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Parigi

(157 risultati)

Nôtre-Dame / Iconologia del rogo

I fatti sono tristemente noti. Il 15 aprile scorso uno dei monumenti più imponenti, uno dei luoghi di culto più frequentati, uno dei siti turistici più rappresentativi di Parigi è stato assalito dalle fiamme. Nôtre-Dame è di colpo divenuta il centro del mondo, obiettivo numero uno di cronisti prontamente accorsi sul luogo, di fotografi più o meno professionisti determinati a catturare attimi fugaci, dettagli ed emozioni, di cittadini impauriti e turisti curiosi, anche loro alla ricerca di qualcosa da guardare. Uno spettacolo da film, quello delle fiamme che divorano la Cattedrale per antonomasia, che ha raggiunto il suo acme a circa un’ora dall’inizio del rogo, quando una guglia è crollata e parte del tetto è precipitata.   Sappiamo come è andata a finire: l’incendio è stato domato nella notte smentendo quei giornalisti che innestavano timori – sottese speranze per gli ascolti? – sul possibile crollo dell’intera struttura architettonica. La notizia ha fatto il giro del mondo, a cavallo tra vecchi e nuovi media, ed è stato tutto un rincorrersi di servizi, articoli, gallery, cinguettii, retweet, post, condivisioni e stories dedicati all’argomento. Anzi, come spesso accade,...

Elle est retrouvée. Quoi ? – L'Eternité / Gio Ponti

Il più bel libro su Gio Ponti (1891 – 1979), per la sua visione lungimirante e per la ricchezza dei contributi che contiene, lo ha curato Ugo La Pietra nel 1995 (Rizzoli) e la più bella mostra su di lui, per la qualità e la quantità dei pezzi esposti, per la magia dell'allestimento e il prestigio della sede ospitante, è in corso al MAD di Parigi (fino al 5 maggio 2019), mentre un omaggio per celebrare il quarantesimo anniversario della sua morte è in preparazione al MAXXI di Roma (novembre 2019 – aprile 2020). Tra le due soglie temporali che separano l'uscita del libro di La Pietra – preceduto, cinque anni prima, da quello della figlia del maestro, Lisa Licitra, intitolato Gio Ponti: l’opera, per i tipi di Leonardo – dalla mostra al MAD, è di fatto avvenuta dapprima la ‘scoperta’ critica di Ponti e quindi la sua consacrazione ad archistar. Infatti, prima degli anni novanta del secolo scorso, su Ponti si era sempre scritto in modo rapsodico e settoriale, senza che si fosse mai studiata nel suo complesso la sua figura articolata e poliedrica di progettista a tutto campo, di promotore culturale e di teorico (o forse sarebbe più appropriato definirlo divulgatore) dell'architettura e...

Emancipazione erotica / La morale della culotte

Con qualche grado di approssimazione potremmo dire che, affermandosi ovviamente come un ritorno, la diffusione del ritratto del sedere sia uno degli elementi della nostra contemporaneità. Difficilmente confutabile è l’idea che questa mania di profondere natiche nell’iconografia pubblica abbia un chiaro orientamento di genere e che i deretani femminili incorniciati superino di gran lunga quelli maschili. I primi, sempre più bombastici, sono inoltre da vedere come una polarità rispetto ai sempre più scolpiti addominali degli uomini, in una riproposizione non troppo elegante della diade fra rotondità planetaria e materna della sfera femminile e ferrea disposizione statuaria di conquista di quella maschile. L’una mostrando il retro sbalzato in avanti dall’inarcamento della schiena, l’altra sfidando marzialmente la frontalità dell’osservatore.    Come in ogni polarità si prevedono contaminazioni: per omologia di superfici, si noti la sparizione totale della peluria negli addomi maschili, per convergenza coloristica, si guardi le ormai onnipresenti cromature dermiche sull’arancio brunito e oleoso (allorquando non si imponga il bianco e nero con luci e patina dello studio di...

Cent’anni dopo / Apollinaire: caos e acrobazie associative

… sembrava che un uomo piccolo piccolo  fosse nascosto in lui, omone grosso Alberto Savinio   Il 9 novembre di cent’anni fa, alla fine della Grande guerra, in una mansarda del boulevard Saint-Germain si stava consumando un’agonia. Giù nelle strade inveivano contro l’ormai ex Kaiser Guglielmo, e le grida arrivavano lassù a un uomo di trentotto anni dallo stesso nome, che forse nel delirio le avrà confuse con un ultimo giudizio su di sé. In un romanzo suo coetaneo, Nanà, la protagonista, che con una parabola speculare a quella di sua madre era salita dalle stalle alle stelle, moriva in un Gran Hotel di Parigi mentre sotto le finestre la gente urlava “A Berlino! A Berlino!”, annunciando la guerra che avrebbe spazzato via il Secondo Impero. L’attrice-cocotte di Zola marcì dopo essere stata molto desiderata e inseguita. Lo scrittore-clown di Saint-Germain, invece, aveva desiderato e inseguito troppe sirene lungo i fiumi dell’Europa continentale e nei sobborghi inglesi, spremendo da questa amara esperienza una Canzone del male amato. Male amato, s’intende, dalle donne: a partire da quella genitrice che a quanto pare, siccome per una seconda coincidenza sfortunata suo figlio...

9 ottobre 1978 - 9 ottobre 2018 / Jacques Brel: il talento del sognatore

Jacques Brel amava ripetere che l’essere umano necessita di un solo talento: avere dei sogni. Il resto, diceva, non è che sudore e disciplina. Con il candore dei visionari, esortava tutti a “sognare un sogno impossibile”, rêver un impossibile rêve, dando voce e corpo alla dismisura dell’animo umano (succedeva nella commedia musicale L’homme de la Mancha, portata in scena nel 1968, dove Brel interpretava Don Chisciotte). Quanto più impossibile quel sogno, sosteneva, tanto più la nostra vita sarà stata degna d’essere vissuta.   Il destino di Jacques Brel, senza quel suo sogno smisurato (in principio, conquistare Parigi con le sue canzoni; più avanti, dedicarsi al cinema, al teatro, diventare pilota d’aereo, solcare i mari del sud), sarebbe stato con ogni probabilità quello di fare di conto nel cartonificio del padre. La grisaille. La grigia e rispettabile vita del borghese (“Les bourgeois”, non dimentichiamo, “c’est comme les cochons: plus ça devient vieux, plus ça devient bête”; i borghesi sono come i maiali: più invecchiano e più istupidiscono). Proprio come Georges Brassens e Leo Ferré, anche Brel arrivava dalla provincia. Brassens sbarcò a Parigi da Sète, nel sud del paese...

Il giardino di Giverny / A casa di Monet

Domenica mattina a Parigi le strade sono deserte nei dintorni della stazione Saint-Lazare. Ad attenderci dentro c’è Monet, che la stazione l’ha dipinta nel 1877 in quattro celebri quadri. Impossibile non pensare subito agli effetti di colore che la sua pittura ha colto quando entriamo. Dalla copertura sopra i binari la luce trapassa con dolcezza andando a toccare la solidità un po’ brutale delle travi in ferro e dei bulloni che la tengono su. Monet è già qui con noi, lui che, facendo della tecnica – non dei passanti o dei viaggiatori – il vero e unico soggetto del quadro, ne ha colto le sembianze più profonde e più dense unicamente in forza della sua visione.      Ed eccola qua la domanda che questa volta non smetterà di imporsi durante tutto il viaggio e durante la visita: la pittura è la riproduzione della realtà, come abitualmente si crede, o non è forse vero che è quella che noi chiamiamo realtà a dipendere dalla pittura e, più ampiamente, dall’arte e dalle forme della sua riproducibilità? Esiste oggi per noi la stazione di Parigi Saint-Lazare senza passare da Monet? Queste domande pongono in dubbio uno dei capisaldi del nostro modo di guardare il mondo: la...

Quanto somigliamo agli animali? / Guadalupe Nettel. Bestiario sentimentale

Quanto somigliamo agli animali? I nostri comportamenti, le reazioni emotive, lo spostarsi o il restare fermi, lo strisciare e il sollevarsi, il proteggere e l’uccidere, l’amare e il detestare, quanto ricordano o trovano una corrispondenza in quelli degli insetti, dei pesci, dei gatti, dei rettili? Forse possiamo leggere il nostro futuro rimanendo a osservare un animale che si muove per casa; l’animale ci capisce e si trasforma mentre noi ci stiamo trasformando. Muta la pelle come la mutiamo noi. Il nostro malumore diventa il suo. E anche noi possiamo esserne condizionati; addirittura il comportamento di un animale con cui entriamo in contatto ci può mostrare qualcosa di nostro che fino a quell’istante non ci è stato chiaro. Un gatto può parlarci di maternità, una vipera di destino o di passioni impossibili, un pesce rosso della fine della nostra storia d’amore, un’invasione di scarafaggi può far emergere un confitto familiare, una sorta di guerra psicologica. Questo e molto altro ancora affiora da Bestiario sentimentale (La Nuova frontiera, 2018, trad. di Federica Niola), la splendida raccolta di racconti della scrittrice messicana Guadalupe Nettel.   «Dicono che per il...

La mostra alla Maison Rouge di Parigi / Manuale di volo

L’immagine sul monitor è granulosa, sbiadita; si intravedono una linea di colline, un lago, qualche cespuglio, un uomo ripreso di spalle, maglia e pantaloni scuri: stende le braccia, le batte come le ali di un uccello, fa un salto. L’atterraggio, un metro più avanti, è goffo, ridicolo. E ricomincia: salta, agita le braccia, ricade incespicando. La performance Tentativo di volo – filmata da Gerry Schum nel 1970 per il suo documentario Identifications – è tra le più note di Gino De Dominicis, figura quintessenziale del paesaggio artistico italiano dello scorso fine secolo. Lo slapstick è il modo con cui De Dominicis si appropria, rovesciandola comicamente, di una tenace mitologia artistica moderna, il superamento dei limiti fisici, l’elevazione verso uno spazio estetico-politico posto al di là dell’immediato presente.   Gino De Dominicis, Tentativo di volo, 1970   Ma il Tentativo, come ha notato Michele Dantini, è anche la puntuale parodia di quel Salto nel vuoto (1960) con cui Yves Klein celebrava il suo singolare ingresso in uno “spazio” dell’arte tutto immateriale e mentale, così come un altro lavoro di De Dominicis, Il tempo, lo sbaglio, lo spazio (1970) – uno...

Parigi / Sans-papiers. Abou nel labirinto

L’altra sera dopo cena con S. abbiamo guardato il video di Mamoudou Gassama, il sans-papiers del Mali che ha salvato il bimbo appeso a un parapetto scalando quattro piani di facciata. S. ne aveva sentito parlare in cantiere, nel pomeriggio. Al video della scalata segue uno spaccato del colloquio che Gassama ha avuto con Macron all’Eliseo. Ho sentito delle grida e dei clacson strombazzare, dice Gassama. Macron gli chiede che ora era. Le venti. E dunque t…, dice Macron bloccandosi sulla t; un attimo di sospensione e poi riparte: Così, senza riflettere, si è… E con la mano fa il gesto di precipitarsi. Dal tu al lei; dal piano terra al quarto. Sotto i riflettori. E adesso, cosa succede? mi chiede S. Adesso Macron lo naturalizza.   Abou* invece ha ricevuto la "notifica di trasferimento". Il suo "periodo dublino" doveva finire a inizio giugno, ma ha ricevuto questo foglio che lo invitava a presentarsi in una certa prefettura entro quarantott’ore, perché l'Italia (dove ha lasciato le impronte arrivando dalla Libia, e prima ancora dalla Guinea, suo paese natale) avrebbe accettato di riprenderselo. Un'espulsione, insomma. Lo sono venuta a sapere da N., nostra comune amica italiana,...

Tempo di libri - maestri / Amico che parla

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Nel secondo giorno, mercoledì 9 marzo alle ore 16.00, Maria Nadotti parlerà di John Berger.   A volte sembra che, come un antico greco, io scriva soprattutto di morti e morte. Se così è, posso solo aggiungere che lo faccio con un senso di urgenza che appartiene unicamente alla vita. Abidine Dino viveva con la sua amata Guzine al nono piano di un HLM in uno di quegli studi per artisti che, in un certo periodo, la città di Parigi ha costruito per i pittori. Lì erano felici, ma nell’insieme lo spazio dello studio e dei suoi ripostigli non era più grande di quello a disposizione dei passeggeri di un autobus a lunga percorrenza. Traduzioni, poemi, lettere, sculture, disegni, modelli matematici, rachi, mandorle ricoperte di cacao, cassette dei programmi radiofonici in turco di Guzine, abiti...

L'America e la sua memoria (2) / Anche le statue muoiono

Tre risposte   Il destino delle statue dei Confederati è al centro di un dibattito complesso e stratificato che coinvolge cittadini, militanti, politici ma anche quanti lavorano sul visivo, che siano storici dell’arte, teorici degli studi visuali, curatori dei musei o addetti alla conservazione del patrimonio artistico. Le loro posizioni si sono espresse pubblicamente su giornali nazionali, blog e forum più confidenziali. Mi sembra siano tre le posizioni principali.   1) Images, malgré tout, o “anche queste sono opere di artisti” (Hollis Robbins, professore di Humanities al John Hopkins Peabody Institute). Le sculture dei Confederati sono artefatti con un intrinseco valore, se non estetico, perlomeno storico-culturale, in cui traspare lo stile di un’epoca. È improbabile che distruggerle risolverà i problemi della società americana, è certo che, così facendo, si comprometterà il patrimonio americano. Chi studia la vita degli oggetti vuole comprendere perché sono stati creati, dove sono stati collocati, chi era supposto vederli, come funzionavano e come sono stati interpretati in diverse fasi storiche. Vuole documentare, analizzare e preservare le espressioni visive dei...

Cosa ci resta del paesaggio / Camille Pissarro nei campi

Siamo alle soglie del Novecento. È già valida, tra i critici francesi, l’equazione tra natura e impressionismo: a un amico che non aveva potuto vedere il Salon del 1904, il geografo anarchico Élisée Reclus suggerisce di andare direttamente a passeggiare nella foresta. Celebrati dai critici entusiasti, i tratti corti e sovrapposti di Seurat chiudono una fase di ricerca formale iniziata con la ricerca dell’impressione spontanea, e la sigillano nella rigidità delle regole geometriche. Oltre, per le avanguardie, resta solo l’astrazione. E così, da Parigi a Washington e Hong Kong, le sale degli impressionisti sono sempre affollatissime. Giverny strabocca di turisti. In Italia si va sul sicuro con l’ennesima mostra su Monet. Ma proprio laddove il libro di storia dell’arte del liceo ci lascia più sicuri di aver compreso, si celano contraddizioni profondissime. Se continuiamo a considerare l’impressionismo come una questione di tecnica e ottica pittorica, come possiamo vedere la natura come soggetto? E che valore estetico possono assumere i disegni e le stampe, in cui la linea è solida e continua, rispetto alla verità raggiungibile in pittura dagli impressionisti? La cuillette des...

1917-2017 / Magda Szabó, la narrativa del passato vivente

Novecento, realtà, infanzia, quotidiano, Storia, parola, passato, identità, scrittrice, sono le parole per scrivere di Magda Szabó, dischiudono la sua opera.   Magda Szabó vive lungo tutto il Novecento affacciandosi nel Duemila già ottantenne, nasce in Ungheria negli strascichi della Prima Guerra Mondiale, cresce nel Seconda Guerra Mondiale ed è costretta, successivamente, al silenzio dal regime comunista. In questo anno, 2017, ne cade il centenario della nascita.   Nella lunga vita e nella vasta produzione letteraria di Magda Szabó vi è un posto di rilievo dedicato alla realtà. Nella storia della rappresentazione della realtà in letteratura, le scelte definibili come “realistiche” comprendono molteplici forme. Szabó si racconta e racconta, la scrittura è una forma espressiva per tenere compatto il senso della propria vita, della propria realtà: l’indagine sottile e discretissima che fa del privato è la sua scelta per raccontare l’essenziale e al contempo il tutto. Il rapporto di Szabó con se stessa e l’immediata concretezza dei rapporti personali è la molla di ogni sua narrazione autobiografica e non.   Foto per gentile concessione dell'erede di Magda Szabó, Géza...

La casa natale pesarese / La Fame di Rossini

La famiglia abita due stanzette che devono essere state modestissime anche nella Pesaro papalina dell’epoca. Il padre musicista nella banda cittadina e fervente rivoluzionario, la madre cantante: sono già presagi sufficienti di una vita che è preceduta dalla sua ombra. Restano queste due stanze spoglie, per pavimento una specie di selciato. Sono contornate da altre, ben organizzate e ricche di materiali, che raccontano del successo del piccolo Gioacchino. Sembra però che nemmeno il museo abbia avuto il potere di dissipare quell’ombra: l’ombra della povertà, delle ristrettezze, degli ingaggi promessi ma non ottenuti oppure sì, ottenuti ma non pagati, se non forse dopo mille insistenze. Anche incastonate dentro la cura del museo, quelle stanze emanano ancora oggi un grigiore invincibile, una nudità che non reca altra traccia del passato se non la sua stessa nudità.      Da qui la difficoltà in cui ci troviamo con la fotografa che mi accompagna: come fotografare la povertà? Come fotografare una miseria che non è più, ma i cui segni sono in un certo senso ancora qui, tangibili perché incancellabili? Eppure non sono visibili: la loro presenza è data unicamente dal fatto...

Elio Grazioli | Paolo Gioli / Duchamp. Fontane e altro

Cosa non ha scatenato Fontana di Duchamp da cent’anni a questa parte neanche Saâdane Afif ce lo saprà mai dire in maniera esauriente. Questo artista, Afif, ha vinto nel 2009 il Premio Duchamp del Centre Pompidou con un progetto intitolato The Fountain Archive, che a gennaio il prestigioso museo parigino ha esposto nel suo stato attuale. Si tratta per l’appunto del più completo archivio sul readymade di Duchamp mai messo insieme, ovvero di come compare riprodotto nelle pubblicazioni che Afif ha rintracciato a livello internazionale.      Del resto i siti su di esso si moltiplicano tuttora, e le immagini che vi si rifanno, anche fuori dal mondo dell’arte, ragazze e ragazzi con scritto R. Mutt sul braccio o non so dove, vestiti a forma di Orinatoio… insomma è diventato uno scandalo di successo planetario – anche in Cina: si ricorderà il famoso quadro di Shi Xinning con un attonito Mao Zedong che lo scruta.   Molti gli artisti che vi si sono rifatti, degli italiani ne abbiamo interpellati almeno tre storici, che ci hanno dato tre versioni così diverse, e direi complementari, necessarie in realtà secondo noi a dare almeno un assaggio delle sfaccettature dell’...

Mostar, 7 ottobre 1932 – Zagabria, 2 febbraio 2017 / Predrag Matvejević. Un battitore libero attraversato dalle frontiere

Un’isola del Quarnero, un’estate torrida come quella del 1991. La casa è affollata di amici e parenti, così Predrag Matvejević scende da basso e mostra con orgoglio lo studio che si è ricavato nell’ombra del garage: un seggiolino e una macchina da scrivere, due mollette che tengono le pagine a mo’ dì leggio. È l’anno del successo planetario di Breviario mediterraneo, e sta già pensando a quello che, molti anni dopo, diventerà Pane nostro (2010). A pochi chilometri è terminata da poco la cosiddetta breve guerra slovena, ma in agosto viene interrotta l’autostrada tra Zagabria e Belgrado, a fine mese inizia l’assedio di Vukovar. L’anno successivo Predrag non può più tornare sulla sua isola, insieme a molti intellettuali del paese diventato ex, inizia la sua avventura tra asilo ed esilio (così suona anche il titolo di un suo “romanzo epistolare” del 1998). Da quel momento il domicilio è temporaneo, il ritorno provvisorio, la “nostra patria” diventa una condizione momentanea che può materializzarsi ovunque. Perché a Zagabria, nella fase della trance nazionalistica, nella guerra tra “noi” e “loro”, non c’è spazio per chi ha storie miste o si sente ancora jugoslavo. Così accade alla...

Un verso, la poesia su doppiozero / Un lampo… poi la notte! Bellezza fuggitiva

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.    “Un éclair…puis la nuit! –Fugitive beauté”. È un verso dei Fiori del male, apre la prima terzina del sonetto dedicato A una passante. Sul fondo, la folla metropolitana. Siamo nella Parigi “capitale del XIX secolo”, come la definirà Walter Benjamin, nella Parigi  che da poco...

Anniversari. Tentativo di esaurimento di un luogo parigino / Georges Perec, 18 ottobre 1974

È il 18 ottobre 1974, venerdì. Il cielo sopra Parigi è grigio.   Per tre giorni Georges Perec siede a un caffè di Place Saint-Sulpice. Elenca ogni dettaglio, annota quello che vi accade in maniera meticolosa. “Ci sono molte cose a Place Saint-Sulpice”. Tentativo di esaurire un luogo parigino è una lunghissima lista: due taxi vuoti alla stazione dei taxi; una betoniera arancione; orme indistinte; un 87 vuoto, un 70 pieno, un altro 87 vuoto; il vento che fa cadere la pioggia accumulata sulla tenda del caffé; un’ambulanza che fa ‘pim pom’; i piccioni che si lavano nella fontana ed anche una bambina che piange tra i suoi genitori (o i suoi rapitori); un carro funebre davanti alla chiesa e una porzione non troppo grande di cielo. Osservare la strada, annotare il luogo, l’ora, la data, le condizioni meteorologiche. Osservare il resto di place Saint-Sulpice, quello che non ha importanza, l’infraordinario che fa da sfondo al passare del tempo.   Lo sguardo non vede che quello che incontra. Ma cosa succede quando non accade niente? Bisogna, scrive Perec, registrare cose prive di interesse: i grattacieli che non crollano e la terra che non trema, i mattoni, il cemento, gli orari....

Nuit Debout (parte II) / Parigi. Il marzo infinito

#75marzo. Tre giorni fa la Loi Travail è scandalosamente passata grazie al 49.3 (articolo della Costituzione che consente al Governo di adottare una legge senza il voto del Parlamento) ma le notti passate in piedi sono molte di più, e il Movimento «ne lâche rien» (non molla), anzi. La città si accende di nuove occupazioni e investimenti di spazi fortemente simbolici. Il #73marzo, mentre gli studenti occupavano un’ala delle Beaux-Arts con i militanti di Nuit Debout, l’AG (assemblée générale) si è tenuta tra lo sbocco di un ponte e i semafori spenti sul Quai d’Orsay davanti all’Assemblée Nationale, e faceva un certo effetto vederle giustapposte, queste due assemblee. …mentre scrivo leggo su Le Monde che l’occupazione delle Beaux-Arts è stata sgomberata dalla polizia stamattina e ho un moto di sconforto, mi dico che è tardi, che questo entusiasmo dovevo scriverlo prima, sbrigarmi prima a raccontarli, questi giorni; poi penso alla disciplina e alla determinazione della piazza, che fa i bagagli e si autosgombera ogni sera per tornare il giorno dopo, adesso ancora più motivata dal colpo di mano di un primo ministro che per applicare una legge iniqua ricorre a uno strumento...

Festival de Cannes 2016 / Cannes e l’inevitabile disincanto europeo

È partito con un’evacuazione d’emergenza del Palais des Festivals a scopo di esercitazione, e con un impressionante schieramento di forze dell’ordine e di militari l’edizione di quest’anno del più importante festival cinematografico del mondo. È Cannes 2016, la prima edizione dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre scorso e sul quale incombono – come per altro in tutto il resto d’Europa – le ombre di uno dei periodi politicamente più instabili della storia recente.   Difficile far finta di nulla dato che quello che sta dentro e quello che sta fuori dalla sala sono da sempre campo e controcampo di uno stesso evento-film. Il cinema ha i piedi attaccati per terra in quel mondo che lo rende possibile, come ricordava in uno splendido intervento all’apertura della Quinzaine des Réalisateurs Frank Halimi uno dei lavoratori intermittenti dello spettacolo che da anni chiedono continuità di reddito e diritti sindacali per i lavoratori e tecnici dell’industria cinematografica francese (vergognosamente fischiato dopo una decina di minuti da un irriconoscibile pubblico della Quinzaine – purtroppo composto da moltissimi italiani invitati per la première del film di Bellocchio, ai...

Nuit Debout (parte prima) / Parigi. Il marzo infinito

#67marzo. È venerdì pomeriggio e sono sul treno per Ginevra. Malinconica. Per la prima volta dopo mesi, lasciare Parigi mi dispiace di nuovo.   Quali mesi? I mesi del post Charlie e del post 13 novembre, delle agghiaccianti risposte al terrorismo da parte del governo francese e dello sconfortante – involontario? – coming out di tanti cittadini sedicenti di sinistra a un tratto colti da ottuso e viscerale nazionalismo (islamofobia?). Sono arrivata a tagliare i ponti con alcuni amici e atterrita ne ho sentiti altri cantare spensierati la Marsigliese per calmare il pianto della figlia in fasce. Ho fatto fino alla nausea i miei pellegrinaggi ai vari bar colpiti e in Place de la République, 7 minuti a piedi da casa mia; fino a non poterne più degli omaggi alle vittime su ogni supporto e dell’ «a morte i barbari» su tutte le superfici.   In quei giorni, a chi mi chiedeva angosciato che aria tirasse a Parigi, rispondevo provocatoria che non tirava nessuna aria, se non una brezzolina blandamente fascista; ma adesso, ripensandoci da qui, la città boccheggiava vivacchiando la vita di tutti i giorni sotto una cappa funerea e mortifera; e forse non (solo) per colpa degli attentati...

La scomparsa di un cantautore grande quanto schivo / Addio a Gian Maria Testa

Quando ho saputo della morte di Gian Maria Testa, dal cd della radio dell’auto stavo ascoltando “Lasciami andare”, dove il cantautore piemontese – lo spiegava nei suoi concerti – confessava l’imbarazzo di presenziare alle cerimonie funebri di amici che ci hanno lasciato più soli. “ Non sono venuto per salutare che io non lo conosco il tono giusto del saluto … e nemmeno le parole per la circostanza … lasciami andare”.Non conoscevo personalmente Gian Maria, ma da qualche anno erano sue le canzoni che mi accompagnavano nei tragitti in auto, forse un po’ stanco di tanti altri cantautori più blasonati e affermati, italiani e francesi, o di lingua inglese. Non so se mai è apparso in televisione, ma possedeva la stima di quanti apprezzano chi non ama i riflettori e preferisce un ascolto più schivo e pensoso. La malinconica tenerezza di alcune sue perle – non so se definirle canzoni d’amore –, come “Dentro la tasca di un qualunque mattino” o “Come al cielo gli aeroplani”, era la stessa che risuonava nella sua “poesia civile”, quella del disco “Da questa parte del mare” del 2006, dedicato ai migranti di ogni tempo. Una delle canzoni aveva per titolo “Ritals”, termine con cui nel sud della...

Autismo e quell'idea di normalità / L'educazione del selvaggio

Nel Vendemmiao (22 settembre-21 ottobre) del 1801, a Parigi, Gujon mette in stampa un libro di Jean Marc Gaspare Itard (1774-1838) dal titolo Dell'educazione di un uomo selvaggio, o dei primi sviluppi fisici o morali del ragazzo selvaggio dell'Ayveron. Victor è il nome che gli viene dato e vivrà circa 43 anni. La leggenda illuminista parla di un ragazzo allevato dai lupi, avvistato nei pressi di qualche cascinale, inseguito nei boschi da una muta di cani, catturato e istituzionalizzato. L'idea che Victor fosse stato un bambino normale, perdutosi per fatalità, degenerato per avere vissuto nella foresta dominava gli illuministi. La domanda era: poteva questo ragazzo venire educato? Truffaut racconta, in un film, la storia della relazione tra Itard e Victor, relazione quotidiana, in cui Itard cerca di rieducare Victor. La scena più tesa e commovente del film avviene quando Itard cerca di comprendere se Victor possa assumere un punto di vista morale, quello della disobbedienza. Lo punisce ingiustamente e Victor si ribella. Itard lo abbraccia, soddisfatto che il suo giovane paziente fosse in grado di comprendere il concetto di giustizia. Invero, nell'educare Victor, Itard usa...

Dopo gli attentati di Bruxelles / Chi sono i terroristi suicidi?

Qualcuno ricorda il nome di Ahmad Al Mohammad, il suo viso, appena incorniciato da una barba rada, il bel volto di ragazzo? E Bifal Hadf, vent’anni, cappelli ricci e radi peli sul mento, chi è? E Mohammed Al Mahmoud, faccia triste nella foto, ma così giovane anche lui? E ancora: chi sa qualcosa di Ibrahim Abdeslam trentenne francese, barbetta e occhi scuri? O di Salah Abdeslam, volto tondo, sguardo ambiguo, di anni 26? E infine chi conosce Abdelhamid Abaaoud, il più sbarazzino di tutti, sorridente, cappello di cotone in testa, quasi un rapper? Se non li ricordate: i primi tre sono quelli che si sono fatti esplodere vicino allo stadio; degli altri tre: uno si è fatto esplodere a Boulevard Voltaire, uno è scappato ed è stato preso, il terzo è stato ucciso in un blitz a St Denis. I loro nomi sono legati all’assalto al Bataclan, alla strage nei ristoranti, allo stadio di Parigi. In poco tempo anche i nomi degli uomini che spingevano il carrello all’aeroporto di Bruxelles, quelli con il guanto, sono stati identificati. Perché l’hanno fatto, perché lo fanno, perché lo faranno ancora? Secondo gli studiosi del fenomeno del terrorismo suicida – di questo si tratta – non esisterebbe...