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Roma

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Un flusso di nome RezzaMastrella

Quando vai a vedere uno spettacolo di RezzaMastrella è difficile restarsene piccoli piccoli e anonimi seduti nel buio della propria poltroncina, sperduti tra il pubblico. Da un lato perché non sai mai quello che può accadere, dall’altro perché è comunque un’esperienza starsene con la mente aperta a godere di un palco così bene abitato. E allora ti può capitare di essere travolto dal flusso di Antonio Rezza, davvero un animale da palco!, e di rimanere imbozzolato negli habitat di Flavia Mastrella. Il loro lavoro è sempre coinvolgente e a tratti destabilizzante rispetto ai limiti che solitamente (per convenzione o per convinzione) ci imponiamo. I loro spettacoli sono veri e propri laboratori dove si sperimentano idee; spazi in cui le loro bizzarre trovate si affiancano e si susseguono una dopo l’altra. Nell’Antologia che è in programma al Teatro Vascello di Roma fino al 19 gennaio 2014 è possibile ripercorrere il percorso che Antonio Rezza e Flavia Mastrella hanno portato avanti negli ultimi dieci anni. Un decennio molto importante che ha segnato una svolta per i due artisti che erano...

Oltre l'estetica di Calimero

Cosa ci spinge a esibire le campagne pubblicitarie di cinquanta, sessanta anni fa? A considerarle mirabili? A Roma si è conclusa la mostra Il cibo immaginario, mentre a Milano una retrospettiva su Calimero, storico testimonial del detersivo Ava, proseguirà fino al 9 marzo. Sono gli esempi più recenti. Ciò che la cultura ufficiale non dedica al linguaggio pubblicitario dei suoi anni, lo fa con vecchi poster, figurine da collezionisti, gadget ingialliti.     In effetti ogni epoca della pubblicità consente ottime selezioni su base estetica. Anche quella attuale. Le campagne degli ultimi dieci anni sarebbero altrettanto rappresentative – così come viene detto delle vecchie – dei mutamenti sociali e culturali. Però quest'altra mostra dell'oggi non può davvero avvenire. Perché? Il punto è in un fenomeno poco osservato: il cambio di natura della pubblicità nel tempo. Dentro la sua epoca essa suona invadente, aggressiva, magari anche disumana, ma lo sguardo dei posteri la rende innocente, innocuo svago, arcadia immaginaria di un consumismo sano, forma del bello....

Un'infanzia comunista a Firenze

Pubblichiamo un antefatto inedito relativo al nuovo libro di Luca Scarlini, Siviero contro Hitler. La battaglia per l’arte (Skira). In libreria da gennaio     Da bambino non andavo d’accordo con mio padre. Come lui non era quasi mai dalla mia parte nei vari eventi quotidiani. Quando alle elementari, in una scuoletta di campagna a Sesto Fiorentino, mi chiedevano che mestiere faceva, visto che ne aveva vari, improbabili, provvisori e immaginosi, dallo scarso quanto precario reddito, quello che mi veniva per primo era “eroe”. Già per segnalare la sua veste di partigiano segretario regionale dell’ANPI toscana.   Mi riusciva sempre difficile pronunciare quella parola: a un certo punto mi veniva da ridere. L’eroe nello specifico era bulimico di paste con la crema, budini di riso e ammirazione. Ovviamente a momenti da bambino diventavo anoressico per non seguire i suoi trip di iperalimentazione (tre colazioni per mattina, sempre dicendo: prima non ho mangiato). Di conseguenza da subito sono stato bravissimo nello sfuggire ai trucchi di oratori di sinistra altrettanto ingordi di onori. Ho sentito il primo comizio, di...

Il cibo immaginario

Lo confesso: non avevo mai capito il carosello dell’olio Sasso, quello dove Mimmo Craig canticchia “la pancia non c’è più”.     C’è un signore un po’ tonto che ha incubi strani. Sogna di incontrare una signorina di bella presenza che ha l’aria di starci. Insieme giocano a palla o con l’aquilone sulla riva del mare. Tutto molto romantico, grandi sorrisi e sottili ammiccamenti, con Morning Mood di Edvard Grieg a incanalare le reciproche effusioni. E con un finale da pagliacci, dato a che a causa del pancione lui perde l’equilibrio e cade. Al risveglio scopre che la pancia sta solo nel sogno perché a casa sua, grazie alla cameriera nera con uniforme d’ordinanza, si cucina con l’olio pubblicizzato. “La pancia non c’è più”, canta il tizio con un ritornello che, appunto, diverrà un tormentone mediatico. Ma resta un senso curioso d’imperfezione: si trattava d’un incubo? Tutto sembrava così bello, tenero, pulito. In fondo, lui alla fine cade, ma la ragazza non fugge. Lo adora anzi, forse proprio per la sua congenita...

Zombitudine

Il futuro incombe dal buio di adesso. C’è, ma non si vede, perché capita ad altri. A Loro: gli Zombi. La vita dura un battito di ciglia, le banche, la finanza, le multinazionali sono morti che vivono per sempre. È la fine che abbiamo fatto e continuiamo a fare in Italia. Ogni giorno di più. Bisognerebbe strappare la biografia del presente al limbo della crisi economica ed esistenziale e dirigerla in ciò che vogliamo impersonare: una comunità da difendere. Zombitudine, scritto, diretto, interpretato e prodotto da Elvira Frosini e Daniele Timpano ci fa sbancare il lunario della sopravvivenza con una bomba di ironia a grappolo mezza viva e mezza morta. Un nudo integrale delle paure di cui non possiamo fare a meno per morire da vivi. Un varietà esalante fuochi d’artificio sul “fine pena mai” di esistere, che seziona l’attualità con il bisturi dell’immaginario horror.   Fotografia di Donato Acquaro   Un uomo e una donna, le fedi al dito, sono “rifugiati teatrali” insieme al pubblico. Vestiti con abiti color pastello, hanno con sé solo una valigia e...

Tavoli | Giovanni Anceschi

L'occhio aereo di Giovanna Silva, per sua natura, non può glissare su nulla, e anche gli oggetti più desueti – dalla mezzaluna asciugacarte, orfana di stilografica, alla pallina rossa da tormentare per sgranchirsi le dita – sono costretti a impressionare l'obiettivo e a chiamare l'attenzione quando forse scomparirebbero per primi (specie con le strettoie di un pur generoso conteggio-parole da blog) nella selezione che è connaturata a qualsiasi descrizione.   Tuttavia, sempre per sua natura, allo stesso occhio non è concesso di attraversare la superficie del tavolino bianco che Giovanni Anceschi ha disegnato per sé alla leggendaria scuola di Ulm e che i colleghi di una classe della Metallwerkstatt hanno realizzato per lui, né può interrogarlo sui viaggi che, nel corso di quasi mezzo secolo, lo hanno portato come un rigido tappeto volante estetico-funzionale dal continente alla penisola fino in Algeria e di lì ancora a Roma e a Milano. Se potesse, vedrebbe – oltre a una collezione di chincaglierie emerse come conchiglie da una lunga risacca novecentesca e stipate di anno in anno in...

Sacro romano GRA

Pubblichiamo un estratto da Sacro romano GRA di Nicolò Bassetti e Sapo Matteucci pubblicato da Quodlibet Humboldt da pochi giorni in libreria   «Centro… Centro!», ci dicono sorridenti due giapponesi, indicando con l’indice il pavimento del Vittoriano. L’Altare della Patria, per i romani la Macchina da Scrivere, è amato dai turisti quasi quanto il Colosseo. Dalla sommità, sotto i cavalli e le bighe delle vittorie alate, si vede magnificamente tutta Roma, anzi si possiede. Forse per questa ragione, istintivamente, molti lo sentono il centro, ma altri invece dicono: «San Pietro», «piazza di Spagna», oppure, poco più in là, «piazza Venezia».   L’ossessione del centro è comprensibile per chi cerca l’ombelico del mondo e dato che l’Urbe è una città eterna, si cerca l’ombelico dell’eternità. Un esercizio del tutto inutile. Per i romani, il centro è quello storico, contenuto dall’anello delle mura aureliane, che ancora funzionano egregiamente da simbolo capace di racchiudere qualcosa. In realt...

Beckett in Giappone

Una delle cose che distingue il mio paese d’origine è l’assenza dell’attesa. È molto raro attendere qualcuno o qualcosa. Ogni cosa arriva in orario se non prima. Ovviamente, anche noi siamo invitati a essere sempre puntuali. Soprattutto in ambito professionale, far aspettare i clienti o gli utenti viene percepito come un’enorme negligenza e il primo obiettivo di ogni lavoratore sembra quello di eliminare l’attesa, ancor prima della qualità del servizio.   Omatase shimashita   Nei negozi e negli uffici pubblici in Giappone è difficile che aspetti. E quando arrivi alla cassa o allo sportello, anche se non hai aspettato più di cinque secondi, ti dicono Omatase shimashita (Scusi per l’attesa). È una frase fatta che ormai tutti dicono senza pensarci, quasi al posto di “Buongiorno”.   La differenza con l’Italia si verifica maggiormente negli uffici pubblici. Mi è capitato l’anno scorso di andare in alcuni uffici comunali in Giappone per una serie di pratiche burocratiche e con mia grande sorpresa (ormai sono abituato agli uffici comunali di Roma) ho...

Il tacco del Duka

Mi è capitato di incontrare il Duka diverse volte in passato, quando cercavo di lavorare in editoria. In un paio di occasioni abbiamo fatto il banchetto di libri insieme a qualche fiera del libro ma non credo si ricordi e poi non importa. Uno dei protagonisti di un suo precedente romanzo Rumble bee, scritto con Marco Philopat, racconta bene, tra le altre cose, la vita dei “banchettari” dell'editoria: quelli che stanno in prima linea ai saloni del libro, alle fiere della piccola editoria, della micro editoria, dell'editoria indipendente, dell'editoria di movimento, dell'editoria del libri fatti a mano e di quella dei libri fatti male. Quello che conta è che in quelle occasioni si incontrano un sacco di persone, le più diverse, e quelle volta ho avuto modo di lavorare gomito a gomito con una persona vulcanica, divertente, irriverente, profondamente umana, gentile. E dotato di una lingua affilata e sfrontata, sempre pronta all'invettiva, alla beffa, alla battuta. Una di quelle persone senza filtri che immancabilmente dice ciò che pensa. Il suo editore, dovendo tracciare una sua biografia sul sito e sui libri, si limita a...

Per un'antropologia della responsabilità culturale

Affermare che la cultura è uno strumento che favorisce la coesione sociale e l'inclusione culturale significa dare importanza al “valore sociale della cultura”, quale benessere individuale e collettivo che sorge dall’esercizio dei propri diritti culturali, così come definiti dal Gruppo di Friburgo nel 1998, strettamente collegati al parametro della qualità della vita. [...] Un atteggiamento culturalmente responsabile rispetta, salvaguardia e promuove la diversità culturale. […] Ciò diventa possibile praticando un dialogo interculturale, un'attitudine mentale aperta alle altre culture e alla costruzione di verità e cultura attraverso processi di negoziazione. Inoltre, è necessario garantire uguale opportunità di rappresentazione culturale all'interno di una comunità, e di partecipazione democratica. La cultura può ridurre l'esclusione sociale grazie anche alla sua capacità di favorire l’acquisizione di conoscenze e competenze e migliorare la fiducia in se stessi e l'autostima. L'accesso alla cultura e la partecipazione culturale consentono di...

La crisi, il buio

Il suicidio è l’affermazione di una negazione. Non posso, non devo, non voglio andare avanti. Mi fermo qui. Basta. Per me è troppo. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, presentato in prima nazionale al Palladium di Roma per Romaeuropa Festival, fanno lo stesso al teatro, lo suicidano: non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo interpretare la crisi economica greca intorno e – soprattutto – dentro le salme di quattro donne, pensionate, che si sono tolte volontariamente la vita con barbiturici e vodka.     ph. Claudia Pajewski   La rappresentazione scenica è un’arma spuntata, non riesce più a dare la vita per la morte, a restituire gli occhi chiusi, il buio e poi il riposo inseguito oltre la sofferenza di r-esistere. Su un palcoscenico, al massimo, si può discutere dei dubbi irrisolti, delle difficoltà insormontabili, di tutti quegli inciampi che hanno portato alla decisione di non mettere in scena lo spettacolo. Una combinazione dissacrante e intima, ironica e precaria del talento di non riuscire a fare niente né a essere nessuno...

Michela Ponzani: il senso della scelta antifascista

Michela Ponzani, classe 1978, è una storica. Attualmente collabora con l’Istituto Storico Germanico di Roma. Nel suo percorso di ricerca si è occupata soprattutto di storia della Resistenza e dell’Italia repubblicana. È autrice, tra l’altro, di Senza fare di necessità virtù con Rosario Bentivegna e di Guerra alle donne.   Il percorso che mi ha condotta a studiare la storia della Resistenza ha avuto una lunghissima fase di elaborazione. Ero una studentessa di Lettere all’ultimo anno e ricordo che dovevo decidere l’argomento della mia tesi di laurea: dopo qualche colloquio con il mio relatore, Vittorio Vidotto, la mia scelta cadde sulla memoria della strage delle Fosse Ardeatine, l’eccidio nazista compiuto a Roma il 24 marzo 1944 in cui erano state massacrate 335 persone.   Si trattava di un fatto drammatico che aveva fortemente segnato la memoria pubblica della città ma che, in qualche modo, era da sempre anche nella memoria della mia famiglia perché mio nonno materno, fin da piccola, mi aveva raccontato più volte di questa strage in cui aveva perso due suoi carissimi...

Nei labirinti di Romeo Castellucci

Lanciati negli spazi siderali, tra le esplosioni dei venti gassosi che si scontrano sui bordi del più grande buco nero della galassia, piccoli tra le sedie del teatro Argentina. The Four Seasons Restaurant, l’ultima creazione di Romeo Castellucci / Socìetas Raffaello Sanzio, ci investe con quei suoni ricostruiti nei laboratori del Mit di Boston, e ci trascina, subito dopo, quando l’illuminazione si fa totale, in uno spazio candido, in un rito di ragazze in vestiti di campagna americana ottocentesca, tra bandiere della Confederazione degli stati secessionisti del Sud e spalliere svedesi da ginnastica.   ph. Sonja Zugic   Il rito inizia emozionante con le fanciulle che entrano da sole o in piccoli armonici gruppi e, tra ansimi e sospiri, si tagliano la lingua. Un cane ne mangia i resti, per aprire la strada a una cristallizzazione di alcune scene della Morte di Empedocle di Hölderlin, con i versi proiettati in tedesco e ripetuti in italiano. Alcune di queste donne guerriere, donne che accudiscono, donne assemblea, donne nemico, scambiandosi i personaggi indossano fasce rosse alle braccia e la scena si popola di pistole e kalashnikov...

L'umanità del male

Le (im)possibilità della poesia dopo Auschwitz   A caldo, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Adorno stabiliva l'impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, sarebbe stato «un atto di barbarie». L'incapacità di parlare, di comprendere, finanche di testimoniare quello che è accaduto in Europa nella prima metà del Novecento è forse il segno stesso di quegli eventi e del modo in cui se n'è fatto storia e memoria. Ma paradossalmente l'arte occidentale ha cominciato a occuparsi fin da subito di quello che è accaduto, forse proprio a causa dell'impossibilità di elaborare il proprio lutto. E se all'inizio sono stati gli orrori della pittura di Bacon, la follia del Caligola di Camus, gli scomodi azzardi di Brecht e Il grande dittatore di Chaplin, il filo rosso di quella tragedia attraversa poi tutta l'arte del secolo scorso. Primo Levi, riprendendo l'idea di Adorno, preferiva piuttosto pensare che «dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz».   ph. Brunella Giolivo   Forse Levi non ha tutti i...

Francesco De Gregori: frammenti e souvenir

Adius, Piero Ciampi e altre storie (2008) è un film di Ezio Alovisi che tenta di fondere la storia del cantautore livornese - a lungo dimenticato e negli ultimi anni felicemente recuperato in più occasioni -, con la Storia d'Italia, quella degli anni '60 e '70, del Movimento Studentesco, della nascita di quel gruppo di autori più o meno inseribili nell'etichetta che risponde al nome di cantautorato italiano.   Un'idea interessante purtroppo distrutta nella realizzazione da una serie di animazioni e ricostruzioni in forma di fiction che tendono a oscurare la missione originaria, quella di assegnare finalmente e platealmente a Ciampi una giusta posizione chiave nella nostra storia musicale.   Guardando questo film ci si imbatte in registrazioni di repertorio, alcune rarissime, altre più note, che appartengono in larga parte agli anni della Contestazione che da noi, come altrove, coincisero strettamente con quelli della nascita della canzone d'autore. In questo senso, in Italia, fu centrale l'esperienza del circolo culturale Folkstudio di via Garibaldi, a Roma, dove nel 1962, davanti a circa quindici persone...

Arthur Danto in memoriam

Poco dopo aver ricevuto la notizia della dipartita di Arthur Danto e l’invito a scriverne qui, scusatomi di essere in viaggio e di non poter far fronte alla richiesta, entro in visita al Convento dei Cappuccini di Via Veneto, a Roma. È la prima volta e, confesso, non so che cosa mi aspetti, per cui, immerso in pensieri di “morte dell’arte”, di determinati percorsi e teorie dell’arte, tesi fondamentale di Danto, mi trovo in quel luogo di fronte a due aspetti opposti, per me entrambi scioccanti, di riflessione sulla morte.   Il primo incontro, in ordine di percorso nella visita, è il San Francesco in meditazione del Caravaggio. Lo shock consiste in questo: lo vedo solo io, è una mia proiezione, o i buchi e le pieghe sulla manica del santo disegnano un volto, un po’ deformato e grottesco ma senza essere anamorfico? Non è questo volto a cui il teschio sembra rivolto – stavo per dire: che sta guardando, se mai un teschio può possedere uno sguardo (Lacan, dove sei? E Giacometti...?) – a sua volta fissato da san Francesco in una triangolazione inattesa (e secondo me ribadita dalla particolare...

Accampati a Porta Pia

Se ne sono andati da Porta Pia gli acampados, gli antagonisti. Erano arrivati sabato sera, la sera del 19 ottobre, dopo la manifestazione che da San Giovanni, attraversando la città, li aveva portati fino al simbolo storico della presa di Roma. È in questa zona che si annidano importanti centri di potere: ci sono diversi ministeri (Lavori Pubblici, Trasporti e poco distante quello delle Finanze) e la sede centrale di Ferrovie dello Stato, simbolo di quella Alta Velocità Torino Lione divenuta metafora di un profondo scollamento Stato-cittadinanza. Nei giorni precedenti il 19, i mezzi di informazione, in primis i grandi quotidiani, hanno creato un notevole allarmismo sull’arrivo a Roma di centinaia di migliaia di manifestanti, probabilmente violenti, probabilmente black block, probabilmente incappucciati e tirasassi. In realtà, a parte qualche scontro, il corteo è stato soprattutto allegro, colorato e multietnico. Ha racchiuso al suo interno diverse anime e istanze: i movimenti per la casa, quello dei precari, i migranti, i gruppi dei centri sociali e tanti fronti del no della nostra attualità (No Tav, No Muos, No Expo). Tutti...

Fondazione Forma va oltre Milano

Dopo la denuncia degli scorsi giorni e le reazioni tra gli altri di Ferdinando Scianna, Roberto Koch presidente di Fondazione Forma, fa il punto sulle prospettive future della Fondazione e sullo stato della cultura in Italia tra insenbilità e molti ostacoli da superare.   Roberto Koch   Fondazione Forma cambia sede, perché?   Cambiamo sede perché ci è impossibile, dopo 9 anni, continuare a garantire il costo dell’affitto dello spazio che - nonostante abbiamo ristrutturato e animato a nostre spese, ampliandone enormemente il valore patrimoniale - l’ATM non intende darci in comodato gratuito. Le nostre risorse sono limitate, le abbiamo investite tutte nella Fondazione, e in questo periodo di crisi è molto difficile ottenere altri finanziamenti privati da parte di sponsor e aziende.   Considera la mancanza di attenzione del Comune di Milano e di ATM solo un problema di risorse o forse questo nasconde anche una mancanza di visione della politica culturale della città?   Credo di poter dire che manca soprattutto una politica culturale della città, attenta ai nuovi linguaggi come...

Doppia negazione

Una nazione moderna, cui corrisponda una comunità di cittadini consapevoli, non dovrebbe avere paura della menzogna. Una democrazia che cerca di difendersi per legge dalla menzogna non è una democrazia forte. E’ una democrazia che ha paura.   Senza dire che facendo del negazionismo un reato, una democrazia dimostra la sua fragilità: una legge che prevedesse il carcere offrirebbe ai negazionisti la possibilità di ergersi a difensori della libertà di espressione. Sul piano dei principi una vera liberaldemocrazia  si deve reggere sulla categoria della separazione. La Chiesa va separata dallo Stato, la magistratura dalla politica.   La Storia  non può essere oggetto di leggi, accade così solo nei sistemi totalitari. Come lo Stato non dovrebbe interferire nella vita religiosa dei cittadini, così dovrebbe astenersi dall’affermare una verità di Stato in fatto di passato storico. Da tempo in Italia s’è diffusa invece la tendenza a votare leggi emergenziali su temi delicati che dovrebbero già avere dalla legge corrente la possibilità di essere sanzionati....

Gianfranco Rosi. Sacro GRA

Il mito, per essere tale, deve fare torto alla realtà. È anzi suo preciso compito librarsi sopra la sostanza dura e netta della quotidianità strappando quei fili che poi ritesse in un corpo nuovo, ignaro della frammentarietà di composti cui deve le origini. “Sacro” dunque è il Grande Raccordo Anulare di Gianfranco Rosi, non luogo, ma Immaginario dove si depositano le istintive produzioni della mente riguardo la nostra idea di periferia romana, perché solo nei termini di viaggio mentale Sacro GRA può mantenere le originarie residue istanze documentaristiche. La realtà non c'entra, benché non si voglia qui credere possibile suggerire tanto facilmente i parametri del vero: certo è però che manca qualsiasi indizio di complessità del racconto e della descrizione.     A scuola durante le lezioni di italiano viene solitamente insegnato che esistono due modi di elaborare discorsi. Il primo, il periodo paratattico, predilige l'uso di coordinate – parti che possono anche stare da sole, semplicemente poste una accanto all'altra senza alcun rapporto di...

Una democrazia della felicità a Roma

Da qualche giorno si è chiuso il sipario su Short Theatre, il festival di teatro che si svolge a Roma all’interno dell’ex mattatoio della città, sede anche del Museo di Arte Contemporanea. Un luogo molto affascinante della capitale dove si mescolano le forme di antiche funzionalità e i nuovi bisogni di stampo più culturale.   A questa ottava edizione è stato dato il titolo “democrazia della felicità” a solcare un tracciato niente affatto scontato tra politica e ambizione; a rappresentare anche un sogno, un tendere a un miglior vivere per tutti, per l’intera comunità umana. Due termini assolutamente politici e concreti. Due termini che ancora oggi richiamano aspirazioni, ma anche tensioni irrisolte dalla politica e dalle politiche stesse che ci governano. Allora la domanda è: può la cultura contribuire a creare un luogo migliore in cui vivere? Deve una funzione culturale non restare solo tale? Deve l’arte non restare solo accessorio?   Democrazia della felicità (ph. di Claudia Pajewski)   Quello che a prima vista emerge da Short Theatre è...

Kapuściński e io

Ryszard Kapuściński era un uomo molto inquieto: non riusciva a star mai fermo. Dopo pochi giorni che era nella sua bella casa zeppa di libri, sulla ulica Prokuratorska, a Varsavia, trovava sempre un pretesto per ripartire. Ho sempre pensato che sua moglie, la dottoressa Alicja, fosse una santa. Le prime volte che lo cercai per telefono mi rispondeva che non sapeva bene dove fosse suo marito e che, forse, lo avrebbe sentito tra un paio di settimane. Si perdeva nel mondo. Del resto, per scrivere aveva bisogno del movimento. E anche del fiato sul collo dei redattori. I capitoli dei suoi libri sembrano puntate di reportage, scritte come se fosse all’ultimo momento (anche quando sono il frutto di lunghe e meticolose rielaborazioni     Sono passati ormai sei anni dal quel freddo 23 gennaio del 2007, quando arrivò la notizia che Kapuściński non era sopravvissuto a un’operazione chirurgica non più rimandabile. Mi manca molto l’amico e, allo stesso tempo, sento una grande amarezza per dover esser stato, purtroppo tra i non molti, a doverlo difendere dal fango che, passati appena pochi anni dalla sua scomparsa, gli ha gettato addosso il...

Un fiocco rosa al Valle occupato

È nata! Un fiocco rosa appeso alla porta di ingresso testimonia la venuta al mondo della Fondazione Teatro Valle Bene Comune. Lo scorso 18 settembre una affollata platea ha salutato la nascita di questo nuovo soggetto che avrà il compito di occuparsi del futuro di uno dei più antichi teatri della città. Una platea colorata e sorridente, fatta di partecipanti differenti per età e mansioni, giovani, giornalisti e addetti stampa, una classe accompagnata dall’insegnante, cittadini e cittadine, abitanti del quartiere tra cui un anziano figlio di antifascisti romani che, dalla seconda fila, ha dato la sua benedizione al Valle con commoventi parole.     Dopo ventisette mesi di occupazione, una conferenza stampa dalle insolite forme ha voluto raccontare l’esito di un percorso che giunge oggi a un approdo istituzionale unico nel suo genere e piuttosto originale. Numerosi gli interventi in programma: tra questi il giurista Stefano Rodotà e l’attore Fabrizio Gifuni che fin dall’inizio ha seguito da vicino con “amore e passione” l’evoluzione di questo esperimento culturale e sociale....

Carlo Emilio Gadda. Un gomitolo di concause

E' appena uscito, nella Piccola Biblioteca Adelphi, Un gomitolo di concause, ossia le Lettere a Pietro Citati, scritte da Carlo Emilio Gadda in un lasso di tempo che va dal 14 agosto 1957 al 27 agosto 1969. E' stato recensito con ampiezza da Paolo Di Stefano sul "Corriere della Sera" del 23 agosto u.s. Rimandiamo a quel testo per un'esauriente informazione generale.        Qui vorremmo fornire qualche appunto a caldo, qualche impressione di lettura di fronte a queste eccezionali quarantaquattro lettere. Precisiamo che le ottantacinque pagine del testo gaddiano sono accompagnate da altrettante pagine di note accuratissime di Giorgio Pinotti, da una nota al testo, sempre sua e da due saggi, uno ancora di Pinotti e uno, conclusivo, di Pietro Citati stesso. (Il volume è di complessive duecentotrentanove pagine).   Ricordiamo che Citati era, a quell'epoca consulente di Livio Garzanti (lo rimase dal 1956 fino a dieci anni dopo). Era lui che teneva i contatti tra l'editore e Gadda. Era lui che curava testi come il Pasticciaccio o Accoppiamenti giudiziosi o I viaggi, la morte. Gadda fu il solo grande uomo che...