamo e dove stiamo andando.   Nei suoi articoli c’è una puntuale spiegazione dei criteri e delle logiche sottostanti la grafica: dove ha preso i blog (blogbabel), che dati ha incrociato e con quali criteri li ha poi filtrati, selezionati e raccontati. Quello che ne viene fuori è una mappa bellissima.   Sia graficamente (chapeau),  ma soprattutto come sguardo. Già solo...

David Foster Wallace su Roger Federer

Per chi non lo sapesse, Roger Federer è il più grande tennista di tutti i tempi, di quelli che ne nasce uno ogni 100 anni, come Rossi, Gould o Pasolini. Noi qui vi riproponiamo un bellissimo testo a lui dedicato, scritto da David Foster Wallace, uno dei nostri scrittori preferiti.     Quasi tutti quelli che amano il tennis e seguono i tornei maschili in televisione avranno sperimentato, negli ultimi anni, uno di quelli che potrebbero essere definiti “Federer Moments”. Ci sono delle volte, quando guardi giocare il giovane tennista svizzero, in cui la mascella scende giù, gli occhi si proiettano in avanti ed emetti suoni che inducono il coniuge nell’altra stanza a venire a vedere se ti è successo qualcosa. Questi Federer Moments sono ancora più intensi se hai abbastanza esperienza diretta di gioco da comprendere l’impossibilità di quanto gli hai appena visto fare. Tutti possiamo citare qualche esempio. Questo è uno. Finale dello US Open 2005, Federer contro Agassi, siamo all’inizio del quarto set, Federer ha il servizio. C’è uno scambio piuttosto lungo di colpi da fondocampo, con il caratteristico andamento a farfalla del tennis da picchiatori che predomina ai giorni...

Lampi nel web

  Ci sono libri che appena li vedi ti viene subito voglia di averli, di correre a casa, gettarti sul divano e leggerli. La voglia è così forte che già per strada, fuori dalla libreria, cominci a compulsarli, poi sul tram, in metrò, li sfogli, catturi qualche frase qua e là, un pensiero, un capitolo, alla rinfusa. Così è questo libro che ho tra le mani. Un titolo accattivante, il sottotitolo ancor di più, e quell’immagine di Balla, Compenetrazione iridescente…   “Stai per cominciare a leggere il nuovo saggio di Albert-Làszló Barabási Lampi. La trama nascosta che guida la nostra vita. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo sfumi nell’indistinto…”. E no! Fermi tutti. Già al secondo capitolo c’è qualcosa che non va. Anche il primo non è un gran che, ma forse, mi dico, il bello deve ancora venire. Ma non è lo stesso Barabási di Link. La nuova scienza delle reti? Certo che sì, un libro non male, anzi, a tratti persino entusiasmante, almeno per chi, come me,...

Idee resistibili / Fine dell’istruzione?

Di fronte allo smantellamento dell'istruzione pubblica del nostro paese e alla prospettiva di un futuro per i giovani basato addirittura, parola di ministri della Repubblica, su “lavoro manuale e umiltà”, la risposta più frequente, anche e soprattutto a sinistra, è che l'istruzione vada sostenuta e incrementata perché elemento chiave dello sviluppo economico: più laureati uguale più lavoro, più reddito, più ricchezza per tutti. Il circuito virtuoso tra livello d'istruzione e crescita economica è stato in effetti una delle molle fondamentali dello sviluppo delle società occidentali nella seconda parte del Novecento, la premessa per l'affermazione di quella classe media responsabile della modernizzazione in senso democratico e socialmente responsabile delle nostre società. Ma per quanto plausibile, quest'idea è sostanzialmente falsa, come sostiene l'economista liberal Paul Krugman in un editoriale di qualche giorno fa sul “New York Times”. La verità amara è che la società dell'informazione, grazie a software e modelli di gestione sempre più efficienti (nel senso, è ovvio, della massimizzazione dei profitti), insomma a quel complesso di tecniche e modelli di organizzazione che...