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Allan Kaprow

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Brian O’Doherty. Inside the White Cube

È uscito in libreria il libro di Brian O’Doherty, Inside the White Cube. L’ideologia dello spazio espositivo (traduzione italiana di I. Inserra e M. Mancini, Johan and Levi editore, Milano 2012, pp. 146, € 20). Il volume raccoglie e traduce per la prima volta in italiano i saggi pubblicati dall’artista irlandese sulla rivista Artforum a partire dal 1976. Presentiamo qui il testo attraverso due contributi di Alessandra Sarchi e Riccardo Venturi e ne anticipiamo la postfazione.       Lo spazio dell’arte   “Una scena ricorrente dei film di fantascienza mostra la Terra che si allontana dall’astronave fino a diventare un orizzonte, un pallone, un pompelmo, una pallina da golf, una stella. Questo cambiamento di scala si accompagna a un passaggio dal particolare al generale. All’individuo si sostituisce la razza, rispetto al quale noi siamo un’inezia, un brulicare di bipedi mortali ammassati quaggiù come un tappeto steso per terra. Vista da una certa altezza, generalmente la gente appare buona. La distanza verticale favorisce questa generosità, mentre l’orizzontalit...

Speciale ’77. Una conversazione con Gabriele Guercio

Stefano Chiodi: Ha ancora oggi senso interrogarsi sul ’77?   Gabriele Guercio: Tutte le datazioni, soprattutto a distanza di tempo, si intrecciano con altri momenti. In qualche maniera, il ’77, o gli anni settanta in genere, per me sono diventati importanti solo a fine anni novanta. All’epoca riflettevo su sei date: 1914, l’inizio del dada; 1957, il manifesto dei situazionisti; il 1968; il 1977; l’89, con la caduta del muro di Berlino. E a queste aggiungerei oggi il 2001, con l’attacco alle due torri. Questa sequenza è importante perché riporta la centralità di alcuni temi o problematiche che il ’77 ha sicuramente simbolizzato, ma che ricorrono e che ci hanno interrogato nel corso di un secolo. Quali? Secondo me hanno molto a che fare con il trinomio arte, politica, vita, e anche con una forma di rifiuto del lavoro e di critica della rappresentazione. Perché così come negli anni settanta in Italia si comincia a parlare a livello diffuso di doppia società, già la avanguardie (ma soprattutto penso al dada) non solo avevano rifiutato un certo tipo di istituzionalizzazione del lavoro...

L’eredità mutata di segno: happenings e situazionismo

Gli studiosi hanno ampiamente evidenziato la continuità ideale tra gli spettacoli delle avanguardie storiche e gli happenings che cominciano a svolgersi negli Usa e poi in Europa tra gli anni cinquanta e sessanta. In primo luogo si tratta di un’arte fisica, vicina al teatro, che vuole coinvolgere e colpire il pubblico convinta della necessità di superare gli steccati angusti di un oggetto artistico per pochi da contemplare in uno spazio separato. Di qui la riproposizione di un’idea antagonista che rifiuta le concezioni correnti del dipinto e della scultura per quanto evolute. Una vicinanza agli spettatori parallela a quella propagandata, per lo meno quanto ai soggetti, dalla coeva Pop Art, la quale ha del resto spesso quali protagonisti gli stessi organizzatori di performance. Le esperienze anche molto diverse fra loro degli happenings internazionali, in parte coordinati all’inizio degli anni Sessanta dal movimento Fluxus, prevedono tutte un’invasione del quotidiano per creare destabilizzazione e cambiamento nello spettatore.   Un altro elemento comune con il Futurismo e con Dada consiste, per lo meno quanto ad esempio ai Vaudeville...