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Albert Camus

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Voci per la riapertura / Nuovo Cinema Covid

L’assurdità, scriverebbe Albert Camus, della “peste” Covid-19 ci ha raggiunto con la forza di uno tsunami, lasciando implodere le idiosincrasie della nostra “ordinarietà”. La filiera cinema, di fronte al metaforico incendio delle strutture tradizionali, creative, sistemiche e di visione, si è dovuta confrontare, nel mezzo di un possibile collasso economico globale, con un’accelerazione vertiginosa dei processi di colonizzazione culturale messi in atto dalle grandi piattaforme e con una quanto mai necessaria riflessione sull’arte cinematografica che metta in discussione la tradizione, riaccendendone la vitalità che l'ha resa tale. Molteplici sfide in un brevissimo tempo. E una parola che riecheggia, incombe, declinata in molteplici significati e significazioni: innovazione. Sì, ma a quale prezzo? Con quali premesse? Innovazione rispetto all’arte cinematografica, alla tecnologia della visione o alla modalità di produzione? Il memorabile great lockdown che abbiamo vissuto – nella sua eccezione sanitaria ed economica – ha messo al centro le radici economiche dello sguardo cinematografico, ricordandoci da una parte la sua natura industriale dall'altra gli ammonimenti...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 7. Empatici egocentrici

La privacy è anche un bel trucco per tenere alla larga genitori e studenti. Però ci vuole, come tutto il listone infinito di proibizioni che ogni anno si allunga un po’ per evitare preventivamente grane e denunce, e che fa dei regolamenti di istituto un protocollo carcerario, se ve lo leggete ogni tanto come un documento della storia della pedagogia. Condividere il proprio numero di telefono con gli studenti, avere il loro, è stato necessario per mettere in piedi a inizio marzo 2020 quella che per un mese abbiamo chiamato DAD, Didattica A Distanza. Nessun dirigente scolastico ha potuto incoraggiare questo avvicinamento e la violazione delle tutele preventive, ma nessun dirigente scolastico ha impedito un’azione necessaria. L’unica che ne abbia abusato è stata Aziza, che ha provato ad applicare a tu per tu la sua personalità incattivita e la sua ideologia apatica e anaffettiva. Voleva provare a fare quello che in classe non le riusciva: diventare il focus delle mie attenzioni, dominare la classe con le sue scenate isteriche e aggressive. Prima ha provato a bacchettarmi sul gruppo WhatsApp di classe con genitori, docenti e studenti che ho costruito, rimproverandomi di postare...

II / Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.   Francesca Rigotti, filosofa   1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto? Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.   La pandemia ha prodotto ovunque un immenso ricorso agli strumenti hightech, oltre che biotech. Ora, si sarebbe immaginato anche soltanto negli anni '90 di chiudere in casa tanta gente (non tutta: la società è stata spaccata in due: chi doveva/poteva lavorare e comandare e chi no, mentre i bambini sono stati privati di diritti essenziali)? Ci sarebbero state queste chiusure se non ci fosse stata Internet? Se non si fosse pensato: “Faranno il telelavoro, giocheranno e forse seguiranno le lezioni con smartphone e tablet, passeranno la giornata dietro alle notizie o visitando siti online di musei, ascoltando musica, scambiandosi notizie sul nulla”? Penso di no. L'esistenza di Internet ha...

Doni / Il presente

Sono pochi quelli bravi Che sanno subito reagire al presente Avendo cose da dire su questa pandemia pochi BASICAMENTE UNO PIU DI TUTTI Zerocalcare Solo lui         Per lui rispetto e gioia Quasi felicità nel marasma di sensazioni sconosciute che mi galleggiano addosso e dentro in questo momento La chiara abbondanza di acutezza stratificata causa un piacere specifico, che è stato poco indagato   Gli altri, ahimè anche i più buoni, per me se evitavano di avere subito qualcosa da dire e non dicevano Era così tanto meglio   Io sul presente, niente In generale L’ho sempre detestato il presente Figuriamoci poi questo qui che ci tocca Ma anche qualsiasi altro qui lo stare qui In un qualunque qui un qualunque ora, adesso, attimo, momento, istante Stare Qui e non altrove In questo indirizzo Queste coordinate cartesiane che sono questo e nient’altro Solo questo… Che poca cosa Il presente per me acquisisce dignità solo appena diventa passato su Dammi un passato da reinventare Un futuro da immaginare Ma il presente si subisce e basta Sempre  bello o brutto che sia Il presente ti passivizza Ti rende preda E da lì, dal luogo della non fantasia beh Oddio che...

Oreste Del Buono / Racconto d'Inverno. Un'altra deportazione

Nel mese di novembre del 1945 esce Racconto d’inverno, uno dei primi resoconti dei campi di prigionia tedeschi. L’ha scritto tra aprile e luglio un ventiduenne appena ritornato dai Lager nazisti. Si chiama Oreste Del Buono e, nonostante la giovane età, già inserito nei giri letterari milanesi. Alla fine degli anni Trenta è stato infatti un collaboratore del giornale satirico Bertoldo, inoltre ha scritto sui giornali degli universitari fascisti milanesi e lombardi. Nel 1943 insieme a Domenico Porzio e a Marco Valsecchi ha poi fondato una rivista, di cui sono usciti nove numeri, che si è intrecciata con il gruppo comasco animato da Renzo Cantoni, fratello del filosofo Remo, facente capo a una libreria dove gravitano Dino Buzzati, Antonio Banfi, Giuliano Gramigna, Carlo Bo, Luciano Anceschi e i poeti Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo. Del Buono, chiamato alle armi di leva, ha lasciato i due amici per arruolarsi in marina e partecipare alla guerra che volge male per le sorti italiane.   L’ha fatto, racconterà in seguito, in memoria dello zio, Teseo Tesei, un eroe di guerra medaglia d’oro disperso nelle acque di Malta durante un attacco alle navi inglesi. Oreste non crede alla...

Portamento / Cedro del Libano

La domanda li sorprende sempre: «che alberi sono quelli di Piazza Ateneo Nuovo?». È un piccolo test che talora pongo agli studenti del mio corso di letteratura italiana contemporanea sul loro grado di curiosità e di attenzione a un elemento costante nella loro vita quotidiana. Di solito tirano a indovinare, e non ci azzeccano mai. Una volta una studentessa, forse per spiritosaggine, rispose: albicocchi. Eppure, passano sotto quegli aceri in tutte le stagioni dell’anno, si siedono sulle panchine sotto le loro chiome. Non sanno rispondere nemmeno se chiedo loro che alberi hanno in giardino o quali si vedono dalla finestra di casa. Al più, sono genericamente alberi, e tanto basta. Se pure ne conoscono il nome, non sanno ritrarli. Semplicemente: non li vedono, non sono presenze significative, non esistono.   Non che pretenda una precisione botanica, spero solo che ricordino almeno la forma o il margine delle foglie, che abbiano ammirato i fiori o badato ai semi... Allora leggo loro un passo letterario dove la descrizione di un elemento naturale e l’attenzione al dettaglio si fa rivelazione, oltre che lezione di stile.  Dico degli alberi, ma mostrano un atteggiamento simile...

Specchi / Il misterioso “primo uomo” di Camus

Quando Albert Camus scrive Il primo uomo, alla fine degli anni Cinquanta, il neorealismo di ispirazione drammatica ha esaurito la sua forza d’urto ma sono rimaste le risacche nelle forme del diarismo autobiografico, dell’éngagément politico, della memorialistica testimoniale mentre la temperie esistenzialista si precisa sempre più in una ipertrofia dell’io intesa non a scavare ma a macerare l’animo umano. Il giorno in cui muore in un incidente stradale, il 4 gennaio 1960, Camus è nel pieno della sua opera di introspezione perché porta sempre con sé il manoscritto al quale sta lavorando, ancora ben lontano dall’essere in verità concluso e tuttavia già definito nel titolo, il “primo uomo” assumendo non solo il senso più manifesto di una rappresentazione del tema dell’infanzia e dell’adolescenza (uno dei cardini del realismo mitico di cui in Italia Vittorini è stato il principale artefice), ma sottendendo nel percorso del giovane che diventa adulto anche il prototipo di quell’“uomo in rivolta” teorizzato dall’autore franco-algerino nella sua dottrina della salvezza dall’assurdità del mondo. Sicché Il primo uomo (ripubblicato ora da Bompiani nel sessantesimo anniversario della...

Fuani Marino / Svegliami a mezzanotte

Il mito di Sisifo di Albert Camus si apre con queste parole: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia». Dunque l’intera attività del pensiero che tende a ricercare quanto resta di ogni esperienza vitale, dovrebbe, secondo Camus, concentrarsi sul giudizio di quell’esperienza. C’è da domandarsi insomma se l’attaccamento dell’uomo alla vita sia qualcosa di più forte della somma di tutte le meschinità di cui si compone il mondo, o se lo spirito umano è capace di discernere un limite oltre il quale valutare la vita un’esperienza sostanzialmente risolvibile.  Camus pone la questione da un punto di vista filosofico, e lo fa in un tempo storico in cui l’esperienza del suicidio è invece posta secondo una prospettiva puramente clinica, dopo che per il più lungo tempo della Storia è stata posta come una semplice proibizione dogmatica. Per la dottrina cattolica infatti un suicida è un peccatore della peggior specie, così come lo è per l’ebraismo e per l’islam (è scritto nel Sahih di al-Bukhari: «Chiunque si getti da una montagna e muoia...

Generazioni / Fedeltà e La straniera

I due libri di cui si parla di più in queste settimane sono Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi, pp. 224, € 19) e La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo, pp. 286, € 18). Si tratta di opere assai diverse fra loro. Un romanzo d’invenzione e un’autobiografia; una narrazione in cui s’avvicendano i punti di vista di una pluralità di personaggi, e un discorso che si attiene a una prospettiva unica; una trama conclusa, che definisce i destini di tutti, e un percorso impregiudicato, aperto verso il futuro; una vicenda statica, ordinaria, quasi puntigliosamente verosimile, e una storia di nomadismi dal forte sapore picaresco. Alcune opposizioni discendono direttamente dalla differenza di genere; altre sono frutto di scelte d’autore. L’identità degli autori rappresenta il più evidente punto di contatto fra i due libri. Missiroli (classe 1981) e la Durastanti (1984) appartengono alla medesima generazione; hanno esordito abbastanza precocemente, sono cresciuti in fretta, hanno riscosso una buona accoglienza. Su Fedeltà, in particolare, si è ora accesa una discussione critica vivace; alcuni recensori hanno tessuto generosi elogi, altri hanno avanzato chiare, talora aspre riserve...

Nuovi contenuti / Bilancio della memoria

“Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salgono dalla città (si tratta dei sopravvissuti della città di Orano che stanno festeggiando la fine di un’epidemia di peste – n.d.r.) Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata. Sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”   Qui termina il romanzo La peste del filosofo e scrittore Albert Camus (1913-1960), che equipara le tragedie del XX secolo a epidemie infettive. Oggi, con il lungo passare del tempo, riduciamo a una sola le due guerre mondiali, la fine dell’Europa, e cominciamo a pensare che definire epidemie i collassi sociali non è una metafora pura e semplice, e non lo era per Camus già nel 1945.  L’insegnamento dato agli uomini dal ripetersi delle sventure vissute e la peste personificata nel...

Il rovescio e il diritto / Albert Camus, "Perché sono un artista e non un filosofo?"

Dove termina Dostoevskij comincia Camus, ma fino a noi sono giunti insieme con la stessa aria di attualità. Ci parlano ancora dell’uomo e del mondo, nell’evidenza che non sono cambiati né l’uno né l’altro. Coscienza esistenzialistica entrambi, ma fideistica una e perplessa l’altra, continuano ad additarci il germe della nostra impotenza a misurarci con gli altri e dell’incapacità di vincerla, in una parola “il senso dell’assurdo”, nella vocazione incoercibile a renderci estranei a noi stessi. Mutuando Heidegger, Camus fa di più nel rappresentarci il dramma dell’uomo posto non davanti al mondo per affrontarlo ma gettato in esso per subirlo: lo grava del peso della solitudine e del silenzio, dell’indifferenza sociale, della prometeica angoscia di non potercela fare, al punto da vedere nel suicidio, come Emil Cioran, la sola possibilità data all’uomo di uscire dalla vita e dunque di sopportarla.    Schiavo di una malattia progressiva e di un tempo funestato di orrori (la prima metà del secolo scorso), l’autore comunista che si fa anarchico non può non maturare un sentimento tragico della vita che ad un certo punto si manifesta in un risentimento antigermanico e contro...

Fratello e sorella / André e Simone Weil: l’arte della matematica

«Il genio era bicefalo – scrive Sylvie Weil, figlia di André e nipote di Simone, in un suo intenso libro di memorie, sospeso tra rievocazione famigliare e percorso di ricerca interiore (Chez les Weil. André et Simone, Buchet/Chastel, Paris 2009; trad. it. Casa Weil. André e Simone, Lantana, Roma 2013)  –. Mio padre aveva un doppio, un doppio femminile, un doppio fantasma. Sì, perché mia zia, oltre a essere una santa, era un doppio di mio padre, cui assomigliava come una gemella. Doppio onnipresente, come può esserlo solo un fantasma che non ha più altro da fare. Che non è più militante, non insegna più, non parte più per fare la guerra in Spagna, non ha più stupefacenti incontri con Cristo, e ciò nonostante continua, senza tregua, a fare tutto questo, ancora meglio dei vivi. Un doppio per me terrificante, perché le assomigliavo tanto. Assomigliavo al doppio di mio padre».    Una fotografia li ritrae insieme, André e Simone, nel 1922, durante le vacanze estive a Knokke-Le Zoute. Entrambi sono seduti dietro un tavolo – quasi un banco di scuola – e strizzano gli occhi, forse a causa del sole, forse perché entrambi sono fortemente miopi. André, che all’epoca ha sedici...

Das Leben nehmen / Thomas Macho. Togliersi la vita, prendersi la vita

Prendete il numero di persone rimaste uccise a causa di crimini violenti in un anno. Aggiungete il numero di morti per incidente. Aggiungete poi quello dei morti in guerra. Immaginate, per un attimo, questo numero.  Ebbene, questo numero enorme di morti, secondo le statistiche dell’organizzazione mondiale della sanità, dal 2012 non raggiunge il numero di morti annuali causate da un altro motivo: se stessi.  Già Albert Camus, in Il mito di Sisifo, aveva espresso in maniera concisa e radicale l’importanza concettuale centrale della domanda sul suicidio, lanciando un appello e una provocazione ai filosofi di professione – per lo più rimasto inascoltato nei circoli accademici ufficiali – a pensare più da vicino la morte, e in particolare la morte che si trova per propria mano. Thomas Macho, intellettuale austriaco, filosofo e musicologo di formazione, attivo da più di trent’anni nel campo della storia della cultura e delle civilizzazioni, nel suo recente Das Leben nehmen. Suizid in der Moderne (Suhrkamp, 2017, 531 pagine) riprende la sfida di Camus, addirittura rilanciandola, in un libro che c’è da augurarsi trovi presto spazio in traduzione italiana.  La sfida del...

L'innominabile attuale / Roberto Calasso, terroristi e turisti

Roberto Calasso è interessato ai terroristi. Non quelli del passato, ma a quelli del presente: i terroristi islamici. Sono l’incarnazione di una questione che lo ossessiona dai tempi della Rovina di Kasch (1983): il sacrificio. I giovani terroristi suicidi di Parigi, Londra, Berlino, Nizza, Barcellona con il loro sacrificio protraggono nel mondo contemporaneo – l’età dell’inconsistenza, come la chiama Calasso – un rituale fondamentale che sembrava scomparso nel regno della modernità. Attraverso i ragazzi dell’Isis e di al-Queda il sacrificio celebra nuovamente i suoi fasti: “Il terrorismo islamico è sacrificale: nella sua forma perfetta, la vittima è l’attentatore”. Un ritorno al passato? Non proprio. C’è una differenza sostanziale rispetto al sacrificio arcaico del mondo ciclico evocato nella Rovina di Kasch. In quel libro, costruito per frammenti, giustapposizioni, montaggi, l’antica macchina sacrificale “era concepita per stabilire un contatto e una circolazione tra visibile e invisibile”, mentre l’attentatore che oggi uccide morendo è perfettamente visibile, misurabile, quantificabile, fotografabile. In L’innominabile attuale, volume appena pubblicato da Adelphi, Calasso...

Metamorfosi di Roberto Latini / Forme mutate in corpi nuovi

L'opera di partenza è il nome di un'idea, l'azione centrale, l'unità di movimento per un'opera nuova. Metamorfosi: trasformazione, trasfigurazione – senza affondi storici e filologici: non come siamo cambiati e ci siamo stratificati nel tempo dal caos primordiale all'oggi di Ovidio, ma come cambiare ancora, come sfuggire alla forma, sfare, sformare, muovere, insorgere. Roberto Latini, che firma regia e adattamento di questa particolare produzione di Fortebraccio Teatro, in verità non riscrive, non adatta, non consegna letture ed esegesi; invece saccheggia furiosamente letteratura e storia dell'arte, accumula frammenti brucianti – Camus, Strindberg, Foscolo, Gualtieri, l'impossibile, la luna, liriche della lacerazione e della perfezione di maestri di quella virtù che Cioran chiamava apprendistato della macerazione –; Latini regista e attore, poeta guerriero, che si dibatte tra hybris e paura, egotismo e umiltà, e sprofonda in “colate di pensiero”, per rubare ciò che gli serve, ciò che lo attrae, battagliando dentro le forme contro la scontentezza di sé e contro la battaglia stessa, in un essere o non essere che in queste Metamorfosi recita perfino, ma al contrario, in disordine,...

Metamorfosi di Roberto Latini / Forme mutate in corpi nuovi

L'opera di partenza è il nome di un'idea, l'azione centrale, l'unità di movimento per un'opera nuova. Metamorfosi: trasformazione, trasfigurazione – senza affondi storici e filologici: non come siamo cambiati e ci siamo stratificati nel tempo dal caos primordiale all'oggi di Ovidio, ma come cambiare ancora, come sfuggire alla forma, sfare, sformare, muovere, insorgere. Roberto Latini, che firma regia e adattamento di questa particolare produzione di Fortebraccio Teatro, in verità non riscrive, non adatta, non consegna letture ed esegesi; invece saccheggia furiosamente letteratura e storia dell'arte, accumula frammenti brucianti – Camus, Strindberg, Foscolo, Gualtieri, l'impossibile, la luna, liriche della lacerazione e della perfezione di maestri di quella virtù che Cioran chiamava apprendistato della macerazione –; Latini regista e attore, poeta guerriero, che si dibatte tra hybris e paura, egotismo e umiltà, e sprofonda in “colate di pensiero”, per rubare ciò che gli serve, ciò che lo attrae, battagliando dentro le forme contro la scontentezza di sé e contro la battaglia stessa, in un essere o non essere che in queste Metamorfosi recita perfino, ma al contrario, in disordine,...

Il platano dei poeti

Era il 4 gennaio 1960: Albert Camus si schiantava contro un platano a bordo della Facel Vega guidata dal suo editore, Michel Gallimard. Il rettilineo, nei pressi di Villebin, invitava la sportiva coupé di lusso (ce la immaginiamo rossa) a lanciarsi in velocità verso Parigi. Certo, il malcapitato platano non poteva togliersi di mezzo, ma mi è sempre spiaciuto associarlo alla morte di Camus.     In Francia, le carreggiate fiancheggiate da platani maestosi sono tuttora frequenti e percorrere, con andatura da crociera, lunghi tratti scortati da queste sentinelle in tuta mimetica procura un senso, non dirò di sicurezza – ché suonerebbe provocatorio – ma certo di conforto.   In Italia è raro trovare grandi platani che distendano le ampie braccia alla campagna – li hanno usati per impiantiti e logge – ma sono frequenti nelle alberature cittadine, benché annualmente mortificati da costrittive potature. Insopportabile poi il costume di potare a candelabro alberi così naturalmente, potentemente protesi verso l’alto. Lasciati crescere in libertà, meglio se isolati e con lo...

La medicina Camus

In un saggio pubblicato quarant'anni fa sulla rivista "Plural" (e ora disponibile nel volumetto Tra Sartre e Camus, Scheiwiller 2010), Mario Vargas Llosa invitava a rileggere Camus e comprenderlo alla luce della sua "triplice condizione di provinciale, uomo di frontiera e membro di una minoranza". Aggiungo un quarto elemento: il suo appartenere al mondo mediterraneo — il suo difenderne un'idea non banale. L'anno che comincia a chiudersi, che intravede il suo autunno, ha di nuovo visto questo mare al centro delle cronache — il referendum greco e le dimissioni di Tsipras, più di duemila migranti morti in acqua fra i molti che hanno affrontato il viaggio verso l'Europa. E potremmo aggiungere la situazione a Gaza (che Mohammed Omer sul New York Times ha definito di recente un Gulag sul Mediterraneo), il caos libico, i braccianti morti nei campi in Puglia, gli scontri in Libano, la Turchia autoritaria di Erdogan...   Ma per quanto riguarda l'immaginario? Che ruolo ha, se lo ha ancora, il concetto di Mediterraneo quando il suo nord si impegna solo a difendere i confini, fino ad ergere dei muri o sparare lacrimogeni contro...

Risposta alla Lettera enciclica Laudato si'

Con questo articolo di Francesca Rigotti apriamo una discussione sulla recente enciclica papale con interventi di credenti e non credenti, filosofi, teologi e saggisti.     La lettera encliclica in generale non si rivolge soltanto ai membri della Chiesa Cattolica Romana ma a ogni persona che abiti questo pianeta quindi anche a me, che mi sento di conseguenza autorizzata a reagire e a esprimermi, come filosofa e come donna.   Nell’enciclica del 24 maggio 2015, Laudato si’, il primo e più importante punto sul quale reagisco concerne le varie osservazioni qui contenute secondo le quali le ferite inflitte all'ambiente sociale deriverebbero dall'idea che «non esistono verità indiscutibili che guidino la nostra vita», motivo per cui chi non le ha ritiene automaticamente che la libertà umana non abbia limiti (p. 7 e passim). La tematica viene più e più volte ripresa, affermata ma mai dimostrata né tanto meno argomentata quanto esposta in maniera perentoria: chi non riconosce il ruolo del Dio creatore si accosta alla natura con atteggiamenti da dominatore, consumatore e sfruttatore di risorse (...

Patrick Modiano, un Nobel alla memoria

Quest'anno il Premio Nobel per la Letteratura è finito nelle mani dell'outsider per eccellenza: Patrick Modiano. Tanti saluti a Philip Roth, che questo premio lo aspetta (insieme ai suoi fan) da una vita – un po' come Leonardo Di Caprio spera che arrivi il primo Oscar, – alla rediviva Joyce Carol Oates, vedova nera dalla bibliografia macabra e sterminata, e al fenomeno di culto giapponese Haruki Murakami, battuto inesorabilmente ancora una volta.   Patrick Modiano e Françoise Hardy al bois de Buologne a Parigi nel 1969   Patrick Modiano, classe 1945, è quindi il quindicesimo scrittore francese della storia ad aggiudicarsi l'agognato premio e questo Nobel l'ha vinto a modo suo, facendosi strada con la sua proverbiale discrezione e la sua penna vellutata e intangibile tra le star della letteratura mondiale, completando senza eccessi un pedigree di tutto rispetto dopo la vittoria del prestigioso Prix de l'Académie Française e del Prix Goncourt. Come nel piccolo gioiello del cantautore Vincent Delerm, Le baiser Modiano (Il bacio Modiano), in cui una tessitura sonora morbida e complice ci parla di...

La forza anonima del rifiuto

Nelle strade in fiamme di Atene, nell’inverno del 2008, qualcuno dipinse con rabbia: “Fuck May ’68. Fight now!”. Nelle mobilitazioni a Barcellona contro la riforma universitaria europea (“Piano Bologna”), un professore disse in diretta alla televisione, mentre la polizia caricava brutalmente i manifestanti: “Siamo una minoranza e non cambieremo il mondo. E allora?”.   Quelle del nostro tempo sono rivolte effimere che riescono appena a modulare la propria voce e il cui rifiuto lascia soltanto segni invisibili sulla pelle del mondo. Il mondo globale, insediato in una nuova “morte politica”, ci dichiara incapaci di fare qualsiasi cosa che sorpassi l’ambito della gestione della nostra vita personale e di apportare qualsiasi soluzione al mondo. Con le sue minacce permanenti (di guerra, di crisi, di malattie, d’inquinamento…) ci invita a proteggerci, a rassicurarci, a isolarci nell’indifferenza verso tutto e nella distanza di comunicazioni immateriali e personalizzabili. Da questa prospettiva, che senso può avere per noi oggi esporci?   Per rispondere a questa domanda, ci pu...

Un anno dopo a Gezi Park

Quando un anno fa, il 15 giugno 2013, Gezi Park è stato sgomberato io ero lì. Non ero il solo. Per più di due settimane, non solo a Istanbul, milioni e milioni di persone si sono sentite unite, non estranee, contro l’abuso di potere del partito che ancora oggi ha la maggioranza: l’Akp. “Come ciechi si toccano ma non sanno di essere fratelli” ho scritto un anno fa in un romanzo chiamato Testimone a Gezi Park. Lo penso ancora. Peccato che i capulcu siano rimasti in pochi. La lotta continua. La lotta si evolve in nuove forme. La lotta, purtroppo, si è fatta violenta.   Il muro contro muro con cui si va avanti da più di un anno non ha fatto altro che indurire gli animi e la pelle. Secondo Amnesty sono morte una decina di persone, ci sono stati più di 8000 feriti e più di 5000 persone sono sotto processo (di cui solo una decina poliziotti). Il fatto che a ogni manifestazione c’è il rischio reale di non tornare a casa ha fatto sì che in molti hanno mollato. Del resto la fortuna è cieca e non guarda in faccia nessuno: Berkin Elvan è stato baciato mentre andava a comprare il...

Il bel parlare di Nacer Bouhanni

«Noti bene che io non lo giudico. Considero fondata la sua diffidenza e la condividerei con piacere se, come lei vede, non vi si opponesse la mia indole comunicativa. Io chiacchiero, ahimè, e faccio conoscenza facilmente. Per quanto sappia mantenere le opportune distanze, ogni occasione è buona. Quando vivevo in Francia, non potevo incontrare un uomo intelligente che subito non facessi con lui compagnia. Ah! Vedo che lei aggrotta le ciglia per questo imperfetto del congiuntivo. Confesso d’avere un debole per quel modo e per il bel parlare in genere. Un debole che mi rimprovero, creda. So benissimo che preferire la biancheria fine non implica necessariamente che uno abbia i piedi sporchi. Ma non vuol dire. Lo stile, come la popeline, nasconde troppo spesso qualche eczema. Mi consolo dicendomi che alla fin fine neanche i mal parlanti sono puri. Ma sì, prendiamo un altro ginepro.» Ma sì, prendiamoci anche noi un altro ginepro in questo bar di Bari. Come tutti sanno, Bari avendo il mare non è Parigi – che, se così non fosse, sarebbe appunto una piccola Bari – e non è neppure Amsterdam. E questo bar non si...

Camus: toujours l'homme d'abord

La sua voce è incredibilmente delicata. E intensa. Presumibilmente, saranno le stesse modalità con cui Catherine Camus si occupa quotidianamente di gestire l'œuvre littéraire di suo padre. Delicatamente, attenendosi accuratamente al pensiero, senza mai tradirlo, del grande intellettuale franco-algerino; intensamente, riportandolo alla contemporaneità attraverso un'azione instancabile. Catherine Camus è stata in visita a Palermo nella metà di aprile, ai Cantieri Culturali alla Zisa. L'Insitut Culturel Français ha proposto un'esposizione digitale ed interattiva, organizzata in collaborazione con l’École normale supérieure (ENS Ulm) e la casa editrice Gallimard. Al Cinema De Seta, all'interno dei Cantieri, dopo l'incontro con John R. Pepper, ai tempi giovanissimo produttore della pellicola, è stato proiettato La Peste, di Luis Puenzo (1992), libero adattamento dal romanzo omonimo di Camus.   Catherine, che vive in Provenza, a Lourmarin, nella casa acquistata dal padre poco prima del tragico incidente d'auto che provocò la sua scomparsa a soli 46 anni,...