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Roma

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La mappa della Roma di Cagliostro

L’Università dell’Oregon ha lanciato, pochi anni fa, un sito curioso: la versione digitale e interattiva de “La Pianta grande di Roma” del 1748 dell’architetto Gianbattista Nolli. Il sito permette non solo di zoomare le vie e i monumenti, ma anche di sovrapporre i diversi livelli: giocando con le intensità si può colorare il corso del Tevere di celeste, visualizzare le mura, gli ingressi, i giardini e le fontane della città, evidenziare gli antichi quartieri, cioè i rioni (Borgo, Campitelli, Campo Marzio, Colonna, Monti, Parione, Pigna, Ponte, Sant’Angelo, Seustachio, Trastevere e Trevi) e, soprattutto, divertirsi a sovrapporre l’attuale fotografia satellitare della città alla Roma di metà Settecento. L’esperienza di navigazione è notevole perché la carta del Nolli è uno dei più preziosi documenti urbanistici mai conservati. Gli accademici americani la definiscono, senza mezzi termini nell’introduzione al sito, “one of the most revealing and artistically designed urban plans of all time”.     A prima vista si può...

Robert Capa in Italia

A fine settembre, un pomeriggio, entro a Palazzo Braschi con un amico per vedere la mostra di Robert Capa organizzata dal museo romano per celebrare i settant'anni dello sbarco in Italia degli Alleati. Ogni mostra è, ovvio, una partita a ping pong fra le rappresentazioni esposte e il cervello dello spettatore; ma in questo caso particolarmente peculiare, dopo un primo giro, è la sensazione personale di considerare le immagini delle macerie, dei popolani siciliani e napoletani, dei soldati americani in azione, non come produzioni dirette dell'obiettivo del fotografo, quanto echi visivi di un immaginario presente nella mia mente già prima di entrare nella sala, e da queste figure solamente confermato. In altri termini, il reportage fotografico di Capa si è talmente cristallizzato in icona da produrne il paradosso di un'idea così radicata nella coscienza collettiva che ha trasformato le immagini che la rappresentavano in semplici subordinate interscambiabili.   La distanza temporale fra quello che le fotografie di guerra di Robert Capa rappresentavano – o volevano rappresentare – al momento in cui furono scattate e...

Jan Fabre. Stigmata

Nell'aprile del 1989, nel corso di una lecture tenuta al Rijksalacademie di Amsterdam, Jan Fabre (Anversa, 1958) definisce l'importanza del disegno quale archetipo della sua ricerca artistica, in qualsiasi forma essa si manifesti, e genesi del suo complesso e variegato immaginario.   Per Fabre disegnare è in primo luogo un dialogo fisico, un esercizio corporeo costante, un'esperienza tattile, solo successivamente mentale e psichica. È, come egli descrive, una sorta di “danza dei polsi”, in quanto la scioltezza delle linee – definite con mezzi diversi e su supporti di varia natura – è determinata dall'agilità muscolare della mano, dalla flessibilità delle articolazioni, dallo scorrere rapido delle dita. L'artista si serve dell'organico e dell'inorganico, del naturale e dell'artificiale, del sangue umano o dell'inchiostro di una biro, per solcare e configurare lo spazio: sia esso un foglio di carta o una porzione di corpo, una parete o un palcoscenico.   Per Jan Fabre disegnare è dare vita ad un insieme di segni cangianti che evolvono incessantemente, come ad esempio...

Le apocalissi di Spregelburd

Sarà per quella pioggia che scende ormai da giorni e che tutto allaga; sarà perché non c’è nessuna arca pronta a salvare il Belpaese che smotta e perché la fragile intercapedine del tetto del teatro durante lo spettacolo non ci fa dimenticare quel continuo stillare da Diluvio Universale; sarà per questo, e per altro, che Rafael Spregelburd nel teatro italiano, tra quest’acqua incessante che trasforma tutto in palude, fa l’effetto di un fuoco incendiario.     Lo scrittore e regista argentino non ha niente del nichilista russo e neppure del rivoluzionario nostrano d’antan: appicca fiamme mentali costruendo bombe teatrali a orologeria, che ti catturano con un’invenzione subito evidente, ti distraggono in un apparente clima di innocua conversazione borghese, magari con qualche pizzico di accento da moralista classico con spruzzate di umorismo sudamericano, e stritolano per slittamenti continui i cliché nei quali ci culla la società dell’informazione e dello spettacolo.     Roberto Canziani, in una bella presentazione del suo Furia avicola su un quotidiano, racconta...

Giulio Paolini. Essere o non essere

C’è una foto. Un uomo è affacciato alla ringhiera di un balcone. Il parapetto è in ferro battuto. L’uomo è distante. Se ne scorgono appena le sembianze. L’artista fotografa se stesso, poi, nello stesso punto, la sua immagine. La porta finestra è così chiusa e impedisce lo sguardo sull’interno: lo studio d’artista.   Giulio Paolini Essere o non essere, 1994-95 Allestimento Salone della Ragione, Padova, 1995 Foto Attilio Maranzano   L’autore è dentro e fuori l’opera. L’opera, Delfo IV (1997), è la quarta di una serie nata nel 1965 ed è la prima mostrata nella personale di Giulio Paolini, Essere o non essere, curata da Bartolomeo Pietromarchi e in corso al macro fino al 9 marzo. L’esposizione raccoglie una quindicina di opere, principalmente degli anni novanta e duemila, esplorando un aspetto centrale nella poetica dell’artista: l’atto creativo.   Giulio Paolini Segni particolari, 1996-2013 Courtesy l’artista   Cosa significa per Paolini creare immagine? I primi due lavori riassumono subito il concetto e il movimento della...

L’ultimo degli ingiusti

Aspettiamo dietro la porta. Dentro una troupe televisiva sta intervistando Claude Lanzmann. Vanno per le lunghe. Comprensibile, forse, dato che non capita tutti i giorni di parlare con l’autore di Shoah, il film di oltre dieci ore in cui il regista e intellettuale francese fa parlare i sopravissuti della deportazione e dello sterminio degli ebrei europei. In questi giorni non c’è giornale, TV o radio che non l’abbia sentito, che non abbia raccolto la sua voce e le sue dichiarazioni.   Il suo nuovo film, L’ultimo degli ingiusti, è uscito a novembre in Francia e ora anche in Italia. Un film a suo modo scandaloso. A distanza di trent’anni dal suo capolavoro Lanzmann fa parlare uno dei personaggi più discussi della terribile stagione che sconvolse il Vecchio continente: Benjamin Murmelstein, il capo del Consiglio ebraico di Theresienstadt, a meno di 100 chilometri da Praga, il ghetto modello costruito dai nazisti per mostrare al mondo come venivano trattati gli ebrei deportati. Il rabbino Murmelstein è l’unico Decano dei ghetti costruiti dai nazisti a essere sopravissuto. Prima ancora era stato un personaggio...

Non rinunciare ai sogni

“Non è giusto che rinunci ai tuoi sogni”, mi ha detto mio padre una mattina, tendendomi un'imboscata all'uscita dal bagno. Ero di fretta, perché erano già le cinque e mezza e per le sei dovevo essere in pasticceria, così non ho dato molto peso alle sue parole, attribuendole a un episodio di sonnambulismo melenso, una nuova patologia da studiare.   Quella frase, però, mi è stata ripetuta quella sera stessa da Alessandro, mio antico compagno di corso alla gloriosa Facoltà di Architettura di Valle Giulia. Si è laureato cinque anni dopo di me, MA suo padre ha uno studio molto bene avviato. Mi ha invitato a cena a casa sua, un attico con vista su piazza di Spagna, e mentre bevevamo il bicchiere della staffa mi ha detto proprio così: “Non è giusto che rinunci ai tuoi sogni”, offrendomi un posto nel suo studio. Non ho risposto, stupefatta com'ero: possibile che potesse essere così facile?   Alessandro non mi è mai piaciuto, per la verità non mi è neanche mai stato troppo simpatico, ma mi stava dietro da anni e per una volta, forse, ho...

Luisa Lama. Nilde Iotti

«Sono passati più di sei mesi… nessuna responsabilità di lavoro mi è stata affidata. Questo pone una compagna in una posizione non giusta, quasi di un’intrusa. … Oggi io chiedo di poter lavorare e di poter rispondere del mio lavoro di fronte al partito e all’organizzazione a cui fin dall’inizio ho dato i miei sforzi, credo con discreto risultato»: è il 4 giugno 1952, Nilde Iotti ha 32 anni, è parlamentare della Repubblica italiana, prima ancora Costituente, e questa lettera a Luigi Longo - vicesegretario del Pci - dice molto del suo carattere e della sua personalità. Non ci sta a essere relegata a una posizione subalterna, a dover pagare professionalmente il fio del legame con Palmiro Togliatti, per lei irrinunciabile.     La sua parabola pubblica e quella privata, così intrecciate e così dentro la storia del nostro Paese, sono ricostruite nella biografia di Luisa Lama (Nilde Iotti. Una storia politica al femminile, Donzelli), una bella occasione per conoscere da vicino una protagonista della politica e al contempo ripercorrere un pezzo di vita della Repubblica...

Un flusso di nome RezzaMastrella

Quando vai a vedere uno spettacolo di RezzaMastrella è difficile restarsene piccoli piccoli e anonimi seduti nel buio della propria poltroncina, sperduti tra il pubblico. Da un lato perché non sai mai quello che può accadere, dall’altro perché è comunque un’esperienza starsene con la mente aperta a godere di un palco così bene abitato. E allora ti può capitare di essere travolto dal flusso di Antonio Rezza, davvero un animale da palco!, e di rimanere imbozzolato negli habitat di Flavia Mastrella. Il loro lavoro è sempre coinvolgente e a tratti destabilizzante rispetto ai limiti che solitamente (per convenzione o per convinzione) ci imponiamo. I loro spettacoli sono veri e propri laboratori dove si sperimentano idee; spazi in cui le loro bizzarre trovate si affiancano e si susseguono una dopo l’altra. Nell’Antologia che è in programma al Teatro Vascello di Roma fino al 19 gennaio 2014 è possibile ripercorrere il percorso che Antonio Rezza e Flavia Mastrella hanno portato avanti negli ultimi dieci anni. Un decennio molto importante che ha segnato una svolta per i due artisti che erano...

Oltre l'estetica di Calimero

Cosa ci spinge a esibire le campagne pubblicitarie di cinquanta, sessanta anni fa? A considerarle mirabili? A Roma si è conclusa la mostra Il cibo immaginario, mentre a Milano una retrospettiva su Calimero, storico testimonial del detersivo Ava, proseguirà fino al 9 marzo. Sono gli esempi più recenti. Ciò che la cultura ufficiale non dedica al linguaggio pubblicitario dei suoi anni, lo fa con vecchi poster, figurine da collezionisti, gadget ingialliti.     In effetti ogni epoca della pubblicità consente ottime selezioni su base estetica. Anche quella attuale. Le campagne degli ultimi dieci anni sarebbero altrettanto rappresentative – così come viene detto delle vecchie – dei mutamenti sociali e culturali. Però quest'altra mostra dell'oggi non può davvero avvenire. Perché? Il punto è in un fenomeno poco osservato: il cambio di natura della pubblicità nel tempo. Dentro la sua epoca essa suona invadente, aggressiva, magari anche disumana, ma lo sguardo dei posteri la rende innocente, innocuo svago, arcadia immaginaria di un consumismo sano, forma del bello....

Un'infanzia comunista a Firenze

Pubblichiamo un antefatto inedito relativo al nuovo libro di Luca Scarlini, Siviero contro Hitler. La battaglia per l’arte (Skira). In libreria da gennaio     Da bambino non andavo d’accordo con mio padre. Come lui non era quasi mai dalla mia parte nei vari eventi quotidiani. Quando alle elementari, in una scuoletta di campagna a Sesto Fiorentino, mi chiedevano che mestiere faceva, visto che ne aveva vari, improbabili, provvisori e immaginosi, dallo scarso quanto precario reddito, quello che mi veniva per primo era “eroe”. Già per segnalare la sua veste di partigiano segretario regionale dell’ANPI toscana.   Mi riusciva sempre difficile pronunciare quella parola: a un certo punto mi veniva da ridere. L’eroe nello specifico era bulimico di paste con la crema, budini di riso e ammirazione. Ovviamente a momenti da bambino diventavo anoressico per non seguire i suoi trip di iperalimentazione (tre colazioni per mattina, sempre dicendo: prima non ho mangiato). Di conseguenza da subito sono stato bravissimo nello sfuggire ai trucchi di oratori di sinistra altrettanto ingordi di onori. Ho sentito il primo comizio, di...

Il cibo immaginario

Lo confesso: non avevo mai capito il carosello dell’olio Sasso, quello dove Mimmo Craig canticchia “la pancia non c’è più”.     C’è un signore un po’ tonto che ha incubi strani. Sogna di incontrare una signorina di bella presenza che ha l’aria di starci. Insieme giocano a palla o con l’aquilone sulla riva del mare. Tutto molto romantico, grandi sorrisi e sottili ammiccamenti, con Morning Mood di Edvard Grieg a incanalare le reciproche effusioni. E con un finale da pagliacci, dato a che a causa del pancione lui perde l’equilibrio e cade. Al risveglio scopre che la pancia sta solo nel sogno perché a casa sua, grazie alla cameriera nera con uniforme d’ordinanza, si cucina con l’olio pubblicizzato. “La pancia non c’è più”, canta il tizio con un ritornello che, appunto, diverrà un tormentone mediatico. Ma resta un senso curioso d’imperfezione: si trattava d’un incubo? Tutto sembrava così bello, tenero, pulito. In fondo, lui alla fine cade, ma la ragazza non fugge. Lo adora anzi, forse proprio per la sua congenita...

Zombitudine

Il futuro incombe dal buio di adesso. C’è, ma non si vede, perché capita ad altri. A Loro: gli Zombi. La vita dura un battito di ciglia, le banche, la finanza, le multinazionali sono morti che vivono per sempre. È la fine che abbiamo fatto e continuiamo a fare in Italia. Ogni giorno di più. Bisognerebbe strappare la biografia del presente al limbo della crisi economica ed esistenziale e dirigerla in ciò che vogliamo impersonare: una comunità da difendere. Zombitudine, scritto, diretto, interpretato e prodotto da Elvira Frosini e Daniele Timpano ci fa sbancare il lunario della sopravvivenza con una bomba di ironia a grappolo mezza viva e mezza morta. Un nudo integrale delle paure di cui non possiamo fare a meno per morire da vivi. Un varietà esalante fuochi d’artificio sul “fine pena mai” di esistere, che seziona l’attualità con il bisturi dell’immaginario horror.   Fotografia di Donato Acquaro   Un uomo e una donna, le fedi al dito, sono “rifugiati teatrali” insieme al pubblico. Vestiti con abiti color pastello, hanno con sé solo una valigia e...

Tavoli | Giovanni Anceschi

L'occhio aereo di Giovanna Silva, per sua natura, non può glissare su nulla, e anche gli oggetti più desueti – dalla mezzaluna asciugacarte, orfana di stilografica, alla pallina rossa da tormentare per sgranchirsi le dita – sono costretti a impressionare l'obiettivo e a chiamare l'attenzione quando forse scomparirebbero per primi (specie con le strettoie di un pur generoso conteggio-parole da blog) nella selezione che è connaturata a qualsiasi descrizione.   Tuttavia, sempre per sua natura, allo stesso occhio non è concesso di attraversare la superficie del tavolino bianco che Giovanni Anceschi ha disegnato per sé alla leggendaria scuola di Ulm e che i colleghi di una classe della Metallwerkstatt hanno realizzato per lui, né può interrogarlo sui viaggi che, nel corso di quasi mezzo secolo, lo hanno portato come un rigido tappeto volante estetico-funzionale dal continente alla penisola fino in Algeria e di lì ancora a Roma e a Milano. Se potesse, vedrebbe – oltre a una collezione di chincaglierie emerse come conchiglie da una lunga risacca novecentesca e stipate di anno in anno in...

Sacro romano GRA

Pubblichiamo un estratto da Sacro romano GRA di Nicolò Bassetti e Sapo Matteucci pubblicato da Quodlibet Humboldt da pochi giorni in libreria   «Centro… Centro!», ci dicono sorridenti due giapponesi, indicando con l’indice il pavimento del Vittoriano. L’Altare della Patria, per i romani la Macchina da Scrivere, è amato dai turisti quasi quanto il Colosseo. Dalla sommità, sotto i cavalli e le bighe delle vittorie alate, si vede magnificamente tutta Roma, anzi si possiede. Forse per questa ragione, istintivamente, molti lo sentono il centro, ma altri invece dicono: «San Pietro», «piazza di Spagna», oppure, poco più in là, «piazza Venezia».   L’ossessione del centro è comprensibile per chi cerca l’ombelico del mondo e dato che l’Urbe è una città eterna, si cerca l’ombelico dell’eternità. Un esercizio del tutto inutile. Per i romani, il centro è quello storico, contenuto dall’anello delle mura aureliane, che ancora funzionano egregiamente da simbolo capace di racchiudere qualcosa. In realt...

Beckett in Giappone

Una delle cose che distingue il mio paese d’origine è l’assenza dell’attesa. È molto raro attendere qualcuno o qualcosa. Ogni cosa arriva in orario se non prima. Ovviamente, anche noi siamo invitati a essere sempre puntuali. Soprattutto in ambito professionale, far aspettare i clienti o gli utenti viene percepito come un’enorme negligenza e il primo obiettivo di ogni lavoratore sembra quello di eliminare l’attesa, ancor prima della qualità del servizio.   Omatase shimashita   Nei negozi e negli uffici pubblici in Giappone è difficile che aspetti. E quando arrivi alla cassa o allo sportello, anche se non hai aspettato più di cinque secondi, ti dicono Omatase shimashita (Scusi per l’attesa). È una frase fatta che ormai tutti dicono senza pensarci, quasi al posto di “Buongiorno”.   La differenza con l’Italia si verifica maggiormente negli uffici pubblici. Mi è capitato l’anno scorso di andare in alcuni uffici comunali in Giappone per una serie di pratiche burocratiche e con mia grande sorpresa (ormai sono abituato agli uffici comunali di Roma) ho...

Il tacco del Duka

Mi è capitato di incontrare il Duka diverse volte in passato, quando cercavo di lavorare in editoria. In un paio di occasioni abbiamo fatto il banchetto di libri insieme a qualche fiera del libro ma non credo si ricordi e poi non importa. Uno dei protagonisti di un suo precedente romanzo Rumble bee, scritto con Marco Philopat, racconta bene, tra le altre cose, la vita dei “banchettari” dell'editoria: quelli che stanno in prima linea ai saloni del libro, alle fiere della piccola editoria, della micro editoria, dell'editoria indipendente, dell'editoria di movimento, dell'editoria del libri fatti a mano e di quella dei libri fatti male. Quello che conta è che in quelle occasioni si incontrano un sacco di persone, le più diverse, e quelle volta ho avuto modo di lavorare gomito a gomito con una persona vulcanica, divertente, irriverente, profondamente umana, gentile. E dotato di una lingua affilata e sfrontata, sempre pronta all'invettiva, alla beffa, alla battuta. Una di quelle persone senza filtri che immancabilmente dice ciò che pensa. Il suo editore, dovendo tracciare una sua biografia sul sito e sui libri, si limita a...

Per un'antropologia della responsabilità culturale

Affermare che la cultura è uno strumento che favorisce la coesione sociale e l'inclusione culturale significa dare importanza al “valore sociale della cultura”, quale benessere individuale e collettivo che sorge dall’esercizio dei propri diritti culturali, così come definiti dal Gruppo di Friburgo nel 1998, strettamente collegati al parametro della qualità della vita. [...] Un atteggiamento culturalmente responsabile rispetta, salvaguardia e promuove la diversità culturale. […] Ciò diventa possibile praticando un dialogo interculturale, un'attitudine mentale aperta alle altre culture e alla costruzione di verità e cultura attraverso processi di negoziazione. Inoltre, è necessario garantire uguale opportunità di rappresentazione culturale all'interno di una comunità, e di partecipazione democratica. La cultura può ridurre l'esclusione sociale grazie anche alla sua capacità di favorire l’acquisizione di conoscenze e competenze e migliorare la fiducia in se stessi e l'autostima. L'accesso alla cultura e la partecipazione culturale consentono di...

La crisi, il buio

Il suicidio è l’affermazione di una negazione. Non posso, non devo, non voglio andare avanti. Mi fermo qui. Basta. Per me è troppo. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, presentato in prima nazionale al Palladium di Roma per Romaeuropa Festival, fanno lo stesso al teatro, lo suicidano: non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo interpretare la crisi economica greca intorno e – soprattutto – dentro le salme di quattro donne, pensionate, che si sono tolte volontariamente la vita con barbiturici e vodka.     ph. Claudia Pajewski   La rappresentazione scenica è un’arma spuntata, non riesce più a dare la vita per la morte, a restituire gli occhi chiusi, il buio e poi il riposo inseguito oltre la sofferenza di r-esistere. Su un palcoscenico, al massimo, si può discutere dei dubbi irrisolti, delle difficoltà insormontabili, di tutti quegli inciampi che hanno portato alla decisione di non mettere in scena lo spettacolo. Una combinazione dissacrante e intima, ironica e precaria del talento di non riuscire a fare niente né a essere nessuno...

Michela Ponzani: il senso della scelta antifascista

Michela Ponzani, classe 1978, è una storica. Attualmente collabora con l’Istituto Storico Germanico di Roma. Nel suo percorso di ricerca si è occupata soprattutto di storia della Resistenza e dell’Italia repubblicana. È autrice, tra l’altro, di Senza fare di necessità virtù con Rosario Bentivegna e di Guerra alle donne.   Il percorso che mi ha condotta a studiare la storia della Resistenza ha avuto una lunghissima fase di elaborazione. Ero una studentessa di Lettere all’ultimo anno e ricordo che dovevo decidere l’argomento della mia tesi di laurea: dopo qualche colloquio con il mio relatore, Vittorio Vidotto, la mia scelta cadde sulla memoria della strage delle Fosse Ardeatine, l’eccidio nazista compiuto a Roma il 24 marzo 1944 in cui erano state massacrate 335 persone.   Si trattava di un fatto drammatico che aveva fortemente segnato la memoria pubblica della città ma che, in qualche modo, era da sempre anche nella memoria della mia famiglia perché mio nonno materno, fin da piccola, mi aveva raccontato più volte di questa strage in cui aveva perso due suoi carissimi...

Nei labirinti di Romeo Castellucci

Lanciati negli spazi siderali, tra le esplosioni dei venti gassosi che si scontrano sui bordi del più grande buco nero della galassia, piccoli tra le sedie del teatro Argentina. The Four Seasons Restaurant, l’ultima creazione di Romeo Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio, ci investe con quei suoni ricostruiti nei laboratori del Mit di Boston, e ci trascina, subito dopo, quando l’illuminazione si fa totale, in uno spazio candido, in un rito di ragazze in vestiti di campagna americana ottocentesca, tra bandiere della Confederazione degli stati secessionisti del Sud e spalliere svedesi da ginnastica.   ph. Sonja Zugic   Il rito inizia emozionante con le fanciulle che entrano da sole o in piccoli armonici gruppi e, tra ansimi e sospiri, si tagliano la lingua. Un cane ne mangia i resti, per aprire la strada a una cristallizzazione di alcune scene della Morte di Empedocle di Hölderlin, con i versi proiettati in tedesco e ripetuti in italiano. Alcune di queste donne guerriere, donne che accudiscono, donne assemblea, donne nemico, scambiandosi i personaggi indossano fasce rosse alle braccia e la scena si popola di pistole e kalashnikov...

L'umanità del male

Le (im)possibilità della poesia dopo Auschwitz   A caldo, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Adorno stabiliva l'impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, sarebbe stato «un atto di barbarie». L'incapacità di parlare, di comprendere, finanche di testimoniare quello che è accaduto in Europa nella prima metà del Novecento è forse il segno stesso di quegli eventi e del modo in cui se n'è fatto storia e memoria. Ma paradossalmente l'arte occidentale ha cominciato a occuparsi fin da subito di quello che è accaduto, forse proprio a causa dell'impossibilità di elaborare il proprio lutto. E se all'inizio sono stati gli orrori della pittura di Bacon, la follia del Caligola di Camus, gli scomodi azzardi di Brecht e Il grande dittatore di Chaplin, il filo rosso di quella tragedia attraversa poi tutta l'arte del secolo scorso. Primo Levi, riprendendo l'idea di Adorno, preferiva piuttosto pensare che «dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz».   ph. Brunella Giolivo   Forse Levi non ha tutti i...

Francesco De Gregori: frammenti e souvenir

Adius, Piero Ciampi e altre storie (2008) è un film di Ezio Alovisi che tenta di fondere la storia del cantautore livornese - a lungo dimenticato e negli ultimi anni felicemente recuperato in più occasioni -, con la Storia d'Italia, quella degli anni '60 e '70, del Movimento Studentesco, della nascita di quel gruppo di autori più o meno inseribili nell'etichetta che risponde al nome di cantautorato italiano.   Un'idea interessante purtroppo distrutta nella realizzazione da una serie di animazioni e ricostruzioni in forma di fiction che tendono a oscurare la missione originaria, quella di assegnare finalmente e platealmente a Ciampi una giusta posizione chiave nella nostra storia musicale.   Guardando questo film ci si imbatte in registrazioni di repertorio, alcune rarissime, altre più note, che appartengono in larga parte agli anni della Contestazione che da noi, come altrove, coincisero strettamente con quelli della nascita della canzone d'autore. In questo senso, in Italia, fu centrale l'esperienza del circolo culturale Folkstudio di via Garibaldi, a Roma, dove nel 1962, davanti a circa quindici persone...

Arthur Danto in memoriam

Poco dopo aver ricevuto la notizia della dipartita di Arthur Danto e l’invito a scriverne qui, scusatomi di essere in viaggio e di non poter far fronte alla richiesta, entro in visita al Convento dei Cappuccini di Via Veneto, a Roma. È la prima volta e, confesso, non so che cosa mi aspetti, per cui, immerso in pensieri di “morte dell’arte”, di determinati percorsi e teorie dell’arte, tesi fondamentale di Danto, mi trovo in quel luogo di fronte a due aspetti opposti, per me entrambi scioccanti, di riflessione sulla morte.   Il primo incontro, in ordine di percorso nella visita, è il San Francesco in meditazione del Caravaggio. Lo shock consiste in questo: lo vedo solo io, è una mia proiezione, o i buchi e le pieghe sulla manica del santo disegnano un volto, un po’ deformato e grottesco ma senza essere anamorfico? Non è questo volto a cui il teschio sembra rivolto – stavo per dire: che sta guardando, se mai un teschio può possedere uno sguardo (Lacan, dove sei? E Giacometti...?) – a sua volta fissato da san Francesco in una triangolazione inattesa (e secondo me ribadita dalla particolare...