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Siria

(17 risultati)

Atlante occidentale / Futuro

Il futuro di chi ci ha preceduto, a meno di non morire in una guerra devastante, o di finire in mezzo a un conflitto nucleare in piena Guerra Fredda, o di non cadere vittima della strategia della tensione, o di non ammalarsi, era un campo molto vasto. In qualche modo, sembrava dipendere dall'impegno personale: se lavorerò guadagnerò, se lavorerò di più e meglio guadagnerò di più, mi sposerò, comprerò una casa e vedrò crescere i miei figli, se non finiranno vittima di una siringa o dall'erba contaminata da un incidente nucleare. Andrò in pensione e mi dedicherò ai miei hobby circondato dai nipotini, sempre che non ci colpisca Al Quaeda nel frattempo, o il morbo della mucca pazza, o Unabomber. Adesso, il futuro è più o meno porsi un'asticella da superare molto vicina, diciamo, la settimana prossima. A meno che non sia la quarta settimana del mese. Allora bisogna arrivare a dopodomani. A forza di dopodomani, si può anche riuscire a vivere una vita intera. A meno che l'Isis, e Trump, e la Siria, e Putin, e gli alieni...  

Chi ha votato il magnate? / Trump. Voto contro

Lo storico politico Allan Lichtman ha previsto il vincitore di tutte le elezioni presidenziali americane dal 1984 fino a oggi. Aveva previsto anche la vittoria di Trump. Non si basa affatto su sondaggi, a cui non crede, bensì su tredici “chiavi”. Parte dal presupposto che le elezioni siano un referendum sul partito che governa e quindi non conta granché chi siano i candidati. Se contro Clinton al posto di Trump ci fosse stato un altro candidato repubblicano, avrebbe vinto lo stesso. Se Lichtman ha ragione – e le sue previsioni finora gli danno ragione – la vittoria di Trump appare meno significativa di quanto non sembri.   Gran parte dell’elettorato non vota pro, vota contro. Vota “No”. (Anche in Italia. Sono convinto che la maggioranza delle persone che voteranno “No” al referendum del 4 dicembre voteranno in realtà contro Renzi.) Gran parte del voto per Trump era un voto contro Clinton, e più in profondità voto contro Obama. Trump ha vinto non perché abbia conquistato voti, ma piuttosto perché Clinton ne ha persi. Il grafico qui sotto la dice lunga. Mostra che Trump ha vinto con 59 milioni di voti, meno di quelli presi dai repubblicani sconfitti alle precedenti elezioni....

L'oro nero dell'Isis

In seguito all’abbattimento di un velivolo dell’aviazione militare russa al confine tra Siria e Turchia, i rapporti tra Russia e Turchia si sono deteriorati. Il presidente della Federazione Russa Putin accusa il presidente del governo turco Erdoğan di acquistare petrolio a basso costo dall’Isis. La Turchia è “il consumatore principale di questo petrolio rubato ai proprietari legittimi della Siria e dell’Iraq”, ha comunicato in una conferenza stampa il vice ministro russo della Difesa Anatoly Antonov, aggiungendo che il presidente Erdoğan e la sua famiglia sono direttamente coinvolti in questa attività criminale. L’attività estrattiva, che costituisce la maggiore fonte di finanziamento dell’Isis, oltre ad avere un rilievo economico ne ha anche uno simbolico.   Conferenza stampa del viceministro della difesa russo Anatoly Antonov   L’invenzione matriarcale dell’agricoltura avvenuta nella mezzaluna fertile porta con sé l’idea di sacrificio, inteso come risarcimento dovuto alla terra per la violenza che l’uomo le infligge coltivandola. Anche l’attività...

La foto del bambino

1. A Stalin viene attribuito questo apoftegma: “La morte di un essere umano può commuovere come caso pietoso. Un milione di morti sono solo statistica.”   Viene in mente questa frase staliniana a proposito dell’effetto travolgente della foto pubblicata il 3 settembre scorso, foto che ormai conoscono miliardi di persone. Perciò non la riproduco qui. È la foto di Alan Shenu, annegato a tre anni davanti alle coste della Turchia, raccolto da un agente turco; un bambino “siriano”, scrivono tutti i media, e non “curdo”, malgrado il fatto che la burocrazia turca abbia modificato, pare, il suo cognome in Kurdi, quasi uno stigma. La propagazione planetaria di questa foto (di Nilüfer Demir) – l’uomo alto e magro con il berretto verde che porta in braccio il corpo di un bimbo con la maglietta rossa e i calzoncini blu – sembra che stia cambiando la storia d’Europa.   Come si sa, la circolazione di questa foto ha fatto cambiare idea nel giro di poche ore a milioni di europei, e ad alcuni dei loro leader politici. In un batter d’occhio si è ribaltata l’immagine...

Comics sotto l'ombrellone

Ultime battute d'estate. Niente di meglio dunque per godersi questo ultimo scampolo (o inizio tardivo) di vacanza, che tuffarsi nella lettura di un fumetto. Qui per voi alcuni fra i libri più belli e significativi usciti in questi ultimi mesi.       L'arabo del futuro, di Riad Sattouf Rizzoli Lizard 2015   Riad Sattouf è certamente un artista poliedrico: fumettista pluripremiato, regista cinematografico (vincitore ai Cesar con l'opera prima Les Beau Gosses), collaboratore di Charlie Hebdo fino al 2014 con la striscia La vita segreta dei giovani. Con il libro a fumetti L'arabo del futuro Sattouf decide di affrontare la propria storia personale. Nato nel '78 a Parigi da madre francese e papà siriano, Riad passerà la propria infanzia fra la Libia di Gheddafi, l'Algeria e la Siria. Il risultato di questo racconto in prima persona è un libro assolutamente straordinario, prima parte di un racconto destinato a proseguire, con una narrazione che mescola la naïveté del piccolo Sattouf, spaesato e sballottato al seguito del padre, che decide di diventare insegnante universitario in Libia prima e in Siria poi, con una voce narrante secca e disincanta che fa di ogni...

Dopo l'Impero latino

D'accordo, l'iniziativa di Sarkozy varata nel 2008 sotto il nome di Unione per il Mediterraneo si è risolta – è il caso di dirlo – in un buco nell'acqua, e forse qualcuno non se ne dispiacerà. Difficile in effetti evitare il sospetto che il presidente francese coltivasse ambizioni di leadership sull'area; troppo pretendere che la sensibilità post-coloniale (forse l'unico vero fattore ideologico in comune tra i paesi interessati) accettasse senza diffidenza questa prospettiva. Eccessiva era forse anche l'ambizione del progetto, che mirava a coinvolgere tutti gli Stati membri dell’Unione europea, l’Albania, l’Algeria, la Bosnia-Erzegovina, la Croazia, l’Egitto, la Giordania, Israele, la Libia (come osservatore), il Libano, il Marocco, la Mauritania, Monaco, il Montenegro, l’Autorità Nazionale Palestinese, la Siria, la Tunisia, la Turchia: paesi legati tra di loro da interessi regionali di diversa natura, oppure da nessun interesse. Inutile aggiungere che dal 2008 a oggi il paesaggio geo-politico del Mediterraneo è radicalmente mutato. In particolare, con l'avanzata dell...

Orrore

Il primo è stato il fotoreporter americano James Foley. Poi nell’arco di un mese sono stati decapitati il reporter statunitense, Steven Sotoff, e il cooperante scozzese David Haines. Il rito pressoché identico prevede che il condannato sia vestito di un camicione arancione, mentre il boia è in nero, con il capo e il viso occultati. Tiene in mano un coltello esibito come strumento di morte. La decapitazione ha generato un immediato senso di orrore lasciando attonita e stupefatta l’intera platea televisiva occidentale e il popolo del web. Le immagini della decollazione sono state viste da milioni di persone e commentate da giornali, televisioni, siti internet. Un commando di Talebani entra in una scuola in Pakistan, a Peshwar e uccide a freddo 132 bambini e i loro insegnanti, come a Beslan, per poi essere ucciso a sua volta dalle forze di sicurezza. Non è finita lì. Da vari mesi è un susseguirsi di sgozzamenti, decapitazioni, eccidi. Altri bambini la cui colpa era di aver assistito a una partita di calcio. L’ISIS, lo stato islamico, o Califfato, come si è autoproclamato, continua imperterrito la strage. Fino al...

Cambiare la narrazione del mondo

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English Version   Credete che il cinema possa produrre un cambiamento reale? Uno spostamento di sguardo, di prospettiva? Noi di lettera27 siamo convinti che sia così. Crediamo nel cinema e nella sua potenza: ogni film ci fa fare esperienza di una realtà diversa o simile alla nostra ma attraverso altri occhi. Crediamo in quello che gli studiosi chiamano ‘meccanismo di immedesimazione’ e cioè che guardare un film vuol dire...

Changing the Narrative of the World

Why Africa?  For many years lettera27 has been dedicated to exploring various issues and debates around the African continent and with this new editorial column we would like to open a dialogue with cultural protagonists who deal with Africa. This will be the place to express opinions, tell their stories, stimulate the critical debate and suggest ideas to subvert multiple stereotypes surrounding this immense continent. With this new column we would like to open new perspectives: geographical, cultural, sociological. We would like the column to be a stimulus to learn, re-think, be inspired and share knowledge. For the opening piece we asked our partners, intellectuals and like-minded cultural protagonists from all over the world to answer one key question, which also happens to be the name of the column: "Why Africa?". We left the question deliberately open, inviting each of the contributors to give us their perspective on this topic from their own context. This first piece is a collection of some of the answers we received, which aims to open the conversation, pose more questions and hopefully find new answers.   Elena Korzhenevich, lettera27   Here...

Le fiamme della guerra si misurano in gradi fahrenheit

Nello stillicidio di video postati dallo Stato Islamico negli ultimi mesi, ce n’è uno sostanzialmente ignorato, ma che è il più interessante per ragionare sui cortocircuiti provocati dall’attività mediatica dei fondamentalisti. Credo sia stato trascurato prima di tutto perché troppo lungo (dura 55 minuti) e quindi poco consumabile dai ritmi “istantanei” della comunicazione contemporanea; e perché non offre truculente immagini di atrocità. Cioè, non che non ci siano: ma non riguardano occidentali, e quindi, nella graduatoria dell’interesse mediatico, finiscono agli ultimi posti, come le vittime delle alluvioni in Bangladesh.   Già per la lunghezza il video, che si chiama Flames of War, propone la possibilità di un’analisi più profonda e strutturata dell’immaginario di IS (uso la dizione di “Islamic State” che loro stessi utilizzano nel filmato). Qui si vede che c’è un lavoro lungo e complesso; e sicuramente la mano di un autore, ancorché anonimo. E che si tratta di un “film” pensato per essere consumato come tale (e non come altri “messaggi nella bottiglia” lanciati in rete): lo dimostra il fatto che era stato preceduto, qualche giorno prima, da un trailer di un minuto, di cui...

E la primavera araba in Giordania?

Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, sono stati in molti a pensare che a breve sarebbe stato il turno della Giordania, che una rivoluzione fosse ormai alle porte. Furono perciò in molti a essere delusi o, al contrario, contenti che i venti della Primavera Araba avesse risparmiato il piccolo stato che si trova proprio nell’occhio del ciclone, confinando a nord con Siria, a nord-est con Iraq, a sud-ovest con le acque territoriali egiziane e a ovest con Israele e i Territori Palestinesi. Tuttavia voglio iniziare con il chiarire un punto: anche se non ne ha modificato drasticamente l’assetto politico nazionale come nel caso dell’Egitto e la Siria, una rivoluzione in Giordania c’è stata. Il re, la famiglia reale hashemita e il suo entourage sono stati criticati aspramente dal movimento politico di protesta (al-hirak) che si è sviluppato in questi ultimi anni. Per la prima volta da decenni si è parlato di uno stato giordano che non facesse necessariamente riferimento agli hashemiti. Non un cambiamento da poco se si considera che l’articolo uno della costituzione giordana specifica che “il Regno Hashemita di...

Chi ha paura del lupo cattivo/Is?

Uno spettro si aggira per la Giordania: lo spettro dell’Is, il movimento jihadista che controlla ormai gran parte della Siria nordorientale e dell’Iraq nordoccidentale.   Circolari delle Nazioni Unite si susseguono incessantemente, le ONG internazionali riflettono seriamente sulla possibilità di alzare i loro livelli di sicurezza, molti commentatori politici dipingono scenari a dir poco catastrofici, la paranoia imperversa sul web. Ci si dice di stare attenti, occorre fare attenzione e correre ai ripari. L’Is (acronimo di Stato Islamico), o Da’ash in arabo, è alle porte e bussa violentemente. Secondo le agenzie di sicurezza internazionali, l’Is non è radicato sul territorio giordano. Tuttavia, si consiglia cautela e prudenza in Giordania. Alla luce della netta presa di posizione del governo giordano, membro della coalizione anti-Is capeggiata dagli Stati Uniti, l’agenzia ONU per la sicurezza, UNDSS, avverte di evitare i luoghi pubblici come centri commerciali, teatri e musei. Sconsiglia anche di fare passeggiate in montagna, trekking e, in generale, di passare del tempo all’aperto.   Ma non è tutto: articoli a dir poco allarmisti circolano sui social media e su internet...

Io sto con la sposa

“Ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti” Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri La questione della bontà delle nostre azioni e della cattiveria di quelle degli altri è una questione antica, ripresa da moltissimi pensatori e filosofi, non ultimo Friedrich Nietzsche  che in Umano, troppo umano spiegava come la continua attribuzione dell’immoralità agli altri (per essere noi i giusti e i dotati di bontà) fosse causa stessa di conflitto.   Susan Sontag aggiunge un pezzetto al ragionamento del filosofo: uno dei grandi strumenti di deresponsabilizzazione è la compassione. Se io soffro con te, non posso essere stata la causa del tuo dramma. E’ su questo meccanismo che si fonda il nostro rapporto con una delle più grandi tragedie silenti degli anni 2000: le morti di migranti nel tentativo di esercitare un diritto sacrosanto, ossia il diritto alla mobilità, e la possibilità di scegliere dove vivere, o più semplicemente dove andare. E’ di pochi giorni fa il video di Repubblica che...

L'ospite pericoloso

Un filo conduttore collega la “Bossi-Fini” a “Per la pace perpetua” di Immanuel Kant. Più che le affinità elettive tra gli autori, è il tema affrontato ad accomunare: come disciplinare l’ospitalità in modo da proteggere sia colui che ospita che l’ospitato. La soluzione, per il filosofo, è quella di preservare il libero movimento e la sicurezza dei viaggiatori senza però dare loro la possibilità di stabilirsi permanentemente in nessun paese. Con la “Bossi-Fini”, il problema si "risolve" limitando l’accesso alle sole persone che dimostrino di avere un lavoro ”garantito”. Gli altri, i clandestini, dovrebbero essere rispediti indietro e lasciati al loro destino. Questo non solo proteggerebbe gli italiani da ospiti “indesiderati” ma anche questi ultimi, scoraggiandone, di fatto, l’arrivo. L’ecatombe cui assistiamo quotidianamente nei nostri mari fa sorgere qualche perplessità al riguardo.   Campo rifuciati palestinesi, Ph. Jihan Nijem   Comunque, quello che emerge chiaramente da questi approcci ovviamente diversi...

Molhen Barakat

Si chiamava Molhem Barakat, era nato a Istanbul e aveva 17 anni. Era bravo a fare le foto ed era diventato un collaboratore della Reuters. È morto ad Aleppo, la città dove viveva, il 20 dicembre scorso, mentre fotografava uno scontro tra gruppi ribelli e l’esercito siriano all’ospedale Kindi (i ribelli accusano i regolari di avere trasformato l’ospedale in una caserma e per questo lo avevano attaccato).

 Questa è la notizia nuda; una lunga didascalia sotto la foto di un ragazzino sorridente, in posa con la macchina fotografica con il teleobiettivo bianco, concessagli in uso dalla Reuters.     Ma è davvero tutto qui? Nel breve articolo uscito su Repubblica on-line c’è un’informazione importante: Barakat prendeva 100 dollari per dieci foto trasmesse al giorno. A conti fatti sono 10 dollari a foto, più un bonus nel caso che qualcuna fosse pubblicata su testate importanti.   Molti commentatori su carta e in rete, hanno copia-incollato con variazioni minime la stessa notizia d’agenzia. Qualcuno ha sbagliato la traduzione e “barraks”, per troppi, è diventato “...

Football Club al-Wihdat

Non è che mi interessi particolarmente di calcio, anzi, se devo proprio dirla tutta, mi annoia terribilmente. Ciononostante, il tempo che ho passato nel campo di rifugiati di al-Wihdat è stato scandito da serate interminabili di fronte ad uno schermo TV a guardare partite di calcio. Strano. Strano perché quando ho iniziato la mia ricerca nel 2009 avevo letto che i campi di rifugiati palestinesi erano luoghi particolarmente politicizzati, abitati da individui intrinsecamente politici: i “rifugiati palestinesi”. E Al-Wihdat è un campo di rifugiati palestinesi, fondato nel 1955 nella periferia di Amman e oggi completamente incorporato dall'espansione urbana della capitale giordana. Eppure qui la politica sembrava e sembra tuttora avere un ruolo piuttosto marginale nella vita di questa gente. Strano anche perché l’assenza pressoché totale di impegno politico tra i miei amici del campo coincide con l’infuriare delle rivolte arabe in Nord Africa e in Medio Oriente.   Football Club al-Wihdat, ph: Jihad Nijem   Ma se il vento della Primavera Araba non sembra soffiare su al-Wihdat, la passione...

Se l’anonimato muore sul web

Love and Revolution Vancouver, 15 giugno 2011. Dopo aver perso la finale della Stanley Cup, i tifosi della locale squadra di hockey danno a fuoco e fiamme il centro della città. La polizia reagisce duramente. Il fotografo di Getty, Richard Lam, è sul posto per riprendere i tafferugli, quando si imbatte in una coppia che, incurante dei disordini intorno, sembra baciarsi appassionatamente. Lam coglie l’attimo e scatta una foto che il giorno dopo farà il giro del web, delle tv e dei giornali di tutto il mondo, dove il “Vancouver Riot Kiss” verrà subito paragonato ad altri baci iconici della storia della fotografia, come “Day in Times Square” di Alfred Eisenstaedt e “Le Baiser de l'Hôtel de Ville” di Robert Doisneau. Man mano che l’immagine diventa un tormentone virale, cresce però anche la curiosità (e la morbosità) sull’identità dei due ragazzi: Chi sono? Perché si baciano? Stanno forse recitando? Su Twitter, Facebook e i quotidiani online scatta la gara della verifica a posteriori (un tratto ormai distintivo dell’informazione accelerata dei...