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Kiev

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Anatolij Kuznecov / Babij Jar. Polvere e cenere

«Corsi a guardare i bambini tedeschi. I finestrini erano aperti, i bambini sedevano liberamente, ben vestiti, con le guance rosee, ed erano piuttosto chiassosi: urlavano, strillavano, si sporgevano dal finestrino –, un vero giardino zoologico. E a un tratto mi arrivò uno sputo dritto in faccia. Non me l’apettavo, ma loro, ragazzini proprio come me, tutti con le camicie uguali […], si raschiavano la gola, prendevano la mira e mi sputavano addosso con una sorta di freddo disprezzo e di odio negli occhi. Dal rimorchio sputavano le bambine. Senza riprenderle, le educatrici sedevano impellicciate (le adoravano, quelle pellicce, non se ne separavano neppure in estate). Il tram e il rimorchio scivolarono davanti a me che li guardavano inebetito e davanti a tutta la fila, come due gabbie piene di scimmie inferocite e urlanti, che coprivano di sputi la folla». Dopo decenni di sostanziale latitanza per parte del nostro mercato editoriale esce finalmente una nuova edizione, curata con acribia filologica da Emanuela Guercetti, del volume di Anatolij Kuznecov Babij Jar (Adelphi, Milano 2019, pp. 454, euro 22,00). Le fortune, ma soprattutto le avversità, che accompagnarono il manoscritto, prima...

Mosca, 9 maggio 2015

Cominciamo da un simbolo, ancora una volta: il nastro di san Giorgio (georgevskaja lentočka), una decorazione militare che nell’era sovietica non godeva di particolare prestigio. Fungeva da supporto per una serie di medaglie, compresa quella concessa a chi aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, ma non era stata caricata di peculiari significati allegorici. La sua valenza metaforica si arricchì, in forma di nastro senza accessori, nel 2005 in occasione del sessantesimo anniversario della vittoria e in conseguenza della fortuna di cui in occidente aveva goduto la cosiddetta “rivoluzione arancione” di Ucraina.         Da sinistra: la medaglia per la vittoria sulla Germania nazista retta dal nastro di San Giorgio; il nastro di San Giorgio del 2005. Vista la coincidenza di colori, in Russia acquisì significati nazionalistici e fu adottato da chi voleva testimoniare il proprio sostegno al Cremlino e alla sua politica. In Ucraina e negli stati baltici è associato al nazionalismo filo-russo e, di conseguenza, detestato, addirittura messo al bando. L’antropologo russo Aleksej Jurčak, in forza alla...

Ucraina, prima della 'tempesta' #2

Donec’k. 8/11/2013. Arrivai in città intorno alle 6:30 di mattina. Di fronte alla stazione stava un labirinto di capannoni, all’interno dei quali si svolgevano le più svariate attività. Bar, ristoranti, sale di parrucchieri, pizzerie, negozietti di alimentari, di telefonia, di libri. Mi fermai a fare colazione in una di quelle minuscole salette scavate all’interno di quella selva. Avevano scelto un nome francese, forse per differenziarsi dagli altri. Da fuori vedevo solo il mio riflesso sui vetri oscurati del bar. Entrai. In tutto eravamo in quattro. Oltre all’unico cliente, vidi un ragazzo sulla trentina che prendeva le ordinazioni al bancone, mentre nell’altra stanzetta una signora stava lì a cucinare. Ordinai un cappuccino e ne approfittai per chiamare un taxi. Alle 10:30 dovevo incontrare Vladimir Rafeenko, uno scrittore di cui avevo letto ancora poco. Me ne avevano parlato Sasha Kabanov e Jurij Volodarskij, redattori di una rivista letteraria di Kiev. A Mosca era già famoso, lo ammiravano tutti. “Lo considerano il nuovo Venichka”, diceva Kabanov. Avevo letto il suo Divertissement moscovita in treno,...

Andrei Kurkov. Diari Ucraini

Diari ucraini di Andrei Kurkov è un libro importante. La sua narrazione, in forma di diario, degli eventi quotidiani che hanno accompagnato la "rivoluzione del Maidan", la caduta del regime di Yanukovich, l'occupazione russa della Crimea e la guerra segreta condotta dalla Russia nel Donbass, aiuta chi non ha assistito da vicino a quegli eventi a comprenderne la natura, e mostra come abbia potuto viverli un cittadino ucraino nato in Russia, russofono da sempre, abitante a Kiev e portato ad osservare senza pregiudizi la vita del proprio paese.   La forma diaristica è efficace per far comprendere l'evoluzione degli avvenimenti, il quotidiano sovrapporsi di eventi minimali che impercettibilmente realizzano cambiamenti storici, incontrollabili e a volte imprevedibili da chi li osserva. Si assiste a una rivoluzione nata per caso e sfociata poi in un drammatico cambio di potere, in lunghe giornate di lotta e di morte, nella caduta di un regime ottuso e corrotto che ha scatenato però la vendetta immediata di chi dall'estero lo sosteneva; innanzitutto, con l'occupazione manu militari della Crimea, da anni perseguita, e realizzata con...

Ucraina: ritornare al Maidan

Ritornare al Maidan, dopo la vittoria della protesta, pagata a carissimo prezzo, richiede passi leggeri, e silenzio. Camminando, si toccano pietre divelte, selciati interrotti, polveri, sabbie, che hanno assistito a una lunga lotta, uno sforzo sovrumano.     La piazza dei giorni lieti, delle serate a passeggio, tra le fontane fresche, non esiste più, forse non ritornerà. Quando l'igiene della ricostruzione, della pulizia, del restauro, che già premono alla soglia di domani, si farà avanti, non troverà più il luogo del passato. Gli eventi accaduti qui sono ancora sospesi sulle cose, sotto il vasto cielo della piazza, colmano lo spazio una volta immenso, lo affollano di gesti, e presenze, che non se ne andranno. C'è un timore, segreto, nel poggiare i piedi, nel semplice, silenzioso camminare: si teme, d'interrompere qualcosa, di spezzare fragilissimi equilibri, cancellare tracce dei perduti. Si può sentire, in ogni pietra, oggetto, muro, gomma bruciata, metallo, una spaventosa energia, lo sforzo terribile che ha imposto alle cose l'accelerazione del tempo, e degli eventi. Quasi un'immensa...

L'esperienza turca oltre le barricate di Gezi Park

Rivolte. Questa è stata la definizione data ai movimenti popolari che hanno agitato le piazze delle capitali. Dai tempi delle primavere arabe fino alle ultime proteste di Kiev, quello a cui abbiamo assistito è un’emersione del malcontento di massa nei confronti del potere maggioritario, il quale a seconda dei casi ne è stato travolto e ribaltato. In altri casi il potere egemonico, se sopravvissuto, ne è uscito quanto meno ridimensionato agli occhi degli elettori. In quest’ultimo caso ci troviamo ancora di fronte a una rivolta compiuta? Come potremmo definire quella esperienza se, nonostante gli scontri urbani tra civili e forze dell’ordine, gli ulteriori gravi malcontenti favoriti dalle scelte politiche del governo, la morte di civili caduti nelle piazze, e molto altro ancora, il paese si ritrova ancora a confermare deliberatamente, in sede di elezioni, quello status quo tanto combattuto a suon di slogan.   L’esperienza turca rientra in quest’ultima fluida interpretazione. La piazza si è accesa alla fine del mese di maggio dello scorso anno con l’occupazione del Parco di Gezi. Dopo il suo sgombero, a...

Proteste ucraine

C’è stato un momento, preciso, in cui a Kiev tutto è sembrato vacillare, e una soluzione violenta della crisi è parsa ad un passo: la sera del ventidue gennaio, dopo che la mattina, nella via Grushevskovo, sul fronte della lotta più dura fra oppositori e forze speciali, misteriosi cecchini avevano abbattuto due manifestanti, con proiettili non in dotazione alla polizia.  Come avendo compreso che qualcosa di più grande stava per avvenire, quasi tutti i locali del centro, vicini all’area dello scontro, hanno iniziato a chiudere i battenti, e in tutta la città i centri commerciali hanno frettolosamente anticipato la chiusura, consigliando a clienti e personale di rientrare a casa. Il timore del coprifuoco e della legge marziale era fortissimo, da tre giorni l’esercito era in condizione di massima allerta, le truppe intorno a Kiev pronte a intervenire in qualsiasi momento.     Certo in quelle ore il Governo e il Presidente sono stati posti di fronte all’eventualità più estrema, e si possono immaginare pressioni esterne volte ad ottenere tale soluzione. Il punto di non ritorno era...

Femen. La nuova rivoluzione femminista

Alla Biennale Cinema di Venezia è stato presentato il film della regista australiana Kitty Green, Ukraine is not a brothel, un documentario sul movimento delle FEMEN, girato durante un anno di convivenza della regista con cinque delle attiviste del gruppo. Queste sono arrivate a Venezia come vere e proprie attrici, bellissime, con la tipica corona di fiori nei capelli biondi, pronte a essere intervistate, fotografate, fissate ancora una volta in immagini che circolino sempre più nell’immaginario multimediale.     Dal film, secondo le recensioni apparse sui giornali all’indomani della proiezione, emergono alcuni aspetti estremamente contradditori del movimento, come la presenza di un finanziatore che stipendia regolarmente le militanti e che le recluta in base all’avvenenza – ma che a detta della Schevchenko, pare essere stato allontanato dalle Femen dopo il trasferimento della sede a Parigi nel 2012.     Tuttavia la contraddittorietà del fenomeno, forse, al di là di qualsiasi rivelazione su finanziatori occulti – di cui la rete pullula –, è ravvisabile già nella...