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Polonia

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Convivere con il terrore

Lutti politicamente corretti     Il giorno dopo l’11 settembre 2001, una mia amica docente universitaria, comunista da sempre, mi dice con una certa spavalderia che per lei tre ragazzi palestinesi morti in uno scontro con la polizia israeliana proprio quel giorno la avevano impressionata molto di più delle migliaia di morti sulle Twin Towers a New York. È quel che si dice “avere due pesi, due misure”. Si ripete questa accusa dei due pesi e delle due misure ogni volta che qualche massacro in Occidente impressiona profondamente la nostra opinione pubblica. La si è tirata fuori, ovviamente, anche a seguito dell’eccidio del 13 novembre a Parigi. Si è detto: “Perché piangiamo tanto i 130 morti di Parigi e non gli oltre 40 morti di Hezbollah ammazzati qualche giorno prima a Beirut? Perché non siamo ugualmente scossi dai 224 passeggeri russi uccisi nell’esplosione dell’aereo sul Sinai l’8 novembre scorso? Eppure gli assassini sono più o meno gli stessi. I morti non sono tutti eguali?”   No, i morti non sono mai tutti eguali. La morte non ha lo stesso significato...

Le brioche dopo la battaglia

English Version     Quando al mattino, nel bar sotto casa, intingo la brioche ancora tiepida nel cappuccino, che si è immediatamente freddato, non posso fare a meno di pensare alla mia amata Polonia e all’assedio di Vienna del 1683. Data storica di straordinaria importanza: l’avanzata degli ottomani verso la conquista di tutta l’Europa fu fermata definitivamente e da lì iniziò il declino del loro impero. L’assedio alla capitale dell’Impero asburgico era iniziato il 14 luglio con un esercito immenso, guidato dal feroce gran visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha. Ma, nei due mesi successivi, gli assedianti non riuscirono a espugnare Vienna nemmeno con le cannonate e vennero a poco a poco sfiniti da varie epidemie (soprattutto dissenteria). Gli ottomani tentarono persino di entrare in città scavando ardite gallerie sotterranee, in modo da prendere di sorpresa gli assediati durante la notte. Ma, dice la leggenda, furono scoperti dai fornai viennesi che stavano cuocendo il pane per il mattino seguente. Per celebrare lo scampato pericolo, si narra che un pasticciere di nome Vendler inventò il “cornetto...

Salvare se stessi

Tra il 9 e il 13 settembre del 1943 circa mille profughi ebrei provenienti da tutta Europa, che erano stati concentrati dalle autorità di occupazione italiana nella residence forcée di Saint-Martin-Vésubie, attraversarono il Colle delle Finestre e il Colle Ciriegia per sfuggire allo sterminio nazifascista. Profughi da tutta Europa, tra cui bambini di pochi mesi e persone anziane, scesero in Valle Gesso alla ricerca di un rifugio in Italia. La marcia “Attraverso la Memoria”, oggi alla XVII edizione, ricorda la loro epopea.   English Version Version française       Vite in trappola   Una famiglia seduta a tavola consuma un pasto frugale. Si respira preoccupazione, paura, tensione. La madre esplicita per l'ennesima volta un pensiero che oramai è un'ossessione, o è la prima occasione in cui se ne parla. I figli non capiscono, intuiscono, sanno. Andiamocene da qui, scappiamo. Mamma e papà litigano, piangono e si abbracciano, si rassicurano.   Andrà tutto bene.   Dobbiamo provare a immaginare questa scena, sapendo che è avvenuta milioni di volte nelle sue...

Günter Grass. Sbucciando la cipolla

Sbucciando la cipolla è il testo-verità dell’ultimo Grass. Questo scritto autobiografico ormai considerato come il libro dello scandalo, scuote l’opinione pubblica scatenando una tempesta di prese di posizione, di giudizi e di commenti sulla stampa tedesca e internazionale nel mezzo dell’estate del 2006. Esso compare nelle librerie poco dopo che, il 12 agosto, in un’intervista rilasciata alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, lo scrittore danzichiano – ormai settantottenne – ne ha anticipato i punti salienti e ha dichiarato di aver finito per arruolarsi per poche settimane, negli ultimi mesi di guerra, in un reparto delle Waffen-SS, il famigerato corpo elitario dell’esercito tedesco composto da fedelissimi di Hitler, come volontario presso l’artiglieria contraerea. È un duro colpo per la sua immagine pubblica, che ne esce scalfita. Si fa a gara a rinfacciare a Grass i trascorsi giovanili, con il rischio che ne resti travolta la credibilità del suo ruolo di «apostolo della morale», secondo la formulazione del settimanale “Der Spiegel” che poco dopo, il 21 agosto, gli dedica una...

Questa storia finisce ad Auschwitz

Carlo Greppi   Questa storia finisce ad Auschwitz   Pubblichiamo per gentile concessione dell'autore e dell'editore un estratto dell'e-book La nostra Shoah. Italiani, sterminio, memoria appena edito da Feltrinelli Zoom.     Noi, italiani. Loro, ebrei. L’identità, il sentirsi parte di un gruppo umano, può alterare in maniera sorprendente la percezione del passato che abbiamo alle nostre spalle, soprattutto se si tratta della storia di un genocidio che è avvenuto anche a casa nostra. Anche se giuridicamente definisce il tentativo – non necessariamente riuscito – di eliminare un altro gruppo umano “in quanto tale” (as such), la parola “genocidio” evoca sempre enormi quantità di morti. Ma non bisogna dimenticare mai che i morti muoiono se qualcuno prima li identifica da vivi, qualcuno li denuncia, qualcuno li cerca, qualcuno non li protegge, qualcuno li consegna, e qualcuno li uccide. È successo anche sulla penisola italiana, e questo deve essere il nostro punto di partenza. Il modo in cui si è raccontata la storia della Shoah in Italia nei settant’anni che...

Un favoloso giovane, Jerzy Grotowski

L’immagine del teatro? Un uomo che dipinge un ritratto. “L’attore è il suo braccio – e il suo cuore. Il regista è la sua volontà creativa. Lo scenografo il suo respiro – la sua possibilità di respiro. L’autore della messinscena è il cervello: la consapevolezza”. È il 1958, l’epoca di queste icastiche Conversazioni a Elsinore, e Jerzy Grotowski è un giovane Amleto che, nella Polonia prudentemente riformista di Gomulka, va cercando il Graal. La giovinezza, del resto, non può chiedere di meno, vuole rivoltare di sotto in su le convenzioni che affliggono la scena, che a quel tempo (e oggi no?) assumono due maschere: la reviviscenza naturalistica (Attore I) e la finzione consapevole (Attore II). Due bigottismi si contendono il dominio della scena rivendicando ciascuno la sacralità di un metodo, ma dimenticando il Motto. E il motto è “ritrovare il Graal – andare oltre la limitatezza e la fragilità dell’egocentrismo – verso gli altri esseri umani, verso la natura, consapevoli di questa unità universale la cui espressione più...

Walesa, l'uomo della speranza

 All’ultima Biennale del cinema di Venezia è stato presentato in anteprima un film polacco molto atteso, del quale tutti in Polonia hanno poi animatamente discusso: Człowiek z nadziej (L’uomo della speranza). È film che il grande regista Andrzej Wajda ha dedicato al fondatore di “Solidarność” Lech Wałęsa. Un film molto bello, niente affatto retorico, a volte persino assai ironico, basato su un sapiente montaggio di spezzoni documentari d’epoca e ricostruzioni girate oggi con gli stessi personaggi. L’ossatura del film ruota attorno all’intervista che Oriana Fallaci fece, recandosi apposta a Danzica, a Wałęsa, pochi giorni prima del colpo di stato militare del 12 dicembre 1981 (il testo si trova in O. Fallaci, Intervista con il potere, Rizzoli, Milano 2009).     Inizialmente tra la giornalista (interpretata nel film dall’intensa Maria Rosario Omaggio) e il capo operaio furono scintille, tanto che la Fallaci disse: “…lei ha uno stile autoritario, tipicamente dittatoriale, e siccome ce l’ho anch’io, qui si pone un problema. Il problema di trovare un modus vivendi, venire a patti...

Ucraina dieci anni dopo

Ricordo benissimo il momento in cui varcammo il confine tra Polonia e Ucraina. Era l’ottobre del 2004 e con Marco Belpoliti stavamo facendo il primo sopralluogo per quello che sarebbe diventato La strada di Levi. Sapevamo che quel confine – pur dopo l’esperienza forte della visita ad Auschwitz – significava il superamento di un limite. Di là ci aspettava qualcosa che non era ancora l’Oriente, ma non era più l’Occidente: una terra di mezzo. Sospesa non solo tra i punti cardinali, come avremmo scoperto, ma anche tra presente e passato.   Ricordo, per esempio, come subito il traffico si diradò e come, dopo la prima curva, ci apparve, in mezzo alla strada, una mandria di mucche.  La conduceva una contadina larga come la stessa Ucraina sulla carta geografica, la faccia gioviale e rubizza, per nulla preoccupata del fatto di bloccare il traffico. Capimmo al volo che quelli fuori posto eravamo noi: la nostra fretta, il nostro “avere una missione”, il nostro senso del tempo. Lungo il viaggio, che si snodò poi attraverso una natura maestosa e serena (quella che, secondo le sue parole, rappacificò...

Treno notte direzione Ucraina

Due estati fa, ad agosto, sono andata a Leopoli. Ero già stata in Ucraina. A Kiev, per un convegno qualche anno prima. Ma adesso è diverso. Non devo lavorare, non girerò per ambasciate e università. E poi questa volta c’è Giacomo, mio figlio. Siamo partiti da Cracovia con il treno che durante la notte attraversa il confine. Un treno che parte un giorno sì e uno no.  Molti anni fa partiva tutti i giorni. Ci andavano i nipoti a trovare d’estate i nonni, o i ragazzi le fidanzate. Perché un tempo Leopoli (L’viv, in ucraino) era polacca. Prima che i sovietici la invadessero nel ’39 dopo il patto Molotov-Ribbentropp. Prima che ci tornassero nel ’45, a guerra finita, da vincitori.     Siamo soli in un cuccetta da tre. Sul letto, in regalo, salviette, spazzolino da denti da viaggio, sapone. Alle due di notte bussano. Dogana polacca. Controllo passaporti. Giacomo dorme. Una signora in divisa mi sorride, punta la pila sul viso di Giacomo che si sveglia e la guarda inebetito. “Le somiglia”, mi dice in inglese. Sorrido. Non mi riaddormento. Rimango al buio, in ascolto. Rumori...

Kapuściński e io

Ryszard Kapuściński era un uomo molto inquieto: non riusciva a star mai fermo. Dopo pochi giorni che era nella sua bella casa zeppa di libri, sulla ulica Prokuratorska, a Varsavia, trovava sempre un pretesto per ripartire. Ho sempre pensato che sua moglie, la dottoressa Alicja, fosse una santa. Le prime volte che lo cercai per telefono mi rispondeva che non sapeva bene dove fosse suo marito e che, forse, lo avrebbe sentito tra un paio di settimane. Si perdeva nel mondo. Del resto, per scrivere aveva bisogno del movimento. E anche del fiato sul collo dei redattori. I capitoli dei suoi libri sembrano puntate di reportage, scritte come se fosse all’ultimo momento (anche quando sono il frutto di lunghe e meticolose rielaborazioni     Sono passati ormai sei anni dal quel freddo 23 gennaio del 2007, quando arrivò la notizia che Kapuściński non era sopravvissuto a un’operazione chirurgica non più rimandabile. Mi manca molto l’amico e, allo stesso tempo, sento una grande amarezza per dover esser stato, purtroppo tra i non molti, a doverlo difendere dal fango che, passati appena pochi anni dalla sua scomparsa, gli ha gettato addosso il...

La prima volta

Il 30 dicembre 1922 nasce l'Unione Sovietica. Il 26 dicembre 1991, dopo 69 anni di onorato servizio, si sfalda in quindici pezzi. Quello che ne rimane é uno dei territori più affascinanti del mondo, e questo é il racconto delle dodici volte in cui ci sono stato.     Alle 6 del mattino di un giorno di luglio del 2005, sulla spiaggia di Zelenogradsk, scattai questa foto. Stavo cercando di aggirare gli insistenti inviti a fare un bagno nel Mar Baltico e subito dopo lo scatto, seduto sulla sabbia, guardai i tre denudarsi e gettarsi in acqua. Era la mia prima volta nell'ex Unione Sovietica. Mi trovavo distante decine di chilometri dal posto dove alloggiavo e guardando Max, l'uomo al centro della foto, fare il bagno nudo nel Baltico con le due ragazze, mi sembrava incredibile che fossi in Russia solo da 24 ore.   Eravamo partiti per quello che sarebbe stato il primo di una serie di viaggi nell'ex Unione Sovietica, l'unico grande impero che la nostra epoca ci aveva dato modo di conoscere. Per anni avevamo pianificato vari itinerari per attraversarlo, e alla fine il punto da cui iniziammo fu Kaliningrad.  ...

Witold Gombrowicz. Kronos

“In generale si è mangiato abbastanza bene, tranquillamente si è vissuto, finché… Kismet (parola turca che significa: Destino)”, questo annotava, al termine della sua vita, nel 1968, lo scrittore Witold Gombrowicz, partito dalla Polonia nel 1939 alla volta dell’Argentina, dove visse ventiquattro anni, per poi stabilirsi prima a Berlino e poi a Vence, in Provenza (dove è sepolto, vicino ai girasoli). Questa sorta di bilancio, abbastanza inconsueto in un egocentrico esuberante (almeno in pubblico) come lui, si può ora leggere in Kronos, il suo diario-segreto inedito, appena pubblicato in Polonia dalla casa editrice Wydawnictwo Literackie di Cracovia, che è stato presentato lunedì a Varsavia, dalla sua vedova, la canadese Rita Labrousse, che per molti anni ha gelosamente tenuto nel cassetto questo materiale, ritenendo giustamente che potesse essere accessibile e apprezzabile nella giusta misura soltanto quando, come avviene oggi, l’opera di Gombrowicz fosse ben conosciuta, in patria e nel mondo, e la morale sessuale finalmente più aperta e libera.     Kronos è una sorta...

EURO 2012 – Prima giornata

GUIDA A EURO 2012 – Istruzioni per l’uso   Questa è una sbrigativa guida alla visione (o alla non-visione) delle partite di Euro 2012. Serve a capire che partite guardare e quando, invece, andare al cinema. Ovviamente possiamo sbagliarci: Polonia–Grecia potrebbe essere stupenda, ma visto che al mondo non c’è tempo per tutto e, di solito, bisogna decidersi a partire da informazioni parziali, non resta che affidarsi ad un giudizioso pregiudizio. E questo appunto vi sottoponiamo, un pregiudizio ispirato al buonsenso e basato su alcune grossolane categorie: il tasso tecnico e lo stato di forma delle squadre, la rivalità storica tra i contendenti, le ferite nell’inconscio collettivo, il desiderio di riscatto dei singoli, i pettegolezzi dell’ultimo minuto.   Per vostra comodità, la nostra guida è organizzata come una qualunque recensione:    **** Imperdibili. Da vedere rigorosamente al bar o a casa di amici, con uno schermo decente e delle birre in frigo. Le partite di questa categoria (che ovviamente comprende tutte quelle dell’Italia) le vorranno con tutta...

La fine del comunismo

In questi giorni la Polonia inizia il suo semestre di dirigenza dell’Unione Europea. Il suo programma è molto ambizioso e riflette le aspettative di un paese che, in ventidue anni, ha bruciato le tappe ed è oggi uno dei più solidi e convinti paesi d’Europa. Fa un certo effetto andare indietro con la memoria al 1989 quando, con la cosiddetta Tavola Rotonda, si avviò un processo di radicale cambiamento che, dalla Polonia, si estese a tutti i paesi dell’Est europeo, Russia compresa. Di quei mesi ormai si sa molto: sono stati scritti svariati libri e resi pubblici importanti documenti. Ma per ricostruire quell’atmosfera, come spesso accade, è più utile servirsi di un libro di fiction che, pubblicato nel 1992, mantiene ancora intatta la forza narrativa oltre a stupire per la massa di informazioni, esatte, che contiene, soprattutto sul mondo dei servizi segreti che, anche in quell’occasione, giocarono un ruolo estremamente importante. L’autore allora faceva il giornalista e collaborava ai settimanali “Panorama” ed “Espresso” con inchieste sul terrorismo, la finanza e il Vaticano...

Di libro in libro scorre la vita

Certe volte capita che la lettura di un libro metta in moto una reazione a catena, per cui si sente il bisogno di dipanare una matassa, si ricorre ad altri libri, ti tocca fare i conti con episodi del passato, si ritorna ai libri e si va avanti, fino a quando si mette un punto. Per modo di dire.   Chernobyl di Francesco Cataluccio mi ha portato a Imperium di Ryszard Kapuscinski, come tenendomi per mano. Il 4 giugno 1933, mentre in Ucraina si muore di fame e le madri impazzite mangiano i propri figli denutriti, il responsabile della catastrofe passata alla storia col nome di Holodomor, Stalin, approva l’esecuzione del suo progetto più folle, la costruzione del Palazzo dei Soviet a Mosca: l’edificio, racconta Kapuscinski, avrebbe dovuto oscurare l’Empire State Building; alto 415 metri, sormontato da una statua di Lenin alta tre volte la Statua della Libertà, (il cui dito indice avrebbe dovuto misurare 6 metri), a costruzione ultimata avrebbe raggiunto una capacità di 7 milioni di metri cubi, equivalente alla cubatura dei sei massimi grattacieli newyorkesi di allora, un vero schiaffo all’America. Mentre sulle strade e fra i...

Salvatore Quasimodo / Il mio paese è l’Italia

  Una delle nove poesie della raccolta La vita non è sogno, nella quale Quasimodo ribadiva la svolta ‘civile’ della propria scrittura (già testimonia nella precedente Giorno dopo giorno) Il mio paese è l’Italia venne composta, come le altre della silloge, negli anni dell’immediato dopoguerra. Sospeso tra ricordo e riscatto, tra lutto e tensione alla vita, il poeta è custode della memoria della tragedia bellica e dello sterminio e insieme fautore dell’utopia di una patria comune.     Più i giorni s’allontanano dispersi e più ritornano nel cuore dei poeti. Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno con le colline di cadaveri che bruciano in nuvole di nafta, là i reticolati per la quarantena d’Israele, il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido, le catene di poveri già morti da gran tempo e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani, là Buchenwald, la mite selva di faggi, i suoi forni maledetti; là Stalingrado, e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta. I poeti non...

Primo Levi, alle origini della zona grigia

Pubblichiamo un commento di Marco Belpoliti agli articoli di Sergio Luzzatto e Domenico Scarpa, apparsi il 19 giugno 2011, qui riprodotti per gentile concessione del Domenicale Sole 24ore. Il Domenicale ha un nuovo caporedattore, Armando Massarenti, e un nuovo formato – più grande – che ritorna alle sue origini, dopo l’esperimento del tabloid-rivista dell’anno trascorso, continuando così una tradizione grafica e culturale assai importante nel paesaggio giornalistico italiano.     Quando saranno raccolte e pubblicate le lettere di Primo Levi, si scoprirà che i suoi libri sono sempre accompagnati da una continua messa a fuoco di temi e problemi, approfondimenti e cambiamenti progressivi, di cui l’epistolario è senza dubbio il documento più vivo. Per quanto sia riuscito a leggere delle lettere di Levi nel corso della curatela delle sue “Opere”, uscite presso Einaudi in nuova edizione nel 1997, sovente custodite da amici e interlocutori più o meno occasionali, mi è subito parso evidente che non esiste un Levi intimo o privato, in vena di confidenze personali (ci sono anche...

Per sconfiggere l’entropia

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno omogenee. Un’idea interessante che però funziona soltanto nei primi due casi: lo stridore e l’incoerenza non sempre sono un valore, e queste purtroppo sono le caratteristiche di molte parti della Biennale, soprattutto all’Arsenale.   Giardini. Da qui conviene quindi partire, senza un itinerario preciso, annotando soltanto quello che è interessante. È...

Anteprime / "Chernobyl" di Francesco M. Cataluccio

Pubblichiamo in anteprima il primo capitolo di Chernobyl di Francesco M. Cataluccio, in uscita presso l'editore Sellerio il 7 aprile prossimo, qui commentato in esclusiva per doppiozero da Antonella Anedda, Marco Belpoliti, Davide Ferrario e Luca Scarlini.   Il primo capitolo del libro (scarica il pdf)     Commenti: Antonella Anedda La stella nera di Chernobyl comincia dal suo nome: chornyi (nero) e byllia (steli d’erba) e immediatamente si lega a un destino di amarezza. L’erba nera si riferisce all’Artemisia absinthum, ossia la componente principale dell’assenzio, mentre “amaro” viene definito da Erodoto il Nipro, cioè il Dnepr. A questo luogo che sembra predestinato al dolore Francesco Cataluccio dedica un libro rigoroso come una testimonianza ed emozionante come un film. La voce che racconta è pacata, le immagini che evoca sono veloci. Lo sfondo è vuoto, gli scenari distrutti, la voce fuori campo è sola. Cataluccio non è soltanto autore del libro intitolato Chernobyl ma attore, suo malgrado, di una vicenda che non avrebbe voluto attraversare: nell’aprile del...

Patria

“Patria”: non sarà inutile soffermarsi sul termine. Si colloca vistosamente fuori del linguaggio parlato: nessun italiano, se non per scherzo, dirà mai “prendo il treno e ritorno in patria”. È di conio recente, e non ha senso univoco; non ha equivalenti esatti in lingue diverse dall’italiano, non compare, che io sappia, in nessuno dei nostri dialetti (e questo è un segno della sua origine dotta e della sua intrinseca astrattezza), né in Italia ha avuto sempre lo stesso significato. Infatti, a seconda delle epoche, ha indicato entità geografiche di estensione diversa, dal villaggio dove si è nati e (etimologicamente) dove hanno vissuto i nostri padri, fino, dopo il Risorgimento, all'intera nazione. In altri paesi, equivale press'a poco al focolare, o al luogo natio; in Francia (e talora anche fra noi) il termine ha assunto una connotazione a un tempo drammatica, polemica e retorica: la Patrie è tale quando è minacciata o disconosciuta. Per chi si sposta, il concetto di patria diventa doloroso ed insieme tende ad impallidire; già il Pascoli, allontanatosi (non poi di molto...

Imagine

Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un...