Speciale

Arti dell’improvvisazione

14 Febbraio 2026

Rileggo il celebre libro di de Waal Un’eredità di avorio e ambra (Bollati-Boringhieri 2011) proprio nei giorni della memoria e mi accorgo quanto spesso la letteratura interpreti tendenze in atto nella riflessione più teorica eppure quanto spesso le due linee non si incrocino. Come ad esempio è avvenuto nel mio caso. Mentre in quegli anni meditavo (e lavoravo) sulla crisi della memoria pubblica segnata dalla fine della figura-chiave del Testimone (studiato dalla Wieviorka) e mi interrogavo sui nuovi Testimoni rappresentati da luoghi e cose su cui la loro eredità si era depositata, quel messaggio letterario, evocato da de Waal, mi era sfuggito. Solo riprendendo in mano il libro con la vicenda dei netsuke giunti a de Waal dal prozio Iggie, ripercorro la storia della famiglia ebrea di ricchi banchieri, gli Ephrussi, (che da Odessa nel corso dell’Ottocento si stabiliranno a Parigi, Vienna, Berlino, Londra) proprio attraverso i tragitti delle 264 piccole, piccolissime sculture giapponesi: i netsuke raffigurano animali, piante, scene di vita quotidiana. Anche se, precisa l’autore, il suo intento non è quello di “lasciarsi invischiare nelle saga d’altri tempi” e dei rimpianti.

La memoria dunque affidata alle cose (che Francesco Orlando definirebbe “memore-affettivo”). La storia dei netsuke (e della famiglia) prende avvio dal loro acquisto a Parigi, da parte di Charles Ephrussi, (collezionista, amico di Proust, Monet, Degas e altri) in tempi di fortuna delle “giapponeserie” esposti nel suo palazzo sontuoso di rue de Monceau (visitato dallo stesso de Waal), fino alla catastrofe del 1938 quando, nell’abitazione austriaca di un ramo della famiglia, con l’arrivo di Hitler a Vienna, il palazzo degli Ephrussi viene requisito e Viktor e il figlio Rudolf sono arrestati.

Ma torniamo ai netsuke, oggetti cui de Waal certo è particolarmente sensibile dato che è un critico d’arte oltre che un ceramista famoso. Nel netsuke di un bottaio che sta costruendo un barile con l’ascia, la fronte aggrottata per l’impegno, de Waal percepisce i segni di quel lavoro faticoso, i muscoli concentrati, e, insieme, l’asprezza della vita quotidiana. Ricorda nelle prime pagine del libro quando a Tokyo, ultima residenza di Iggie, aprivano l’anta scorrevole della bacheca che occupava quasi per intero una parete del soggiorno e lo sguardo si fissava sulla lepre dagli occhi d’ambra, il bambino con l’elmo e la spada da samurai, la tigre… Oggetti che suscitavano in lui un palpito e che hanno a che fare con il tatto, coi movimenti irriflessi delle mani in stato d’ansia.

Proprio quando sono finiti nella sua casa londinese, de Waal decide che deve scoprire quale rapporto ha legato il piccolo oggetto di legno che si rigira tra le mani, per lui capace di una confidenza magica, ai luoghi che ha attraversato. E qui incrocio un’espressione che, rileggendo, sottolineo a matita: “Voglio sapere – sostiene – di quali vicende è stato testimone” (cita proprio il termine testimone). Quando ad esempio nel 1889 i netsuke, testimoni tra l’altro dell’affaire Dreyfus, sbarcano da Parigi a Vienna, regalo di nozze di Charles a Viktor ed Emmy. Fuori posto secondo de Waal, confinati come sono nello spogliatoio di Emmy, oggetto dei giochi dei bambini.

Con il 1914 la vita degli Ephrussi si complica ulteriormente e lo scoppio della prima guerra mondiale divide inesorabilmente la famiglia cosmopolita e le comunicazioni con i cugini austriaci, francesi, russi e le zie inglesi. Orde di ebrei orientali – sotto le pressioni dell’esercito russo – arrivano a Vienna, malvisti dagli stessi ebrei integrati “È terribilmente duro essere un ebreo orientale – scrive Joseph Roth – Nessuno è dalla loro parte”. I piccoli netsuke riposano ancora nel mobile di lacca dello spogliatoio di Emmy, spolverati periodicamente dalla cameriera Anna. Eppure de Waal intuisce che il rovescio del mondo sta inducendo “una sorta di pesantezza nelle cose che compongono la vita quotidiana. Le cose adesso vanno custodite, talvolta persino apprezzate, mentre prima erano semplicemente uno sfondo” della vita sociale segnata progressivamente da perdite economiche e declino sociale.

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Ma è, al contrario, un turbinio maligno quello che scuote il palazzo Ephrussi di Vienna e gli oggetti contenuti in esso, quando i nazisti invadono gli appartamenti. Salgono le grida di un paio di uomini che hanno scoperto il salone con le porcellane e il mobilio francese. Uno strimpella al pianoforte. Nella sala da pranzo arraffano i candelabri d’argento, un portasigarette prezioso. Spingono Viktor, Emmy e il figlio Rudolf contro il muro poi sollevano lo scrittoio dello spogliatoio di Emmy (in cui fortunatamente non figurano i netsuke, custoditi in una vetrinetta) oltre la ringhiera del balcone. Quel rumore degli oggetti in frantumi – annota – è la ricompensa per anni di attesa alla vista, da fuori, del lussuoso palazzo degli ebrei.

L’autore torna nel palazzo dei suoi avi a tanti anni di distanza con in mente le lettere, poche, scambiate da Viktor ed Emmy con la famiglia: ricorda la “perquisizione” vera e propria effettuata dalla Gestapo in cui gli uomini, sono i primi tempi dell’Anschluss, s’impadroniscono, tra l’altro, delle chiavi della cassaforte e degli uffici della banca. Viktor arrestato con Rudolf è costretto a rinunciare al Palais e a tutto ciò che contiene. Per non dire delle deportazioni dei bimbi parigini finiti ad Auschwitz. Nelle note di documenti letti e riletti nelle biblioteche de Waal scopre con orrore che una bambina figlia di Louise amante antica di Charles, ritratta da Renoir su sua pressione per finanziare il pittore è morta ad Auschwitz.

E che ne è dei netsuke? Mentre gli tornano in mente questi orrori de Waal si sente spiazzato nella casa di Vienna, a pensare ai netsuke che vennero infilati in tutta fretta in tasca dalla cameriera Anna per salvarli e poi nascosti in un materasso così da non condividere più la memoria della sorte degli abitanti (questo il mio pensiero intorno al 27 gennaio). Luoghi e persone non coincidono più: è la conclusione disperata, perché i netsuke hanno superato indenni la guerra e tanti esseri umani sono morti? Nel 1945 comunque i netsuke sono consegnati da Anna a Elisabeth e finiscono appunto in Inghilterra. E durante una visita di Iggie a Elisabeth gli vengono mostrati nella borsa servita per il trasporto: ricompaiono la volpe con gli occhi intarsiati, una bolgia di topolini, la scimmia avvinghiata a una zucca, il lupo striato… L’ultima volta li avevano visti insieme nello spogliatoio della madre Emmy! E adesso volano in Giappone con Iggie tornando alla loro vera patria dopo aver trascorso in Europa l’arco di tre generazioni. In Giappone, incredibilmente, Iggie scopre che sono ignoti o quasi – ancora luoghi e cose si dissociano – in disuso da almeno ottant’anni. Saranno certo stati dimenticati ma è un esperto d’arte giapponese chiamato dal prozio a dichiararne il grande valore.

Storie e oggetti – conclude de Waal – hanno qualcosa in comune: una patina che svela una incessante accumulazione, di gesti, di sguardi, di polvere. Che, con un “palpito”, giungono fino a noi. Così il vecchio portico della Chiesa di Combray, evocato da Proust in La strada di Swann, nero, bucherellato, profondamente incavato agli angoli (non meno dell’acquasantiera a cui ci conduceva) “dalla tenue carezza dei cappotti delle contadine che entravano in chiesa e delle loro dita timide che prendevano l’acqua santa, ripetuto per secoli”.

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